Nella primavera del 1706, tutta la popolazione di Torino era coinvolta nella costruzione delle gallerie antimine, mine e contromine, una fitta ragnatela di cunicoli a cui lavoravano non solo Pietro Micca o il Principe Eugenio, ma anche Luisa Isabella Savoia di Carignano, anche i fornai ed i fornitori di legna da ardere, i venditori di stoffe e persino frate Andrea, che fu testimone dal convento di Madonna di Campagna. Fu allora che, per alloggiare tutta la manodopera, venne costruito il primo quartiere dormitorio. Nei primi giorni di settembre ormai, francesi e spagnoli, le Due Corone, unite contro i Piemontesi erano ovunque attorno a Torino ed avevano persino costruito una linea fortificata sulla collina chierese posizionandovi molti uomini. Torino però non era ancora accerchiata completamente. La città, l’esercito e quanto rimaneva della popolazione, erano rimasti ormai senza provviste di viveri, non avevano cibo, né munizioni e la situazione era veramente ormai senza via d’uscita.

 

Giuseppe Pietro Bagetti, Vittorio Amedeo II e il Principe Eugenio preparano il piano d’attacco dalla collina di Superga , Torino 1706

 

Chi non era morto in combattimento era morto di fame e, nel timore della peste, si ammucchiavano insieme i corpi dei morti e dei feriti per bruciarli tutti insieme. Un quadro al di là di ogni peggior immaginazione. Sulla collina di Superga, i due cugini, Amedeo ed Eugenio, percorsero con lo sguardo tutta la cornice intorno e videro che là, tra la Stura di Lanzo e la Dora Riparia, un piccolissimo tratto di linea d’assedio era sguarnito, senza soldati nemici. I nemici non si riconoscevano facilmente se non dal colore della divisa. Avevano tutti, amici e nemici, la stessa paura, la stessa fame. Erano finite le scorte, pure i topi.

Le divise dei Savoia erano di buona stoffa, in panno con camicia bianca e giustacorpo grigio-bianco. I colori cambiavano in base al ruolo e all’ordine. Da qualche anno, Vittorio Amedeo II aveva stabilito che al giustacorpo si aggiungesse la mostra, ossia il paramento e che si adottassero le mezze maniche strette, allungate verso il polso. Si misero le patte alle tasche, sempre basse. Verso fine secolo i calzoni diventarono più aderenti alla gamba, con un’allacciatura anteriore con piccoli bottoni. Era stato necessario decidere che i soldati fossero vestiti secondo un capitolato, in modo uniforme, in modo da potersi riconoscere, ed essendo molto costose, le uniformi militari erano a carico dell’arruolante. La rigidità delle temperature dell’ultimo inverno, convinse Amedeo II a far distribuire ai reparti dei panciotti di tessuto (chemisette o, in piemontese, camisetta) da indossare sotto il giustacorpo stesso. I calzoni erano confezionati in pelle, all’uso austriaco. Rosso e blu per le uniformi delle guardie del corpo e per l’ufficiale dei Dragoni di Amedeo.

Il Duca, prima dell’assedio finale, portò la sua famiglia lontano, in salvo e, con essa, anche la Santa Sindone. Così come, prima di lui, avevano fatto Carlo III e Beatrice, come aveva fatto Emanuele Filiberto. Nell’estate del 1706 la Vittoria arrivò per mano di Amedeo II e del cugino Prinz Eugein. Saliti su di un carro, di buon’ora, Anna d’Orleans, Duchessa consorte, Giovanna Battista di Nemour, madre del Duca ed il piccolo erede, il 16 giugno, scortati da quattromila cavalieri, lasciarono alle spalle la città alla volta di Genova. Lunghi giorni di viaggio, per terra e per mare, avrebbero impegnato la famiglia del Duca. La prima tappa sarebbe stata Cherasco. La comitiva lasciò Torino seguendo le strade carrozzabili di quel tempo e, passando per Pino, i Dignitari raggiunsero Cuneo, dove furono trasferiti i documenti di Stato, altri arrivarono a Savigliano dove fu portata l’argenteria di corte. Il Duca andò a Cherasco con la Sindone che viaggiava custodita in una cassa ricoperta di velluto color cremisi e lavorata in bronzo dorato. Da allora, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la Sindone rimase chiusa nella sua cassetta e raramente venne estratta ed esposta, se non in circostanze private ed eccezionali, conoscendo Amedeo la fragilità della Santa Reliquia ed i pericoli a cui era esposta. Possibile, persino probabile, stando ad alcune testimonianze, che, contemporaneamente al viaggio dell’urna originale contenente la Sindone, un’altra cassetta, simile e contenente una copia della Reliquia, viaggiasse su sentieri alternativi per ingannare eventuali ladri e briganti. Si dice che, a metà ‘800, la Marchesa Giulia Colbert, sposa di Tancredi Falletti di Barolo, ne avesse una, oggi conservata a San Lorenzo. Era quella una cassa in legno molto più grande rispetto al bauletto che fu utilizzato nel 1578: si trattava di un contenitore di circa 150 cm, che rimase proprietà dei Marchesi di Ceva fino al 2013. La cassa era decorata con borchie, secondo lo stile dell’epoca ed aveva doppia serratura. All’interno era divisa in tre scomparti, due a vista ed uno segreto. In quello superiore era inserita una cassettiera di 6 piccoli cassetti, mentre il piano inferiore era ancora diviso con uno scomparto nascosto.

Nichelino o meglio, quello che era Nichelino 300 anni fa, con poche cascine ed un bel castello, era sulla strada che da Torino porta a Cherasco. Nessuna tangenziale o strada asfaltata, né un bar dove prendere un caffè, solo contadini curvi nei campi, qualche bambino che rincorreva un gatto e un vecchio seduto a pascolare poche pecore. Si riferisce, forse, a ricordo di quel viaggio, l’affresco, anonimo e non datato, della cascina di via al Pascolo a Nichelino, in cui vi è la Sindone e al centro la Madonna.

Le carrozze del Duca arrivarono a Cherasco sgangherate, con le assi storte e tutte impolverate. Dovettero esser sottoposte ad una prima accurata revisione giacché avevano riportato ingenti danni agli assi e alla struttura, non essendo carrozze adatte ai tratti montani, ma costruite per brevi trasferte. Nel 1706 le strade erano tutte di campagna, se non di altura, molto diverse dall’immagine che abbiamo oggi di strada. La scelta delle strade era, in quei frangenti bellici, secondaria. I membri di Casa Savoia hanno prima dovuto esser certi della discrezione e dell’amicizia di chi li avrebbe ospitati, città e famiglie, e solo successivamente avrebbero scelto i tragitti, non sempre i più ovvi o i più comodi. Sicuramente i meno ostili. Partiti i Duchi alla volta di Cherasco, da Torino La Feuillade mandò il generale Camarande all’inseguimento dei nemici, i Savoia. Non fu la sua un’idea vincente. Pensava che imprigionando o uccidendo i componenti della famiglia, l’esercito si sarebbe arreso. Non fu così, né Amedeo II fu catturato.

 

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