Si vedono ancora nella Vallesa, sui fianchi delle rupi che sovrastano a Rechentè, le grotte che anche oggi i valligiani chiamano le case della fata. Era questa meravigliosa creatura, con una chioma bionda che splendeva tra i castagni come un raggio di sole, e con due occhi azzurri che parevano un pezzo di cielo sopra una balza alpina.

Era tanto bella, che un giovane vallegiano, di nome Paolino, s’invaghì perdutamente di lei e decise di sposarla ad ogni costo. Sposare una donna che non si sapeva chi fosse, che forse era una fata, ma poteva anche essere una strega? La mamma, le sorelle, i fratelli del giovane tentarono tutte le vie per dissuaderlo dall’insano proposito. Invano. Paolino era più che mai incaponito nella sua idea.

Quando domandò alla fata la sua mano, questa si mise a ridere: non disse né sì né no; si accontentò di rispondere con una risatina maliziosa che non diceva nulla di buono.

Chiunque altro si sarebbe dato per vinto. Non così Paolino, che anzi divenne sempre più acceso nel suo desiderio. Alle sue insistenze, la fata parve piegata e vinta.

«Ebbene, mi sposerai, ma prima voglio metterti alla prova, per esser certa che mi ami davvero. So che ami molto tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle. Se vuoi che io sia tua moglie, devi lasciare tutti i tuoi e andare a vivere nel bosco.»

Paolino non se lo fece ripetere due volte. Quella sera stessa andò a fabbricarsi una capanna di rami nel bosco e non tornò più a casa. Immaginate i pianti che fece sua madre!

La fata parve scossa da quella prova e divenne più umana e benevola; ma era tutta finzione: in cuor suo covava sinistri pensieri.

«Tu vuoi molto bene a tua madre, è vero?» gli disse «Ebbene, voglio bene anch’io a tua mamma, che è una cara vecchina. Portale a nome mio questa catenina d’oro e dille di metterla al collo: accettando questo mio dono, farà vedere di non avere alcun rancore verso di me.»

Il giovane portò il regalo alla mamma; ma prima di mettersela al collo, si consigliò con una vecchia del paese.

«Guardati bene dall’accettare» le disse la vecchia «quel dono è un inganno. Vuoi farne la prova? Mettilo attorno al tronco di un albero e vedrai.»

Il risultato fu veramente tremendo. Appena la catena fu attorno al tronco, l’albero cominciò a perdere tutte le foglie e a poco a poco appassì.

La cosa, risaputa, mise il terrore in tutto il paese.

«Questa è una fata maligna» dicevano tutti «e chi sa quanto male farà.»

Nessuno conosceva il cruccio che faceva infelice e crudele quella bellissima fata. Ella aveva un figlio di tale bruttezza, che solo a vederselo davanti andava in ismanie. Era piccolo, deforme, con una gamba più corta dell’altra, col viso rugoso e una pelle che somigliava a quella delle tartarughe.

Un giorno questo mostriciattolo fu visto in paese, e nessuno sapeva chi fosse. Ad interrogarlo non parlava, o grugniva come un porcellino. Contemporaneamente scomparve dal paese il più bello dei bambini e non si riusciva a sapere dove fosse andato a finire.

Allora la gente ricorse alla vecchia donna che aveva sventato il trucco della catenina d’oro, e le chiesero consiglio.

«Prendete il bambino brutto» disse la vecchia «portatelo in casa e fatelo sedere sopra una certa quantità di gusci d’uovo. Vedrete che parlerà.»

Così fu fatto, e il mostriciattolo parlò:

«Sono» disse «il figlio della fata bella che abita nelle grotte di Rechantè; e mia madre, siccome sono brutto, mi scacciò via e rubò il più bello dei vostri bambini.»

In un attimo il paese fu in tumulto: volevano tutti armarsi e correre nelle grotte, per poter portar via alla fata il bambino rapito, ma la vecchia sconsigliò l’impresa.

«Vedrete» fece la vecchia «che io vi insegnerò il modo di portarle via il bambino, senza darle agio di farci del male.»

Prese con sé il piccolo della fata, e accompagnata dai genitori del bambino rapito, si avviò verso le grotte di Rechantè.

Quando giunse a qualche centinaio di passi, tagliò una verga da una pianta e cominciò a battere il mostriciattolo in modo che quello si mise a guaire come un cucciolo: «ahi… ahi… ahi…»

La fata udì, riconobbe la voce e accorse. Ma quando ella tornò alle grotte, il bimbo che aveva rapito non c’era più: i genitori lo avevano portato via.

La furia della fata a quella costatazione non ebbe più limiti.

Si affacciò davanti alle grotte e, guardando con occhi lampeggianti il paese, strillò: «Domani tutto sarà sommerso.»

La fata, come fu notte, si portò a metà valle, dove scendeva il torrente, e sbarrò le acque, così da formare un lago fino all’altezza di un ponte, chiamato il ponte di San Martino, perché si raccontava che il santo lo avesse fatto costruire dal diavolo, per dar modo ai vallegiani di rifornirsi di viveri.

«Romperò il ponte» diceva furente la fata «e sommergerò il paese.»

Difatti, appena fu giorno, quelli di Rechantè udirono un rombo come di tuono. Uscirono dalle case e videro uno spettacolo veramente impressionante: da metà valle si avanzava schiumando un’enorme ondata di acqua che travolgeva tutto davanti a sé e si dirigeva verso il paese. Ritta le onde, la bella fata, coi capelli al vento e gli occhi sfolgoranti d’ira, guidava la corrente.

Gli abitanti, atterriti, la vedevano avanzare con una rapidità vertiginosa, la fronte alta in direzione del ponte.

A un tratto, per consiglio della solita vecchia, si misero a gridare: «O fata, come sei bella! Abbassate almeno la testa e risparmiate il nostro ponte.»

La fata, che era malvagia sì, ma era anche donna, si sentì tanto lusingata da questo omaggio alla sua bellezza che, giunta davanti al ponte, abbassò la testa, e non soltanto risparmiò quello, ma passò via con le acque, senza far del male al paese.

E il ponte costruito dal diavolo è ancora in piedi.

 

 

Questa leggenda, nonostante sia di origine piemontese, è ambientata nella Valle d’Aosta e, per essere più precisi, nel paesino di Rechantè, oggi conosciuto con il nome di Pont-Saint-Martin (Pont San Martìn in piemontese).

Un’altra particolarità di questa leggenda è il collegamento con la leggenda del ponte del diavolo; infatti, anche in questa storia, i paesani hanno dovuto avere a che fare con il male, ovvero una donna maligna, capace di compiere azioni degne del demonio. Tuttavia, bisogna riconoscerle una cosa: il mantenimento dell’istinto materno. Nonostante lei stessa abbia abbandonato suo figlio, non appena lo ha sentito piangere, soffrire, è accorsa immediatamente.

È del tutto naturale che una donna vada in soccorso della propria creatura, per quanto possa essere brutta o cattiva. Ma ahimè, questa spinta naturale è perversamente andata perduta ai giorni nostri per via delle ideologie di matrice femminista, e troppe donne non si limitano ad abbandonare i loro figli: li uccidono (aborto), li vendono (utero in affitto), mettono i propri interessi prima del loro bene…

Tutta questa “libertà” per le donne è solo una corrente opposta alla natura umana; una natura che nemmeno la fata di Rechantè ha osato opporvisi in un modo così orribile. Questo la vecchia saggia del villaggio lo sapeva, per tale ragione è riuscita a salvare la vita del bambino rapito e l’intero paesino dalla furia della fata. Se persino quest’ultima è riuscita a non perdere la sua natura di donna e di madre, allora possiamo dire che non è troppo tardi per ritrovarla. La maternità potrà anche essere sull’orlo dello sgretolamento, ma non potrà mai disintegrarsi: Dio ha voluto questo, e così rimarrà per sempre. Non importa quanto ci provi il pensiero femminista e transfemminista, quanto possano essere opprimenti le idee malvage e per quanto tempo ancora, perché tutti i loro tentativi tossici sono destinati un giorno a sparire.

 

Mamma, ti ringrazio perché mi ami ora e per sempre…

 

 

 

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