Il femminismo, come si è visto nel nostro approfondimento, sorge nel terreno di cultura della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, durante la Rivoluzione Francese e tale fenomeno emigrò anche in Inghilterra, dove l’attenzione delle cosiddette suffragette si concentrò particolarmente sull’allargamento del suffragio, ovvero del diritto di voto anche alle donne. Parrebbe sacrosanta questa richiesta, in realtà contiene in sé il tossico dell’odiosa rivalità fra uomini e donne, che ha portato alla frantumazione della cellula di ogni società: la famiglia.

Il giusto riconoscimento del voto alle donne è stato raggiunto attraverso un liberalismo nemico dei principi cristiani e, dunque, nemico della natura stessa della donna che il femminismo ha voluto emancipare attraverso un percorso in discesa e non in ascesa, come aveva fatto il cristianesimo, nobilitando la figura femminile, pensiamo ai due modelli evangelici per antonomasia, la Madre di Dio e Maria Maddalena, divenuta apostola degli apostoli.

Nel 1865 sorse il primo comitato per l’estensione del diritto di voto: l’immagine delle suffragette britanniche che marciano su Manchester e Londra per rivendicare il diritto di partecipare alla dimensione pubblica destò grande scalpore in tutta Europa e il primo Stato a permettere alle donne di votare fu la Finlandia nel 1906; mentre in Gran Bretagna concede il suffragio alle sue cittadine arrivò nel 1918 e negli Stati Uniti nel 1820, mentre per le italiane e le francesi nel secondo dopoguerra. L’appagata istanza di voto accrebbe a poco a poco la fame di “libertà” delle femministe: essere economicamente autonome, essere libere di scegliere la vita o la morte dei figli nel proprio grembo, ambire alle alte cariche aziendali e pubbliche.

Ecco, allora, la seconda fase: dalle suffragette alle femministe della seconda ora.  Dopo la seconda guerra guerra mondiale gli Stati Uniti vivono un incredibile boom economico, più deflagrante di quello europeo, e il benessere materiale logora la tradizionale struttura della società. Le femministe occidentali, allora, si fanno interpreti della libera sessualità, parlano di stupro e di violenza domestica, dei propri diritti riproduttivi e di  parità di sessi sul posto di lavoro. Arriva nel 1961 e negli stessi Stati Uniti la messa in commercio della pillola contraccettiva, che permette alle donne di controllare autonomamente la propria fertilità facilmente e con discrezione. Il sesso libero, senza più timor di Dio, viene praticato con grande facilità a mano a mano che gli anni passano. In Europa il movimento femminista diviene un fenomeno di massa a partire dal ’68 e in Italia tutti gli anni Settanta le piazze vengono prese d’assalto dalle donne comuniste, progressiste e radicali che con volgarità di gesti e parole e un’aggressività che toglie femminilità rivendicano quelli che esse definiscono diritti e che, a guardar bene, sono istanze che vanno contro le leggi naturali e le leggi di Dio, come quello di divorziare o di uccidere in gravidanza la propria prole. Le battaglie per l’aborto e il divorzio divennero costanti, rumorose, invasive, ossessive.

Accontentate le femministe da governi occidentali sempre più distanti dalla moralità cattolica e da una Chiesa di Roma sempre più vicina alle linee protestanti, a loro volta lassiste e in sintonia con la “religione” statale, esse non arrestano la loro fame rivoluzionaria: ottenuto il divorzio e l’aborto negli anni ‘90 inizia la terza ora del movimento. Si sono raggiunti i pari diritti nel mondo occidentale, ma non è ancora arrivato il tempo del post-femminismo, infatti la cultura generale prosegue la sua lotta antagonista contro i maschi, che si fa dura soprattutto nel mondo del lavoro al fine di colmare il divario salariale tra uomini e donne e possano quest’ultime arrivare ad ambiti traguardi di carriera sia politica, sia finanziaria, sia accademica, che menageriale e ci si batte, in un pianeta lavorativo sempre più promiscuo, perché venga istituita una legislazione contro le molestie sessuali.

Libertà sfrenate, con responsabilità sempre più ridotte: sesso libero e il diritto di avere figli quando e come (figli in provetta) si vuole; divorzio libero e facoltà di cessare un’unione quando e come si vuole, senza rispetto per i sentimenti altrui, né del marito, né dei figli.  Se la donna cattolica era il perno della casa, intorno alla quale ruotava la famiglia e lei stessa era il collante di tutti i membri, la donna radicalmente femminista non si sente più legata alla dimora domestica, anzi, la misconosce e rigetta le proprie responsabilità di sposa e di madre, tradendo, così, la sua stessa natura femminile perché, a tavolino, stabilisce ciò che è bene e ciò che è male per sé, senza guardare gli altri e senza prendere in esame la realtà per quella che è.

Si è giunti al paradosso per cui, mentre le femministe degli anni Settanta e Ottanta si schieravano contro la pornografia e lo sfruttamento forma di sfruttamento del corpo femminile, dagli anni Novanta in poi si usa il corpo della donna, per commercio o per puro piacere personale della stessa donna, con grande libertinismo. Oggi il femminismo, protagonista anche dell’ideologia gender e dell’omosessualismo a tutto campo, è un’enorme rete di femminismi: mille rivoli di opinioni caotiche e deleterie, talvolta letteralmente ridicole e osceno spettacolo circense, di un tessuto sociale sempre più frantumato, dove le donne sono in balia di malsane idee di falsa libertà e di falsi diritti, prigioniere di adulteri e di fragilità incontrollate, che portano a pesanti depressioni ed ansie, sintomo di vite non realizzate, fragilità che si illudono di risolvere con  psicanalisti, psichiatri e assunzione di psicofarmaci. A tutto questo hanno portato le battagliere femministe, comprese le “eroine” Emma Bonino e Laura Boldrini. Insomma, la rivoluzione femminista sta divorando le sue figlie, ma anche gli uomini femministi, ma di loro ne parleremo la prossima puntata.

 

(2 – continua)

 

 

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