La conferenza di Edith Stein ha persuaso tutti a fondo, perché si è mantenuta libera dal pathos proprio del Movimento femminile, e perché la conferenziera stessa personificava chiaramente e visibilmente in sé i suoi pensieri. Quando è scesa dai gradini del podio, faceva venire in mente quei quadri in cui gli antichi maestri appresentavano la Vergine Maria al tempio.[1]

 Così scrisse nel suo commento un professore che aveva assistito alla conferenza tenuta da Edith Stein a Salisburgo presso l’Associazione accademica cattolica sul tema L’ethos della vocazione femminile.  È il settembre 1930. Le conferenze si pongono nel periodo in cui Edith affianca al lavoro d’insegnante quello di elaborazione e comunicazione su tematiche formative, psicologiche e sociali.

Il ragionamento, come nota il recensore, prende forza e persuasività dalla testimonianza dell’autrice. La futura Santa Benedetta dalla Croce, giovane donna di 29 anni, ha già alle spalle studi universitari più che brillanti, la stretta collaborazione con il filosofo Husserl, la conversione al cattolicesimo (1922) e la scelta[2] della professione d’insegnante; la sua elaborazione intellettuale è sempre più indirizzata verso la teologia, in un percorso di fede che la porterà nel 1933 all’ingresso nel Carmelo di Colonia.

È quindi una donna intellettualmente superiore, indipendente e decisa, anche radicale nelle sue scelte, quella che parla della “vocazione” femminile; affronta la questione con chiarezza e rigore, secondo un metodo filosofico che mette al centro l’identità della donna, essenza e realtà imprescindibile, che in diverse fasi storiche può mutare le sue determinazioni sociali, ma ha una fondatezza ontologica nell’essere.

 

L’identità femminile

Oggi parlare di identità femminile appare al di fuori del politicamente corretto e del pensiero unico imposto, con relativa confusione col sessismo e simili spauracchi mediatici. Mentre più ampia si fa la presenza di donne nella politica e nella burocrazia, e vige l’impero mediatico di modelli femminili aggressivi ovvero vittimistici, sembra che d’altra parte il mondo delle donne viva una crisi d’identità, di rifiuto di sé. Questo spiega anche la penetrazione, altrimenti paradossale, a livello di opinione pubblica e istituzionale, di tematiche gender o di simili aberrazioni alla moda. La negazione che esista un’identità femminile radicata nell’essere, mentre esisterebbero solo “orientamenti sessuali”, ha, nella sua consistenza solo mediatica e parolaia, conseguenze invece gravi e ben concrete sulla disgregazione del tessuto comunitario e di rapporti tra gli individui. Ciò porta fra l’altro a lasciare sole le donne di fronte alla loro realtà, in situazioni sempre più difficili e complesse causate dalla pandemia, mentre dall’altro si accreditano modelli improbabili se non indecorosi[3].

La crisi della famiglia, indotta e proclamata dai professionisti del politicamente corretto e del progressismo militante è oggi crisi economica, sociale, morale; saltate le strutture assistenziali e formative, di cui le donne già costituivano una componente decisiva, è ora di nuovo su di esse che si riversa la crisi stessa, nell’indifferenza e incapacità dell’ufficialità politica[4].

In questo contesto si dimostra la distruttività e la portata solo negativa e mai progettuale dell’impostazione femminista anti-uomo, nonché di una pretesa autonomia femminile che faccia centro su un’identità svuotata, solo ideologica, incapace di relazionarsi con la realtà.

La riflessione sull’identità femminile e la sua affermazione ha quindi oggi un nuovo valore progettuale, nel momento che crisi e contraddizioni così profonde lacerano il sistema globalizzato e le ideologie del progresso.

 

Teologia della femminilità

 Il pensiero di Santa Edith Stein mette al centro del tema l’identità della donna, riconoscendo in essa un disegno divino e una profonda verità effettuale.

Con l’acutezza di una mente avvezza alle più ardue imprese intellettuali, nel definire l’espressione integrale dell’identità femminile, ella affronta senza riserve il tema più delicato e complesso, che è quello della diversità tra uomo e donna, che è la condizione stessa del loro destino di amore e di collaborazione. La diversità, profonda e irriducibile perché radicata nell’essere, può avere diverse evoluzioni storiche; ma è proprio oggi che ci si rende conto come le tematiche emancipazionistiche, ove imperniate sul conflitto tra i sessi, che già la Stein criticava, abbiano in primo luogo impoverito l’apporto femminile, dissipando un patrimonio di esperienze, e perdendo di vista il miglioramento complessivo della società.[5]

Per la professoressa Stein, ex assistente di Husserl, ricercatrice universitaria, scrittrice di testi filosofici, non vi è alcun dubbio che le donne possano impegnarsi nelle professioni, fare scelte di vita diverse da quelle nell’ambito domestico[6]. Ma nelle une e nelle altre la donna porta una visione che esprime la sua identità materna, vale a dire un’attenzione razionale verso la realtà nel suo complesso, una tendenza alla sintesi degli elementi diversi, un’empatia  e una partecipazione più immediata verso l’altro. Questi caratteri sono portati a integrarsi con quelli dell’identità maschile, che tende ad una concentrazione intellettuale e di azione, e ad un individualismo asseverativo. E questo vale nel matrimonio, come nel lavoro, come nella società nel suo insieme. È per questo che sia la conflittualità sistematica, che la negazione di una diversità essenziale, portano ad un impoverimento generale delle risorse della società.

I testi di Edith Stein sulla donna si presentano come trattazioni teoriche complete, per quanto brevi, ma nascono anche in funzione dei programmi pedagogici che ella portava avanti negli anni dal 1928 al 1933; relazioni o saggi, il cui stile stesso, vivace e talvolta colloquiale, intende indurre nell’ascoltatore e nel lettore riflessioni ed azioni pratiche. Ma ogni volta, che tratti dell’associazionismo cattolico, della formazione degli insegnanti o dell’educazione delle giovani, la Stein dà alla trattazione un impianto esplicitamente filosofico: combinando le scienze naturali, la psicologia e l’indagine storica e sociale, ella parte dall’identità femminile, come fondamento antropologico:

      La ricerca dell’essenza della donna ha il suo posto

      logico in una antropologia filosofica. [7]

Tale analisi va a incontrarsi coi testi della Scrittura e del Vangelo, nella definizione della vocazione dell’uomo e della donna secondo l’ordine della natura e della grazia.[8]  Scienza e fede non contrastano, né si relativizzano in un laicismo mortificante; combinando il metodo fenomenologico con quello di San Tommaso d’Aquino, la Stein perviene a parlare di una specie femminile, di un’anima femminile, a definirne il complesso fisico e spirituale, che deriva dalla Creazione e ha in sé la sua vocazione sovrannaturale. Descrivendo i tratti caratteristici dell’identità maschile e femminile, rileva:

Tutto ciò dipende certo dalla vocazione della donna alla maternità. Il compito di accogliere in sé un essere vivente in formazione, di proteggerlo ed allevarlo, esige una certa chiusura in se stessa; il misterioso processo di formazione di un nuovo essere nell’organismo materno è un’unità di corporeo e spirituale così intima, che si capisce bene come questa unità sia un elemento caratteristico di tutta la natura femminile.

Sono convinta che la specie uomo si articoli in due specie: specie virile e specie muliebre, e che l’essenza dell’uomo, alla quale nell’un caso e nell’altro nessun tratto può mancare, giunga in due modi diversi ad esprimere se stessa, e che solo l’intera struttura  dell’essenza renda evidente l’impronta specifica. Non solo il corpo è strutturato in modo diverso, ma tutta la vita del corpo è diversa, il rapporto dell’anima col corpo è differente, e nell’anima stessa è diverso il rapporto dello spirito alla sensibilità, come il rapporto delle potenze spirituali tra di loro. La specie femminile dice unità, chiusura dell’intera personalità corporeo-spirituale, sviluppo armonico delle potenze; la specie virile dice elevazione di singole energie alle loro prestazioni più intense.[9]

Questo complesso integrale identitario –sottolinea più volte la Stein- non deve obbligatoriamente realizzarsi nel matrimonio e nella maternità fisica[10], ma può esprimersi in diverse scelte e in una complessiva etica di vita, nella famiglia, nella comunità, nelle professioni. Esso ha la sua trasfigurazione, il suo culmine, nella vita consacrata, secondo un processo che ella vivrà in prima persona. L’aspirazione alla perfezione, insita in ogni essere umano, è così nella donna l’espressione del complesso materno in un dono di amore che trascende e in sé comprende la maternità fisica.

Al centro della storia umana, e ancor più al centro della storia muliebre, sta quella donna in cui la maternità ha raggiunto la sua suprema esaltazione ed insieme, intesa come maternità corporea, il suo superamento. (…) Dio, per incarnarsi, ha scelto di nascere da una madre umana e in essa ci ha posto davanti agli occhi il quadro perfetto della madre.[11]

 

La narrazione femminista

Per uno dei paradossi della narrazione femminista, di fronte all’eminenza indiscutibile della figura di Edith Stein, si è inteso in qualche modo metterla in contrasto con se stessa, come se la sua personalità smentisse le sue posizioni sulla donna, come se esse valessero solo per le altre[12]. Questo malinteso –quando non si arrivi alla manipolazione- mette in ombra anche gli aspetti della trattazione della Stein che toccano aspetti controversi, quale la sottomissione della donna all’uomo ribadita da San Paolo. Edith scrive, riguardo al testo della Lettera agli Efesini:

Si ha qui l’impressione che l’ordine primigenio e l’ordine della redenzione siano quasi velati dall’ordine della natura decaduta, e che nell’Apostolo parli il Giudeo formato allo spirito della legge.[13]

L’identità femminile integrale, liberata dalle sue degenerazioni e determinazioni storiche, non ha a che fare con gerarchie d’inferiorità e d’incompiutezza, come del resto San Paolo proclama nella lettera ai Galati:

La legge fu la nostra istitutrice a Cristo, perché giungessimo ad essere giustificati nella fede. Ma ora che è giunta la fede, non siamo più soggetti alla nostra istitutrice…Non vi è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, non vi è più né uomo né donna. Tutti infatti siete uno, in Gesù Cristo.   

La teologia della femminilità corona nel suo fine sovrannaturale l’identità della donna:

Adamo era un modello umano che già preannunciava il Re venturo, l’Uomo-Dio, padrone della creazione; così ogni uomo nel regno di Dio deve modellarsi su Cristo, e nella società matrimoniale deve imitare la cura amorosa di Cristo per la Chiesa; la donna poi deve onorare, con libera e amorosa soggezione, l’uomo immagine di Cristo, e deve essere a sua volta immagine della Madre di Dio. Ma ciò significa anche: ella deve essere immagine di Cristo.[14]    

Se solo le Sante come Edith Stein possono essersi avvicinate al modello di perfezione dell’identità femminile, che è quello di Maria, la sua maturazione consapevole è obiettivo per tutte, ed è anche per questo che la Stein ne elaborò una teoria ed una pedagogia. Gli scritti sulla donna non sono quindi aspetti marginali del suo pensiero, superati dai tempi: in essi sta intera la personalità dell’autrice, che ad essi si applicò con intento scientifico, e ne fece uno dei principali impegni di comunicazione ed operatività sociale.

In essi veniva a maturare una sapienza teologica che dette i suoi frutti nelle opere successive sulle questioni fondamentali dell’ontologia, fino ad Essere finito ed Essere eterno, che mette a confronto il tomismo con la fenomenologia (1934-36).

 

Sanare la società

 Nel testo Valore particolare della femminilità nel suo significato per la vita del popolo[15], così riassumeva la sua conclusione:

La femminilità ci insegna un compito eccelso: portare a pieno sviluppo i valori umani, in sé e negli altri.

Non solo l’identità femminile matura e consapevole agisce nella famiglia e negli ambiti professionali, ma costituisce la componente decisiva nella strutturazione della comunità umana; ove essa viene oscurata o addirittura negata, vien meno la trasmissione di valori affettivi e formativi, la società nel suo complesso “si ammala”. Le tematiche sulla donna sono quindi immediatamente connesse con quelle di portata generale:

[La] formazione generale e radicale in campo politico e sociale, quale preparazione all’adempimento dei doveri civici [è necessaria] non solo per le donne, ma per tutto il popolo tedesco, che è spaventosamente immaturo per la forma di governo democratico in cui si è trovato improvvisamente (…) Tutto ciò potrebbe realizzarsi con certezza, se avessimo davanti a noi vari anni di pacifico sviluppo. Quali rapporti invece si instaurerebbero dopo una rottura violenta dello sviluppo organico, non lo si può naturalmente dire ora[16].

Anche sotto questi aspetti, l’insistenza della Stein sui fattori identitari essenziali della donna ci appare, nonché drammaticamente pertinente nell’Europa del suo tempo, lungimirante e presaga delle derive del progressismo disgregatore:

L’ordine eterno esige il rifiuto deciso delle pretese avanzate da mentalità completamente diverse: rifiuto di un ordine sociale e di un metodo educativo che nega completamente la particolarità e la missione peculiare della donna, che non ammette la cooperazione organica dei sessi, la struttura organica della società, ma vuole ridurre tutti gli individui quasi ad atomi di un grande meccanismo economico meccanicamente regolato. Ma anche rifiuto di un ordine sociale e di un metodo educativo che valuta i valori umani e i rapporti sessuali solo dal punto di vista biologico, che ignora l’importanza assoluta e la superiorità d’ordine dell’elemento spirituale nei confronti di quello vitale, e nulla sa di un orientamento sovrannaturale. Contro queste correnti del nostro tempo non vi è altro baluardo, oggi, che la fede cattolica; e poi la metafisica, la teoria sociale ed educativa -con la prassi corrispondente- orientate alla fede.[17]

 San Giovanni Paolo II nel 1999, in occasione della elevazione di Santa Teresa Benedetta dalla Croce a copatrona d’Europa, proclamava:

Dichiarare oggi Edith Stein copatrona d’Europa, significa porre sull’orizzonte del Vecchio Continente un vessillo di rispetto, di tolleranza, di accoglienza. (…) ma è necessario far leva sui valori autentici, che hanno il loro fondamento nella legge morale universale, inscritta nel cuore di ogni uomo. Un’Europa che scambiasse il valore della tolleranza e del rispetto con l’indifferentismo etico sui valori irrinunciabili si aprirebbe alle più rischiose avventure e vedrebbe prima o poi riapparire sotto nuove forme gli spettri più paurosi della sua storia.

Scriveva nel Carmelo Edith Stein, Santa Teresa Benedetta della Croce, quando l’ora delle tenebre calava sulla Germania e sull’Europa:

Ciò che a volte ci sembra di capire della storia è solo un riflesso fugace di ciò che è il mistero di Dio, e così sarà fino a giorno in cui tutto sarà manifestato. La mia grande gioia è la speranza dell’illuminazione che ci sarà data. La fede in una storia nascosta dev’essere la nostra forza, soprattutto se ciò che ci è dato di percepire dal di fuori (per noi stessi e per gli altri) può spezzare il nostro coraggio.[18]

 

Il Carmelo di Echt (NE), dove Santa Benedetta della Croce venne arrestata dalla Gestapo il 2 agosto 1942 per essere uccisa ad Aushwitz una settimana dopo, il 9 agosto dello stesso anno

 

[1] La presente e le successive citazioni sono tratte dal libro: Edith Stein, La donna, il suo compito secondo la natura e la grazia ed. Città Nuova 2012, traduzione di Die Frau. Ihre Aufgabe nach Natur und Gnade, “Edith Stein Werke” vol.V.

[2] L’aspirazione di Edith Stein, dopo la laurea in filosofia nel 1916, era di insegnare all’Università. Speranza delusa, in quanto, nonostante la stima unanime nell’ambiente accademico, la sua domanda di abilitazione non venne accolta. Edith era dunque ben consapevole degli impedimenti che si ponevano all’accesso delle donne alle professioni.

[3] In nessuna epoca si è assistito al degrado e alla mercificazione del corpo femminile quanto in quella attuale. Lo sdoganamento della pornografia, col beneplacito delle femministe, accompagna il dilagare mediatico di modelli fisici mostruosi e di stili di vita esibizionistici quanto abbrutenti. Sono i bambini e le personalità immature ad esserne le prime vittime, ma è la società nel suo complesso che in ciò dà la sua grottesca e spaventosa immagine.

[4] La relativizzazione e trascuratezza del problema dell’infanzia, della scuola e dei problemi di bambini e adolescenti nell’attuale crisi pandemica, è manifestazione non solo dell’incapacità politica ad affrontarla in generale, ma di una subordinazione delle istituzioni formative all’impero del politicamente corretto.

[5] Di qui trascuratezza e abbandono delle tematiche di tutela e di sostegno della maternità, affidate a congedi per padri e asili nido, anziché a congedi di almeno 2 anni per le madri, come ritenuto necessario dagli studi in campo psicologico.

[6] Edith Stein aveva avuto in questo un esempio vivente nella madre, rimasta vedova a 44 anni con 7 figli, che prese in mano l’azienda familiare di commercio di legnami, nonché l’educazione dei figli e i loro studi fino ai livelli superiori. Famiglia ebraica ortodossa, costituì per Edith il contesto spirituale e affettivo per una maturazione intellettuale ecczionale.

[7] Problemi dell’educazione della donna (1932) p.185

[8] Vocazione dell’uomo e della donna secondo l’ordine della natura e della grazia (1932) p.67

[9] Problemi dell’educazione della donna cit. p.204

[10] Un altro inquietante aspetto dell’attuale crisi dell’identità femminile è il considerare la maternità come un diritto individuale, da ottenersi ad ogni costo e in qualunque contesto parentale. Esso produce l’aberrazione dell’utero in affitto, contraddizione irrisolvibile per le femministe, che finiscono poi ovviamente per optare per i diritti del più forte.

[11] Problemi dell’educazione della donna cit., p.216

[12] È caratteristico dell’impostazione ideologica femminista “censurare” le donne che non corrispondono ai loro modelli e pregiudizi, come d’altra parte porre a “icone” personaggi altrimenti inconsistenti o squallidi, quale la famigerata Simone de Beauvoir.

[13] Vocazione dell’uomo e della donna secondo l’ordine della natura e della grazia cit. p.80

[14] idem, p.81/82.

[15] Conferenza tenuta  il 12/4/1928 all’assemblea della Lega delle Maestre Cattoliche Bavaresi; citaz. p.290.

[16] Problemi dell’educazione della donna cit. p.167.

[17] Problemi dell’educazione della donna cit., p.226.

[18] Citato in Joachim Bouflet, Edith Stein, filosofa crocefissa ed.Paoline 2001,p.271.

 

 

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