Editoriale «Radicati nella fede» – Anno I n° 3 – Novembre 2008

 

Vi raggiungiamo con questo numero di novembre dopo aver vissuto intensamente il mese di Ottobre, tutto dedicato alla preghiera del Santo Rosario e ad un profondo affidamento a Maria Santissima, e mentre ci prepariamo a celebrare la solennità di Ognissanti con la Commemorazione di tutti i fedeli defunti: tutti forti inviti a sollevare lo sguardo per considerare la Vita Eterna come la realtà più vera, evitando quell’immanentismo imperante che fa considerare le cose della terra, quelle che facciamo noi, come le uniche importanti. A inizio mese, come vedrete, avremo la grazia di un pellegrinaggio alla Sacra di S. Michele, in val di Susa dove pregheremo l’Arcangelo perché ci difenda nella lotta contro il Maligno, cosa che siamo abituati a fare dopo ogni messa feriale con le preghiere di Leone XIII. Là sarà celebrata la S. Messa in suffragio di tutti i nostri cari defunti, essendo tra l’altro l’ “ottava dei morti”.

Intanto proseguono le discussioni sulla Messa, si moltiplicano le interpretazioni sul Motu Proprio Summorum Pontificum, specialmente nelle conversazioni tra la gente se ne sentono “di tutti i colori”: saremo ingenui… ma ne siamo contenti! Che si parli della Messa! Perché parlare della Messa è parlare di Cristo e della sua Chiesa, è parlare della sua Grazia che santifica. E’ vero, a volte si parla senza cognizione di causa, ma intanto almeno l’oggetto dell’argomento è serio e anche una conversazione partita male può accendere una santa curiosità. Ciò che conta, questo sì, è non fermarsi in superficialità ma approfondire. Noi, semplici come siamo, tentiamo di farlo.

Vi lasciamo alla lettura un brano dell’autobiografia dell’allora Card. Ratzinger, oggi Benedetto XVI, che ben può illuminare le ragioni profonde della “liberalizzazione” della Messa Tradizionale da parte del Papa: ragioni profonde di fede e non vile calcolo “politico” per riavvicinare i Tradizionalisti come qualcuno vorrebbe far credere. Il Papa è il custode del deposito della fede, non lo può manipolare, ma lo deve consegnare, e di questo deposito fa parte anche la Messa.

«Il secondo grande evento all’inizio dei miei anni di Ratisbona fu la pubblicazione del messale di Paolo VI, con il divieto quasi completo del messale precedente, dopo una fase di transizione di circa sei mesi. Il fatto che, dopo un periodo di sperimentazioni che spesso avevano profondamente sfigurato la liturgia, si tornasse ad avere un testo liturgico vincolante, era da salutare come qualcosa di sicuramente positivo. Ma rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale. Il messale precedente era stato realizzato da Pio V nel 1570, facendo seguito al concilio di Trento; era quindi normale che, dopo quattrocento anni e un nuovo Concilio, un nuovo papa pubblicasse un nuovo messale. Ma la verità storica è un’altra. Pio V si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in… …uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli. Non diversamente da lui, anche molti dei suoi successori avevano nuovamente rielaborato questo messale, senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui, pero, la continuità non veniva mai distrutta. Un messale di Pio V che sia stato creato da lui non esiste. C’è solo la rielaborazione da lui ordinata, come fase di un lungo processo di crescita storica. Il nuovo, dopo il concilio di Trento, fu di altra natura: l’irruzione della riforma protestante aveva avuto luogo soprattutto nella modalità di “riforme” liturgiche. Non c’erano semplicemente una Chiesa cattolica e una Chiesa protestante poste l’una accanto all’altra; la divisione della Chiesa ebbe luogo quasi impercettibilmente e trovò la sua manifestazione più visibile e storicamente più incisiva nel cambiamento della liturgia, che, a sua volta, risultò parecchio diversificata sul piano locale, tanto che i confini tra cosa era ancora cattolico e cosa non lo era più, spesso erano ben difficili da definire. In questa situazione di confusione, resa possibile dalla mancanza di una normativa liturgica unitaria e dal pluralismo liturgico ereditato dal medioevo, il Papa decise che il Missale Romanum, il testo liturgico della città di Roma, in quanto sicuramente cattolico, doveva essere introdotto dovunque non ci si potesse richiamare a una liturgia che risalisse ad almeno duecento anni prima. Dove questo si verificava, si poteva mantenere la liturgia precedente, dato che il suo carattere cattolico poteva essere considerato sicuro. Non si può quindi affatto parlare di un divieto riguardante i messali precedenti e fino a quel momento regolarmente approvati. Ora, invece, la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche». (J.Ratzinger, La mia vita: ricordi, 1927-1977, Cinisello Balsamo: San Paolo, 1997,110-113).

 

 

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