La Sacra di San Michele non è solo il monumento simbolo del Piemonte, ma è la perfetta dimostrazione di come la Fede cattolica possa pazientemente sopportare le traversie della storia e riuscire a rimanere il faro per la conversione e la redenzione delle anime.

Don Claudio Papa, intervistato da «Europa Cristiana» ha raccontato la Storia che la Sacra ha vissuto sotto la guida dei Benedettini prima e dei Rosminiani poi, articolando il discorso sulle traversie e le difficoltà patite dall’Abbazia.

La Sacra fu fondata intorno all’anno mille per volontà di san Giovanni Vincenzo, vescovo di Ravenna, il quale intendeva rafforzare il culto a san Michele Arcangelo nelle terre piemontesi. La devozione a questo Santo vescovo è ancora oggi radicata nel paese di Sant’Ambrogio di Torino, dove le sue spoglie riposano sotto l’altar maggiore della chiesa parrocchiale del paese, fin dal 1150.

La linea Micaelica, di cui la Sacra di San Michele fa parte, risulta essere una linea quasi perfettamente retta che, come ha affermato don Claudio Papa, rettore della Sacra, «ha qualcosa di assolutamente miracoloso e segue l’espansione del culto di San Michele, che parte dalla Terra Santa per arrivare in Europa».

Infatti, la linea Micaelica è composta da 7 Santuari dedicati all’Arcangelo San Michele e che sono: il Monastero Stella Maris sul Monte Carmelo in Palestina, San Michele di Panormitis sull’isola greca di Symi, Monte Sant’Angelo sul Gargano, la Sacra di San Michele in Val di Susa, Mont Saint-Michel in Normandia, St. Michael Mount in Cornovaglia e Skelling Michael nella contea irlandese di Kerry.

La così forte devozione verso l’Arcangelo San Michele ha origine in Europa a partire dal rientro dalla Terra Santa dei Cavalieri templari e dei pellegrini cristiani. Il motivo di tale devozione è da ricercarsi nel culto angelico cristiano, fortemente radicato in Palestina e in particolare sul Monte Carmelo. L’importanza dell’Arcangelo viene confermata da Don Claudio nell’affermare: «L’arcangelo San Michele è il più citato nell’antico testamento ed è il primo a venir citato».

Circa duecento anni dopo la fondazione della Sacra, l’ordine monastico benedettino prese possesso della Sacra, espandendola in dimensioni e trasformandola in un monastero vero e proprio.

A riguardo del glorioso passato benedettino del monastero stesso, il Rettore ha affermato: «Non so se sia parte storica o mitologica; ma la Sacra probabilmente nella sua epoca d’oro ha potuto ospitare fino a cento monaci».

Benché gli spazi fossero decisamente più ampi rispetto alla Sacra odierna, Don Papa ci ha spiegato che era pratica comune che «il sacrestano dormisse in sacrestia e il cuoco dormisse in cucina dato il grande numero di monaci e il loro compito di accogliere i pellegrini sulla Via francigena».

I Benedettini  «furono costretti ad abbandonare la Sacra nel 1680 a causa di un devastante terremoto, i cui segni ancora oggi sono visibili sulla Sacra stessa… questo portò al periodo meno nobile dell’Abbazia».

Dopo la tragedia del terremoto, la Sacra fu completamente abbandonata e finì oggetto di razzie, vandalismo, devastazioni, furti e addirittura cannoneggiamenti nel corso dei due secoli successivi.

Padre Papa a tal riguardo ha dichiarato: «Senza voler offendere nessuno, ma gli eserciti che si sono succeduti, e in particolare quello napoleonico, prendendo  possesso della Sacra hanno letteralmente acceso il camino gettandovi dentro i documenti e le pergamene benedettine». A seguito di queste drammatiche vicende, sono andati perduti e distrutti per sempre  tutti i documenti, le pergamene, i tesori, gli oggetti sacri e le testimonianze documentali della secolare presenza benedettina nella Sacra.

Nonostante la tragedia dell’abbandono perdurato per due secoli, nel 1836 i Rosminiani e lo stesso beato Antonio Rosmini (24 marzo 1797-1 luglio1855) presero in custodia i resti della Sacra di San Michele trovando il favore di re Carlo Alberto (1798-1849), il quale contribuì anche a finanziare il restauro e la ristrutturazione dell’Abbazia, incaricando l’architetto Alfredo d’Andrade (1839-1915).

Il beato Rosmini fece pervenire ai suoi religiosi nelle sue visite e tramite spedizioni circa 10.000 libri per tentare di far recuperare almeno in parte ciò che la Sacra aveva irrimediabilmente perduto nel suo periodo di abbandono, in balia anche delle predonerie e distruzioni napoleoniche.

L’idea alla base della riscoperta e il riutilizzo della Sacra da parte di Rosmini sarebbe stata quella di garantire un luogo di recupero della spiritualità e di redenzione delle anime dei nobili piemontesi e possibilmente di alcuni membri della stessa Casa reale sabauda, che purtroppo aveva, sotto il regno di Vittorio Emanuele II (1869-1947), fatto una scelta anticlericale; ma la speranza era quella che qualcuno, raggiunta un’età più avanzata  potesse riavvicinarsi alla Chiesa, però, come ha sottolineato padre Papa «fu  più un ideale che una realtà», perché la conformazione e la posizione della Sacra non favorisce chi ha difficoltà di movimento e la prima strada carrabile venne realizzata solamente durante l’epoca fascista, infatti «se un anziano vuole riconciliarsi con Dio andando alla Sacra, probabilmente si riconcilia prima di arrivarci».

Questo ostacolo pratico non fermò la volontà di Rosmini e del suo ordine religioso di ridare vita e bellezza alla Sacra per garantire il ritorno di un luogo che oggi è il simbolo abbaziale di tutte le Alpi, ma soprattutto preoccupandosi che il luogo potesse favorire la «salus animarum».

Casa Savoia fu direttamente coinvolta anche dopo il regno di Carlo Alberto, poiché volendo trovare un luogo degno per la sepoltura per i propri morti venne  identificata la Sacra come luogo atto allo scopo per il ramo cadetto dei Carignano e ancora oggi la Sacra ospita al suo interno molte tombe nella chiesa alta, sulla sommità del Santuario.

Don Claudio Papa ha voluto sottolineare fortemente la vocazione all’arricchimento spirituale e alla conversione che la Sacra possiede intrinsecamente, : «Apprezzo la visita di tutti, ma la Sacra di San Michele è, resta e vuole essere proposta come Santuario». La custodia di un patrimonio è essenziale, ma la cosa più importante per i religiosi è il perfezionamento dell’anima di chi viene alla Sacra nella speranza che possa pienamente convertirsi. Padre Papa, con tono tra il serio e il faceto, ha affermato al riguardo «anche se il fatto che noi possiamo convertire tutti è più ideale che reale…».

Dal punto di vista pratico ai giorni nostri la situazione Covid ha arrecato danni ingenti sui numeri delle visite, riducendo a meno di un terzo il numero di pellegrini e turisti. Fino al primo aprile non era sensato realizzare pullman, data la capienza ridotta al 50% e i costi eccessivi per gli spostamenti. La speranza è che le libertà lentamente concesse dall’autorità pubblica possano far recuperare in parte ciò che era l’afflusso alla Sacra.

Alla domanda su quali personaggi illustri si siano qui recati in pellegrinaggio, padre Papa ha affermato che la maggior presenza fu dei membri di Casa Savoia e nel periodo repubblicano anche di molti politici. Ma l’autorità di maggior rilievo e unico Papa di cui si ha testimonianza documenta del suo pellegrinaggio nel Santuario  è stato  Giovanni Paolo II (1920- 2005), la  domenica del 14 luglio del 1991. È possibile ed è «molto probabile» che vi siano state altre visite papali fra l’anno mille fino al 1680, dato che la Sacra è di strada tra la Francia e l’Italia ed essa garantiva un rifugio per chi doveva compiere viaggi particolarmente lunghi o pellegrinaggi in entrambe le due direzioni, al di qua e al di là delle Alpi

Alla domanda se la Sacra possa ricordare il Purgatorio di Dante nella sua conformazione, il Rettore ha risposto: «Questa domanda mi intriga molto, per ora non posso fornire una risposta storica o leggendaria chiara, ma ha destato il mio interesse e forse potrò rispondere in futuro».

Nella sua imponenza e bellezza la Sacra di San Michele è tesoro di fede, spiritualità e tradizione, che ancora oggi si irradia ovunque, dal Piemonte all’Europa, al mondo intero.

 

Il servizio fotografico, che illustra l’articolo, è stato realizzato da Jaroslava Pavlik 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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