Il pensiero laico ne ha fatto un mito, i cosiddetti cattocomunisti ne hanno fatto un “santo”, storici e studiosi cattolici che l’hanno letto senza filtri ideologici spiegano oggi chi è stato veramente don Lorenzo Milani attraverso una recente pubblicazione delle Edizioni Solfanelli, Da Barbiana al Forteto (Don Milani e il donmilanismo), volume collettaneo curato da Pucci Cipriani e Ascanio Ruschi «che ha il merito di smascherare il don Milani aureolato dei catto-marxisti e dei progressisti», scrive l’onorevole Vito Comencini nella presentazione del libro, «mostrandone invece il vero volto e le opere, poiché è da queste che si riconosce l’albero buono: “Bona arbor bonos fructus facit” (Mt. 7, 17). Il don Milani di cui ci parlano Cipriani e Ruschi è alla continua ricerca di un “di più”, dell’inciampo, del tradimento e quindi del male travestito da bene. Il fatto che a farne le spese siano stati dei bambini e dei ragazzi è certamente una grossa e ulteriore aggravante».

Diversi sono i contributi, a testimoniare che l’impresa “educativa” di don Milani, supportata mediaticamente e politicamente, è stata fallimentare già quando venne avviata per poi diventare un incubo per molti allievi ed un modello pieno di errori e di inganni. Eppure ancora oggi, a più di 50 anni dall’esperienza di Barbiana e del Forteto, c’è ancora chi inneggia al democratico prete della lotta di classe, che inneggiava alla scuola che si faceva beffe dello straordinario patrimonio pedagogico pre sessantottino. «Né conforta (a proposito di frutti)», prosegue Comencini, «un certo discepolato milaniano: dal fotografo Oliviero Toscani, al Sindaco della mia città, Verona. Per fare solo due esempi. Del primo, tutti rammentano le ricorrenti campagne blasfeme. Per l’ex calciatore Damiano Tommasi, cattolicissimo bon butèl (bravo ragazzo, come si usa dire nella città scaligera) parlano i suoi atti, a cominciare dalla sua partecipazione alle parate dei sodomiti, al patrocinio comunardo ai libretti transgender, al sostegno all’utero in affitto e ai napoleonici massacratori dei suoi stessi concittadini, al tempo della gloriosa insurrezione delle Pasque Veronesi (17-25 aprile 1797). Insomma il peggio dell’Occidente consumistico, ultraliberale e perverso, sempre schierato con la Rivoluzione».

Rivoluzione e tradizione (restaurazione), due opposti che non potranno mai incontrarsi perché un conto è riformare (riportare alla forma, all’ordine) per seguire le necessità in corso, un conto è rivoluzionare (condurre al rivolgimento, alla ribellione, all’odio). Per comprendere veramente chi sia stato don Lorenzo Milani occorre leggere questo saggio, che offre l’opportunità anche di trovare le risposte a tutti coloro che negano la realtà dei fatti.

Ricchi i contenuti dei capitoli, che offrono un panorama esaustivo di un pessimo maestro che invece di portare bene, ha alimentato il fuoco della lotta di classe, che invece di utilizzare il Vangelo per educare alla pace, alla concordia, alla serenità interiore e con il prossimo, lo ha travisato in termini politici per usi di propaganda rivoluzionaria come facevano i credenti più in Marx che in Cristo.

Emergono le parole d’ira di un prete, incredibile a dirsi, pieno di livore, che aveva espressioni e atteggiamenti non consoni ad un educatore. Per esempio, i suoi ragazzi non potevano mai prendersi spazi di gioco e divertimento, perché tutto il loro tempo era destinato a “prendere coscienza” della loro condizione sociale disagiata provocata, diceva don Milani, dalla cultura patriarcale e autoritaria, compresa la gerarchia ecclesiastica che “pretendeva” una scuola meritocratica.

Come non ricordare il famoso libro Lettera a una professoressa, afferma Pucci Cipriani, «in cui il priore di Barbiana predicava un’utopica scuola […] senza registri, senza voti, che vendicasse “la classe proletaria”»?«Quella lettera, tra l’altro, minacciava di “mandare in Siberia” quei professori che avessero storto la bocca e avessero sentito nostalgia del latino e che, quindi, “amavano i signorini della vecchia scuola media” […] don Lorenzo afferma che “La Chiesa cattolica (…) ha le mani insanguinate” per cui le sue strutture “devono essere spazzate per il bene dell’umanità”» (p. 41).

Sull’onda di quanto fece l’abate Ferrante Aporti nel XIX secolo, il quale tolse tutte le immagini sacre dalle aule scolastiche, don Milani tolse dalla scuola parrocchiale di Calenzano il crocifisso, rivendicando così la sua assoluta libertà davanti ad ogni autorità ecclesiastica. Così diceva il “grande” pedagogo del XX secolo: «Io a scuola sputtano tutto quello che mi passa per il capo (…) posso benissimo permettermi di dire tutte le cose più sporche ed eretiche”. Si capisce il perché la “Lettera” divenne il manifesto degli studenti e dei docenti di allora che trasformarono la scuola in quella che avemmo e abbiamo tuttavia sotto gli occhi: il piffero che sostituì la lingua latina, l’abolizione del voto e della serietà negli esami, insomma l’abolizione della meritocrazia» (pp. 41-42).

Quella infausta Lettera contribuì, nell’ubriacatura rivoluzionaria del ’68, ad abbassare il livello della scuola dell’obbligo e a rendere “amichevole”, quindi caotico, il rapporto insegnante-allievo, confondendo i piani: non più una formazione seria e rigorosa per fare uomini e donne responsabili e pronti alla vita nei propri settori, bensì un’istruzione parziale e di parte, volta ai dettami della cultura di sinistra, dove si faceva credere di dare voce a chi non ne aveva, in realtà si aprivano i megafoni alla don Milani per sbraitare che le generazioni precedenti non avevano più nulla da insegnare: erano arrivati i giorni del riscatto, della “libertà” individuale e sessuale, dell’emancipazione.

Spiega Antonio Ruschi: «Si nota una certa superbia che, accettabile negli slanci giovanili, con il passare degli anni assumerà sempre di più le tinte di un vero e proprio orgoglio. Un manicheismo in salsa borghese, che divideva in buoni e cattivi, secondo l’appartenenza sociale, che il giovane prete riverserà nella sua idea di scuola: via il latino, via le vecchie e inutili materie letterarie, per dare ingresso all’educazione civica, alla lettura dei quotidiani, eliminazione della bocciatura in quanto strumento della diseguaglianza, estensione dell’orario scolastico (c. d. tempo pieno) e abolizione delle vacanze. La scuola come luogo totalizzante della formazione e della crescita dell’individuo» (p. 108).

L’ora di religione, cosa serviva? Venne abolita, così come la domenica, che non era dedicata al Signore, bensì alla scuola. Neppure la ricreazione aveva più senso, fu depennata da don Milani perché il tempo era prezioso per “capire”, lottare e farsi le proprie ragioni per non essere più inferiori rispetto al nemico da combattere; bisognava gridare alla rivoluzione, formandosi politicamente anche attraverso la deformazione del patrimonio culturale cristiano.

Siamo grati ai curatori e all’Editore Marco Solfanelli che ci forniscono strumenti di questo calibro in tempi di follia collettiva, dove il mondo occidentale non solo va al contrario, ma si autodistrugge a cominciare da una pedagogia che osa corrompere l’innocenza, azione nefasta che don Lorenzo Milani contribuì a mettere in moto.

Scriveva già Monaldo Leopardi, padre di Giacomo, che assistette nel suo secolo al lancio aggressivo e violento del liberalismo e attraverso la sua lente possiamo già vedere i prodromi dell’educazione odierna: «Che educazione savia può oggi avere la gioventù, se tutto è libertà, mal esempio, scostumatezza nelle case, nelle strade, nelle scuole, e fino nel Tempio santo di Dio?».

 

Indice del libro

Introduzione di Vito Comencini

Da Don Milani al Forteto – una questione metafisica di  Carlo Manetti

Don Lorenzo Milani, pedagogo modernista di Roberto de Mattei

La Rivoluzione proletaria del “buon cappellano” di Giano Accame

La testimonianza del decano del clero fiorentino su don Milani di Don Mario Faggi

 Testimonianza di un ispettore ministeriale della Pubblica Istruzione di Enrico Nistri

Il metodo educativo di Don Bosco e quello di don Milani di Cristina Siccardi

Don Milani e i “Maestri” del ’68, così il prete rosso si fede mito di Pucci Cipriani

“Lettera a una professoressa”. L’utopia al potere di Pucci Cipriani

Quando monsignor Stefani tenne lezione di Vangelo ai ragazzi di don Milani di Pucci Cipriani

Don Lorenzo Milani: Maestro buono? di Pier Luigi Tossani

L’intoccabile don Milani di Ascanio Ruschi

Il “Magistero” donmilaniano, un errore fin nel nome di Alberto De Marchi

Il Forteto, catastrofe del cattocomunismo fiorentino ovvero come il donmilanismo-meuccismo partorì e sostenne una thelema mugellana in forma di cronologia di Stefano Borselli

Il Forteto – La dottrina e qualche aggiornamento, con l’arrivo dei bolognesi di Stefano Borselli e Pier Angelo Vassallo

I motori della sodomia di massa. La metamorfosi dell’ideologia e le farfalle dei teologi modernizzanti di Pier Angelo Vassallo

Un prequel – Il viaggio in Cina del giudice Meucci di Stefano Borselli (a cura di)

I venerati maestri e gli attraenti scenari esistenziali di Stefano Borselli

Il Forteto, vicenda esemplare di Armando Ermini

Il Forteto. Parte quinta

Una singolare lettera di don Milani riapre la questione Barbiana-Forteto di Armando Ermini

 

 

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