Bologna 5 marzo 1922: cento anni fa nasceva Pier Paolo Pasolini, un intellettuale (scrittore, drammaturga, pittore, regista…)  antiborghese e comunista, omosessuale, con l’ossessione del sesso, fino a morirne. Divenuto un “mito” della “grande cultura” progressista italiana, i suoi lavori letterari e cinematografici continuano ad essere declamati e considerati dei “capolavori”. Il mondo LGBTQ è molto attento alla sua figura. Scrive infatti il Centro Studi Pier Paolo Pasolini, che ha sede nella dimora della famiglia materna dell’intellettuale:

«L’opera di Pasolini anticipa molte tematiche che il movimento queer internazionale ha cominciato ad affrontare almeno un decennio dopo; in Italia ancora si fa fatica a parlare di certi temi e si preferisce l’immagine monolitica e rassicurante di un Pasolini ‘martire dell’omofobia’ […] Negli ultimi dieci anni, a seguito di una crisi generale della società e della cultura politica italiana (e in generale di gran parte dell’attivismo) il movimento di liberazione omosessuale ha subito una contrazione e un netto ridimensionamento, tanto più grave questo ultimo se comparato con i progressi fatti dai movimenti nazionali per esempio in America, in Spagna, in Francia, in Inghilterra. Questo, tuttavia, non ha impedito a una cultura genericamente queer di svilupparsi e diffondersi nel nostro paese e, anche se con un certo ritardo, di aprire discussioni su temi ancora controversi, come la sessualità non esercitata all’interno della coppia, le pratiche sessuali non-vanilla ecc. Tutte tematiche, come vedremo, che si ritrovano nelle opere di Pasolini » .

Ad un secolo dalla sua nascita i media lo osannano, anche il Presidente Mattarella della Repubblica Sergio Mattarella ne ha parlato, proprio ieri, affermando: «Pier Paolo Pasolini ha impresso un segno importante nella cultura italiana e la sua lezione continua a parlarci con il linguaggio affilato dei suoi scritti e delle sue immagini, con l’assoluta originalità delle sue visioni, con quell’attenzione alle marginalità – cifra distintiva della sua opera – che in lui esprimeva un desiderio di pienezza umana».

Nel corso del 1947 si iscrisse al PCI di San Giovanni di Casarsa, di cui divenne segretario nel 1949. Il 26 gennaio del 1947 scrisse sul quotidiano “Libertà” di Udine: «Noi, da parte nostra, siamo convinti che solo il comunismo attualmente sia in grado di fornire una nuova cultura “vera”, ( […] ) una cultura che sia moralità, interpretazione intera dell’esistenza». Si abbeverò di Karl Marx e soprattutto dei libri di Antonio Gramsci.

I dirigenti del PCI di Udine, il 26 ottobre 1952 decisero di espellerlo dal partito «per indegnità morale e politica» e anche sospeso dall’insegnamento per atti osceni in luogo pubblico con tre minori. Si autodefinì una sorta di “poeta maledetto”: «La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde, ch’io lo voglia o no, che altri lo accettino o no».

In questo periodo strinse amicizia con Giorgio Caproni, Carlo Emilio Gadda e Attilio Bertolucci grazie al quale firmerà il primo contratto editoriale per una Antologia della poesia dialettale del Novecento che uscirà nel dicembre del ’52 con una recensione di Eugenio Montale. Nel 1953 prese a lavorare a un’antologia della poesia popolare, per la collana dell’editore Guanda diretta dall’amico Bertolucci, che uscirà con il titolo Canzoniere italiano nel 1955 e nel frattempo pubblicò il primo volumetto di versi friulani Tal còur di un frut. Nell’ottobre dello stesso anno uscì su “Paragone” un’altra anticipazione del futuro Ragazzi di vita e Bertolucci lo presentò a Livio Garzanti perché si impegnasse a pubblicare il romanzo. Nel 1954, in situazione di ristrettezze economiche, riesce a far pubblicare La meglio gioventù, presso l’editore Sansoni, una raccolta di poesie in friulano con una dedica a Gianfranco Contini, con cui Pasolini vinse il Premio Giosuè Carducci ex aequo con Paolo Volponi, premio storico della città di Pietrasanta.

Risale al marzo del 1954 il suo primo lavoro cinematografico grazie alla collaborazione con l’amico Giorgio Bassani per la sceneggiatura del film di Mario Soldati La donna del fiume. Il lavoro con il cinema gli permette di lasciare l’insegnamento e trasferirsi nell’aprile del 1954 in un appartamento in via Fonteiana. Intanto Vittorio Sereni gli propone di pubblicare una raccolta di poesie nella collana per La Meridiana che curava insieme a Sergio Solmi che uscirà nel gennaio del 1954 con il titolo Il canto popolare e che confluirà in seguito nell’opera Le ceneri di Gramsci“.

Tra il 1955 e il 1960 Pasolini, iniziando con il successo di Ragazzi di vita, assunse un ruolo centrale nel panorama della cultura italiana. Il 13 aprile del 1955 Pasolini spedì all’editore Garzanti il dattiloscritto completo di Ragazzi di vita che viene dato alle bozze. Il romanzo uscirà quello stesso anno ma il tema scabroso che trattava, quello della prostituzione omosessuale maschile, causa all’autore accuse di oscenità.[ Nonostante l’intervento feroce della critica e l’esclusione dal premio Strega e dal premio Viareggio, il libro ottenne un grande successo: l’autore venne festeggiato a Parma da una giuria presieduta da Giuseppe De Robertis, vincenedo il «Premio letterario Mario Colombi Guidotti». Nel frattempo la magistratura di Milano aveva accolto la segnalazione della presidenza del consiglio dei ministri, rappresentata da Antonio Segni, di “carattere pornografico” del libro.

Nel mese di agosto scrisse la sceneggiatura per il film di Mauro Bolognini, Marisa la civetta, e contemporaneamente collaborò con Fellini alle Notti di Cabiria. Alternando il suo impegno di cineasta con quella di letterato, scrisse, in questo periodo, articoli di critica sul settimanale “Il Punto” (la prima recensione sarà per “La Bufera” di Montale) e assistette i nuovi giovani scrittori di «Officina», come Arbasino, Sanguineti e Alfredo Giuliani, che emergeranno in seguito nel «Gruppo ’63». Fece nuove amicizie tra le quali si annovera quella con Laura Betti, Adriana Asti, Enzo Siciliano, Ottiero Ottieri.

Ispirato dalla crisi ideologica e politica in atto (il rapporto Kruscev al XX Congresso del Partito comunista sovietico aveva segnato il rovesciamento dell’epoca staliniana mettendo in evidenza il contrasto con quanto era successo in Polonia e in Ungheria), il 1956 sarà l’anno della stesura definitiva delle “Ceneri di Gramsci” e della prima bozza del romanzo Una vita violenta.

Nel corso della sua vita Pasolini ricevette 24 denunce e/o querele. Il 30 giugno del 1960 Pasolini venne convocato in commissariato per ricevere una denuncia della polizia per favoreggiamento personale perché aveva dato un passaggio a due ragazzi di Trastevere che erano stati coinvolti in una rissa. Ne risulterà innocente.

Nel marzo del 1968 venne dato alle stampe il romanzo Teorema, che sarà trasformato successivamente nel soggetto di un film, girato nella primavera dello stesso anno, che verrà presentato alla Mostra di Venezia il 4 settembre, alla critica, e che vincerà il secondo premio della carriera di Pasolini, il «Premio OCIC» (Office Catholique International du Cinèma). Il 13 settembre la Procura di Roma ordinò il sequestro del film per oscenità.

In seguito ai celebri scontri di Valle Giulia, scoppiati tra i reparti della polizia che avevano occupato preventivamente la facoltà romana di Architettura e giovani studenti, Pasolini scrisse la poesia Il P.C.I. ai giovani!! che, destinata alla rivista Nuovi Argomenti uscì senza preavviso su «L’Espresso» scatenando una forte polemica. Nella poesia Pasolini si rivolge ai giovani dicendo che la loro è una falsa rivoluzione e che essi sono solamente dei borghesi conformisti, strumenti nelle mani della nuova borghesia.

«Ho passato la vita a odiare i vecchi borghesi moralisti, e adesso, precocemente devo odiare anche i loro figli… La borghesia si schiera sulle barricate contro sé stessa, i “figli di papà” si rivoltano contro i “papà”. La meta degli studenti non è più la Rivoluzione ma la guerra civile. Sono dei borghesi rimasti tali e quali come i loro padri, hanno un senso legalitario della vita, sono profondamente conformisti. Per noi nati con l’idea della Rivoluzione sarebbe dignitoso rimanere attaccati a questo ideale».

Il film «Il Vangelo secondo Matteo», cronachistico e lontano dalla fede evangelica, venne accusato di vilipendio della religione. La figura di Cristo fu affidata al catalano Enrique Irazoqui,  allora sindacalista diciannovenne, in Italia per cercare appoggi alla lotta contro il regime franchista; mentre la Madonna venne interpretata dall’anziana madre del regista. La prima del film fu presentata alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia: Pier Paolo Pasolini ed Aldo Moro erano seduti uno accanto all’altro. L’ «Unità» ne scrisse in questi termini: «… il nostro cineasta ha soltanto composto il più bel film su Cristo che sia stato fatto finora, e probabilmente il più sincero che egli potesse concepire. Di entrambe le cose gli va dato obiettivamente, ma non entusiasticamente atto».

La notte del 2 novembre 1975, Pasolini, all’età di 53 anni, fu brutalmente assassinato, venendo percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, località del comune di Roma. Il cadavere massacrato venne ritrovato da una donna alle 6:30 circa; sarà l’amico Ninetto Davoli (suo amante) a riconoscerlo. Dell’omicidio fu incolpato Giuseppe “Pino” Pelosi, diciassettenne di Guidonia Montecelio, già noto alla polizia come ladro di auto e “ragazzo di vita”, fermato la notte stessa alla guida dell’auto dello scrittore. Pelosi affermò di essere stato avvicinato da Pasolini nelle vicinanze della Stazione Termini, presso il Bar Gambrinus di piazza dei Cinquecento, e da questi invitato sulla sua vettura, un’Alfa Romeo 2000 GT Veloce, dietro la promessa di un compenso in denaro.

Dopo una cena offerta dallo scrittore nella trattoria Biondo Tevere nei pressi della basilica di San Paolo, i due si diressero alla periferia di Ostia. La tragedia, secondo la sentenza, scaturì a seguito di una lite per pretese sessuali di Pasolini che Pelosi non voleva soddisfare, degenerata in un alterco fuori dalla vettura. Il giovane sarebbe stato quindi minacciato con un bastone, del quale poi si sarebbe impadronito per percuotere Pasolini fino a farlo stramazzare al suolo, gravemente ferito ma ancora vivo. Pelosi quindi sarebbe salito a bordo dell’auto di Pasolini ed avrebbe travolto più volte con le ruote il corpo, sfondandogli la cassa toracica e provocandone la morte. Gli abiti di Pelosi non mostrarono tracce di sangue. Pelosi venne condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti e il 4 dicembre del 1976, con la sentenza della Corte d’Appello che, pur confermando la condanna dell’unico imputato, riformava parzialmente la sentenza di primo grado escludendo ogni riferimento al concorso di altre persone nell’omicidio.

 

 

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