Dal latino alle lingue romanze

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Le lingue romanze in Europa

 

Il primo luogo comune da sfatare per quanto attiene all’eredità del latino è che esso sia una “lingua morta”. Il latino non è “morto”, o meglio, se proprio vogliamo mantenere “nostalgicamente” questa definizione, possiamo dire che il latino “morto” è quello degli autori, cioè quello scritto e fissato ad aeternum nelle testimonianze della storia della letteratura latina. Invece, il latino parlato (il cosiddetto sermo cotidianus o vulgaris)[1] non è affatto morto, ma vive tuttora, seppur molto cambiato, nei suoi discendenti, cioè le lingue romanze o neo-latine[2].

Il primo aspetto fondamentale dunque dello sviluppo del latino nelle lingue sue eredi è il fatto che tale sviluppo avvenne partendo dalla lingua parlata (o volgare) e attraverso (procediamo in modo molto schematico) due fasi: da latino volgare a volgare romanzo (ancora parecchio vicino al latino, ma già da esso diversificato) e da volgare romanzo alle lingue romanze vere e proprie, genitrici delle attuali lingue neo-latine[3], in cui la lingua madre (il latino), pur presente potremmo dire “in filigrana”, appare sì, ma decisamente remota.

Il secondo aspetto fondamentale di tale sviluppo (corollario del primo) è stata la sua gradualità, cioè il latino volgare non si è trasformato in volgare romanzo dall’oggi al domani tutto in un blocco né il suo sviluppo ha seguito le stesse fasi storiche, e quindi gli stessi tempi, in tutte le regioni della cosiddetta “Romània” (con l’accento sulla -à-), cioè il dominio linguistico del latino[4].

 

Marco Gavio Apicio ritratto dal cuoco Alexis Benoît Soyer (1810-1858)

 

Volendo ora soffermarci per un momento sul latino parlato, dobbiamo dire che di esso (e per sua stessa definizione) non dovremmo a rigore avere nessuna testimonianza scritta. È tuttavia vero che di esso abbiamo alcune, seppur minime, testimonianze in quelle fonti (scritte o epigrafiche) che in qualche modo hanno voluto imitare il modo di parlare della gente comune nella realtà e nella concretezza della vita quotidiana[5]. Abbiamo dunque esempi di latino parlato (appartenenti oltretutto a tempi molto diversi ed a volte molto lontani tra loro) in autori come i commediografi Plauto (III-II secolo a. C.) e Terenzio (II secolo a. C.), i testi poetici appartenenti in particolare (ma non esclusivamente) al genere della satira a partire dal II secolo a. C. fino almeno al II d. C. (da Lucilio [II secolo a.C.] a Catullo [84-54 a.C.] ed Orazio [65-8 a.C.], a Varrone Reatino [116-27 a.C.] a Persio [34-62 d.C.], Giovenale [55-130 d.C.] ed all’autore, probabilmente Seneca [4 a.C. – 65 d.C.], dell’Apokolokyntosis divi Claudii [54 d.C.] ed al Satyricon [60 d.C.] di Petronio Arbitro [27-66 d.C.]); poi alcuni testi di argomento “tecnico”, e quindi concretamente legati alla realtà, come le opere di Vitruvio (70 a.C.-15 d.C.) sull’architettura, di Frontino (40-103/4) sugli acquedotti, di Apicio (I secolo a.C. – I secolo d.C.) sulla gastronomia, di Marcello Empirico (IV-V secolo) sulla medicina, ma non mancano anche esempi nel genere epistolare (specie le Ad familiares di Cicerone [106-43 a.C.]), oppure opere (specialmente di autori cristiani) già più vicine agli anni della decadenza, quali il diario di viaggio anonimo detto Peregrinatio Egeriae (inizi V secolo), le traduzioni della Bibbia come la Itala Vetus[6], alcune operette di Sant’Agostino (354-430) e di altri autori cristiani del IV-V secolo.

Nel campo invece delle testimonianze epigrafiche (cioè le iscrizioni) possiamo ricorrere al Corpus Inscriptionum Latinarum [CIL], opera di Th. Mommsen (1817-1903), e di altri suoi collaboratori e corrispondenti locali, a partire dal 1847; tra le iscrizioni ricordiamo soprattutto quelle di Pompei ed Ercolano, ma anche altre di maledizione o formule magiche, redatte in genere su tavolette e lastre, di piombo o altro materiale.

 

Christian Matthias Theodor Mommsen (1817-1903)

 

Differenze tra latino ed italiano (ed eventualmente altre lingue romanze)

 

Fonetica

 

La principale differenza fonetica tra il latino e le lingue romanze (quasi tutte: fa eccezione – in parte – il lombardo occidentale) è la scomparsa della quantità, cioè la differenza tra vocali lunghe e vocali brevi, fenomeno che in latino permetteva di distinguere, per es., tra un caso ed un altro o tra due tempi verbali differenti. Si aggiunge poi la chiusura di molti dittonghi a vocali semplici: es.: ae, oe > e, au > o; aequus > equo; Claudius > Claude, letto però *Clod, in francese, o ancora Claudia > Clodia > Chioggia oppure, con doppia derivazione (da pronuncia dotta e popolare), Maurus > Mauro/Moro.

La perdita del senso della quantità ha provocato, a compenso, la nascita del fenomeno dell’apertura/chiusura delle vocali (é/è, ó/ò) e l’avvento del cosiddetto “dittongo mobile” (venit > viene; bonus > bono/buono).

Sempre come fenomeno fonetico ricordiamo, in italiano, la caduta delle consonanti finali, fenomeno che, in francese (e nel gallo-italico), si estende alla caduta della sillaba post-tonica, cioè quella successiva all’accento tonico. Es.: caballum > cavallo, cheval (caval).

 

Morfologia

Nominale

Nel campo morfologico nominale notiamo la scomparsa delle declinazioni (tranne che nel romeno)[7], che rimangono come semplici “marche” di genere (maschile e femminile) e di numero (singolare e plurale), con la conseguenza della comparsa degli articoli determinativi (dal pronome ille), e quindi delle preposizioni articolate, e di quelli indeterminativi (dal numerale cardinale unus). Altra conseguenza della perdita dei casi è che l’ordine delle parole si fa più rigido, obbligando a collocare in genere il soggetto al primo posto nella frase ed i complementi dopo il verbo (S – V – O).

La scomparsa dei casi fa sì che da uno di essi (l’accusativo o l’ablativo) si formino le nuove parole, mentre per i complementi indiretti si generalizzi la loro formazione con l’uso della preposizione (di < de, a < ad, da < de, con < cum, per < per ecc.) più la nuova formazione lessicale (de illo patre > del padre; ad illam matrem > alla madre ecc.).

Scomparsa del neutro, se non in forme cristallizzate di plurale neutro latino quali paia, uova.

Scomparsa del numero duale (ancora presente in greco, ma già rarefatto in latino), del quale permangono solamente le forme due (< lat. duo) e ambo (< lat. ambo).

Nella formazione del comparativo prevale la forma analitica (plus + agg.) rispetto a quella sintetica (-ior, -ius), tranne che in forme “irregolari” quali “migliore, superiore” ecc, a differenza del superlativo che mantiene sia la forma sintetica (-issimus o –errimus) che quella analitica (multo + agg.).

Come pronomi ed aggettivi dimostrativi si affermano le forme composte, formate dal pronome relativo più il dimostrativo (quello < quem illum; questo < quem istum), di contro alle forme semplici (ille, iste, hic).

 

Verbale

Scompaiono i verbi deponenti latini (con forma passiva ma valore attivo), lasciando solamente le diatesi attiva e passiva; di conseguenza in italiano la forma riflessiva si può avere solo con il pronome riflessivo come complemento del verbo (io mi vedo), mentre in latino, oltre a questa possibilità, esisteva anche quella di usare il deponente con valore “mediale”, cioè riflessivo o di interesse.

Le coniugazioni verbali passano da quattro a tre, unendo la seconda e la terza latina nella seconda italiana[8].

Le forme passive sono sempre perifrastiche, cioè formate dal participio passato + il verbo sum, mentre in latino questa possibilità era solo per i tempi derivati dal tema del perfetto, avendo, quelli formati dal tema del presente, la forma passiva sintetica (es.: laudor, “sono lodato”; laudatus sum, “sono stato lodato”).

Nasce il condizionale, distinguendosi dal congiuntivo imperfetto, per cui il congiuntivo imperfetto latino haberem si sviluppa sia come congiuntivo (io avessi) che come condizionale (io avrei); per gli altri verbi possiamo pensare ad uno sviluppo della forma perifrastica con l’infinito + congiuntivo imperfetto di habere: laudare haberem > loderei, mentre haberem laudatum > avrei lodato.

Allo stesso modo nascono altre forme verbali perifrastiche, da modi quali collectum habeo: “io ho, dopo aver raccolto”, quindi “io ho raccolto” oppure anche il futuro detto appunto “perifrastico” (laudare habeo, “loderò”).

Altre forme verbali che scompaiono sono: l’imperativo futuro, il supino, il gerundivo (tranne pochi casi usati come sostantivi: agenda, locanda, educanda, faccenda…); allo stesso modo si rarefa il participio futuro, che si riduce a poche forme cristallizzate come sostantivi (futuro, nascituro, venturo…).

Il gerundio latino si trasforma: scompaiono tutti i suoi casi, che davano luogo alla declinazione dell’infinito, tranne l’ablativo, che diventa predicato di una proposizione circostanziale (legendo, non più “col leggere”, ma “leggendo”), assumendo così – all’incirca – il valore dell’ablativo assoluto latino.

 

Sintassi

 

Le principali differenze sintattiche tra il latino classico e l’italiano, derivate tuttavia da caratteristiche già presenti in larga misura nel latino, seppur scritto, ma tardo (specie negli autori cristiani) sono:

la prevalenza della paratassi sull’ipotassi, cioè la coordinazione tra le proposizioni prevale sulla loro subordinazione;

prevale la risposta con la semplice negazione (o affermazione) in luogo dell’uso del verbo[9];

abbiamo inoltre la scomparsa della negazione ne e della doppia negazione con valore affermativo (latino: vidi neminem; italiano: non ho visto nessuno);

nelle proposizioni subordinate dichiarative-oggettive assistiamo al prevalere della forma quod (it. che) + ind. o cong. in luogo del classicheggiante accusativo e infinito (es.: Dico te bonum esse diventa Dico quod tu bonus es/sis > ital. Dico che tu sei buono). Similmente troviamo sempre più frequentemente (anche se non esclusivamente) l’infinito usato come predicato implicito nelle secondarie (in luogo di ut + cong.); es.: hortor te ut hoc facias > hortor te hoc facere > ital. ti esorto a fare ciò (raramente: affinché tu faccia ciò). Ugualmente l’infinito viene usato anche come sostantivo, venendo quindi declinato (leggere, a leggere, di leggere…).

 

[1] Bisogna tuttavia porre la dovuta attenzione sul fatto che tale lingua quotidiana non era una lingua esclusivamente “popolare” (e quindi in buona misura “indotta”), ma era la lingua usata quotidianamente da tutti i parlanti latini, dagli intellettuali al popolino. Esemplificando, un intellettuale (come poteva essere, per es., Cicerone), parlando, non usava sempre e comunque «equus», mentre un suo servo diceva «caballus», ma entrambi, nella lingua quotidiana, usavano «caballus», anche se l’intellettuale, scrivendo poi sue eventuali opere letterarie, usava invece «equus». Ovviamente in questa lingua parlata, proprio per la sua trasversalità, erano presenti varianti diastratiche (a seconda appunto del grado di cultura ed educazione del parlante): tali varianti della lingua parlata hanno permesso la presenza, nelle lingue romanze, di termini tra loro molto simili (a volte addirittura sinonimi), ma di estrazione culturale diversa (es. in italiano: vizio/vezzo, plebe/pieve, angoscia/angustia ecc.).

[2] Tali lingue sono, se usiamo lo schema delle lingue nazionali (cioè ufficiali), portoghese, spagnolo, francese, italiano, ladino e romeno, a cui si possono aggiungere catalano (per motivi amministrativo-politici) e provenzale (per motivi culturali). Se invece seguiamo uno schema più ampio, e scientificamente più corretto dal punto di vista linguistico, sono lingue romanze tutte le parlate (quindi anche i più diversi e microscopici dialetti) derivate dal latino. È poi anche vero che talora la differenza tra parlate dei due gruppi si annulla: è il caso del dialetto monegasco, parlato da poche centinaia (voglio essere ottimista) di persone, che è anche per certi aspetti lingua ufficiale, insieme al francese, del principato di Monaco. Aggiungiamo poi ancora che, della compagine romanza, fanno parte anche lingue ora estinte, come ad esempio il vegliotto, cioè la variante veneto-istriana parlata un tempo nell’isola di Veglia.

[3] Per fare un esempio che ci tocca da vicino il latino parlato nel Piemonte occidentale si trasformò da principio in quella che gli studiosi chiamano «lingua d’é» (cioè del sì) o volgare pedemontano (arriviamo fino circa al secolo XII) e poi in piemontese. Va da sé che – date le premesse di maggiore “latinità” dei volgari romanzi ricordate nella nostra analisi –quelli parlati in zone limitrofe (es: borgognone, savoiardo, pedemontano, lombardo, ligure) fossero tra loro molto più simili di quanto poi lo siano diventate le rispettive lingue moderne.

[4] A questo proposito lo sviluppo da latino a lingua volgare è stato più rapido e intenso, in genere, nelle regioni più periferiche del dominio linguistico romanzo.

[5] Come indicazione bibliografica per approfondire tale argomento possiamo citare V. Väänänen, Introduzione al latino volgare; Bologna 1971; 19823.

[6] Termine utilizzato per indicare tutte le traduzioni della Bibbia in latino, fatte da vari autori, tra il II ed il IV secolo.

[7] In realtà, nel romeno i casi della declinazione latina, oltre al nominativo, si sono ridotti semplicemente a due (genitivo/dativo), mentre in italiano (e in altre lingue romanze) un esempio di declinazione è rimasto nei pronomi personali: io (soggetto), me/mi (compl. oggetto e casi indiretti).

[8] C’è tuttavia da notare che parecchi verbi latini, passando all’italiano, cambiano di coniugazione, come, ad esempio, ammonire (3a), da admonere (2a).

[9] Latino. D. Facis-ne hoc? R. Facio (“fai questo? Lo faccio, cioè “sì”). Italiano. D. Fai questo? R. Sì/No.

 

 

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