Il genere letterario della favola, di antichissima tradizione, ha avuto il suo vertice in Jean de la Fontaine. Pur essendo la più perfetta incarnazione dello spirito “gallico”, egli ha saputo dare alle sue 240 Fables un’universalità ed un’inesauribile suggestione, che valica i secoli ed esorbita dal genere stesso della favola. La pittura della società del suo secolo, passando attraverso il filtro della personificazione negli animali, rappresenta tipi sociali, psicologici e morali validi in ogni tempo; e ove è l’uomo protagonista, il processo d’identificazione è ancora più immediato, amaro e sorridente insieme. La “morale” con cui l’autore spesso conclude la poesia, non è moralistica, ma un ampliamento della prospettiva, che talvolta assolve il protagonista nella generale debolezza dell’uomo, e dell’autore stesso che si mette in gioco.

Nicola Lisi intitolò Favole una raccolta di 146 brevi testi in prosa[1], riferendosi quindi esplicitamente al relativo genere letterario. Essi sono un distillato di motivi, d’immagini, di atmosfere, che anticipano le opere successive, con una varietà di toni e di figure in piena continuità con la tradizione favolistica.

La presenza di Nicola Lisi (1893-1975) nella letteratura del ‘900 è, per sua scelta, appartata ed enigmatica, distinta da uno stile cristallino e un’etica intransigente. Per il lettore, una fonte inesauribile, un’arte senza tempo e senza luogo, eppure radicata in epoche definite e in una precisa geografia. Nicola Lisi, lo si legge e si rilegge, e con lui si visita il suo Mugello, la sua Firenze scomparsa, le sue illustri frequentazioni e la miriade di personaggi veri, immaginari o fantastici che abitano la città, i paesi, i campi e le valli un po’ selvagge, i percorsi di una regione dalla fortissima identità. Una lettura, oggi, che si carica di nostalgia per ciò che è irrimediabilmente perduto.

Il nucleo della poetica di Lisi è il rapporto con la natura, unico luogo dell’uomo, paese dell’anima. La visione profondamente religiosa della realtà, il suo convincimento cattolico, colgono l’unità del tutto, in una visione contemplativa, quanto partecipe. Questa empatia si rivolge agli esseri umani, ma anche agli animali, alle piante, fino alla natura inanimata, da cui sempre traluce una misteriosa armonia, che compensa il dolore onnipresente, depura la gioia.

Se gli animali in La Fontaine rappresentano gli uomini, dal re, al cortigiano, al borghese, al contadino, in Lisi uomini, animali, alberi, fiori, vento, pietre, vivono una pari vicenda creaturale, che lo scrittore pone in linguaggio umano, perché sia a noi accessibile, intuibile, pur restando misteriosa. Così si susseguono favole in cui protagonisti sono uomini, donne, animali, alberi, fiori, nuvole, senza che si avvertano ingombri di metafore e simboli: tutto è semplice, spontaneo, chiaro, talvolta commovente, talvolta paradossale. Nell’insieme, un effetto surreale, ma pacificante: dietro al brulichio, c’è una grande luce, un’ineffabile armonia.

L’usignolo (favola 28) persuade le rane che anche mettendosi in coro non potranno mai gareggiare con le modulazioni del suo canto meraviglioso, ma «in un fluire soddisfatto di dolcezza» dice loro: «Ritornate dunque nello stagno per gracidare a vostro piacimento, la qual cosa, oltre a rispondere ad un bisogno naturale, conferisce particolare solennità all’estensione piena della notte, quando anch’io mi taccio».

La scienza e la conoscenza intuitiva, che osserva con amore, s’incontrano, ma è solo la seconda che vede “oltre”: ne Il semplice e il botanico (f.13) il primo ascolta cortesemente le nomenclature naturalistiche illustrate dall’altro, ma in lui «l’attenzione della mente era rivolta alla dolcezza, fosse pure un po’ sfocata, dell’assieme in cui piante, fiori, insetti gli apparivano esemplari o per vivacità di volo  o per delicatezza di profumo o per bellezza di colore: era una visione, la sua, che sconfinava non solo dalla nomenclatura, ma anche dai limiti dell’orto».

Pure di fronte a tanta sconfinata bellezza, circola nelle favole una sorridente ironia, con l’eco della campagna mugellana. In Il contadino e il giardiniere (f. 46) i due si contendono: «Perfezione più di questa al mondo non c’è», dice il primo mostrando l’uovo della gallina, e il secondo dice lo stesso di una rosa. Una terza persona li chiama illusi in quanto «ignari del restante mondo. Ma il contadino e il giardiniere, restando soli, ciascuno a sua volta diceva: -Io sto per l’uovo-. –Io sto per la rosa-».

Piccoli drammi e battibecchi si svolgono tra coppie di persone, tra persone e animali, tra animali, ma anche, per esempio, tra La nuvola e il cipresso (f.74), o tra il cane e la pietra di cui è fatto il monumento del suo padrone (f.1). Sicché nella lettura pare il mondo animarsi oltre le consuete apparenze, e dar voce – e canto – anche oltre il tempo, oltre la morte, come ne L’usignolo di Cerveteri (f. 81):

«Sul tumulo erboso di semisferica copertura ai loculi, le cui pareti han respirato le salme degli etruschi per secoli fino alla consumazione totale delle ossa e tuttora ne respirano ultra purificate essenze, fra le ginestre fiorite un usignolo la vita teneramente canta».

Ma non si pensi ad un continuo idillio campestre: per esempio in L’anello e il figlio maggiore (f.59), quasi una fiaba nera, si avverte il brivido della presenza diabolica nel misterioso anello che intrecciato alle radici rende sterile l’olivo, e poi attirerà sul cipresso la folgore.

Talvolta le favole hanno un’immediatezza d’immagini che le avvicina alla materia del sogno: «Quando il gallo cantava, la virginea luna copriva il volto col velo dell’alba». (f. 61)

Si potrebbe applicare ad esse l’analisi di James Hillman[2], circa la presenza, nella psiche umana, degli animali e della natura come residui onirici di un’antica sapienza cosmica. Però quella di Lisi è una lettura razionale, una visionarietà controllata, consapevole; essa emergerà in pieno nel Diario di un parroco di campagna[3], in cui la fede, i sentimenti, l’etica dell’esistenza, illuminano il fondo opaco della fantasia, pacificano la complessità dell’essere nell’abbandonarsi con fiducia all’Amore di Dio.

In questo Lisi si fa interprete, senza forzature edificanti, di una visione della natura ispirata a San Francesco, il quale «negli animali  riconosceva sia il dono di Dio all’uomo, sia il canto della gloria per il Creatore»[4]. La natura è innocente, e il divenire ciclico e sempre rinnovantesi della vita è immagine dell’eternità, l’unica per noi concepibile. Ma non vi è in Lisi panteismo o idolatria della natura, né l’evocazione di un Eden indifferenziato in cui vien meno la responsabilità umana, personale. Quando nelle Favole s’immagina un colloquio tra piante, animali, o tra essi e gli uomini, è sempre in funzione antropologica, perché è l’etica dell’uomo – lo scrittore, il lettore – che può con umiltà avvertire l’armonia, bella e terribile, di fronte al Creatore. Questa è la morale delle Favole di Lisi: il meccanismo pessimistico della favola, che vuole ammaestrarci su qualcosa mettendo in scena vizi e stupidità, si dissolve in lui in una sorta di stupore, di affettuosa ironia, di accettazione serena.

Nella Parlata dalla finestra di casa[5], la sua ultima opera, questa saggezza si applicherà ad una lunga esperienza di vita, alla realtà di uomini, tempi e luoghi, senza più il filtro della fantasia, per contemplare lo stesso mistero che sottendeva al microcosmo delle Favole.

Scriveva Origene, nel III sec.:

«Comprendi che hai in te stesso greggi di buoi, greggi di pecore e greggi di capre. Comprendi che in te ci sono anche uccelli del cielo. Comprendi che tu sei un altro mondo in piccolo, e che in te ci sono il sole, la luna e anche le stelle»[6].

 

 

[1] La prima raccolta di Favole fu edita dalla rivista Il Frontespizio nel 1933, illustrata da Pietro Parigi., con ristampa nel 1946 presso la Editrice Fiorentina. La raccolta definitiva è nell’edizione Vallecchi delle opere, in 2 volumi (1976) L’incisore Pietro Parigi (v. sopra l’immagine del gallo) ha disegnato varie copertine delle opere di Nicola Lisi, rivelando una particolare sintonia con la sua poetica.

[2] James Hillman Presenze animali  ed, Adelphi 2016.

[3]  Diario di un parroco di campagna ebbe la prima edizione Vallecchi nel 1942. Ne sono seguite molteplici edizioni, la più recente ed.Cantagalli.

[4] V. Cristina Siccardi  San Francesco, una delle figure più deformate della storia, ed. Sugarco 2019 p.221. Il capitolo 20 del libro mette la parola definitiva sull’interpretazione del Cantico delle Creature, che è stato via via travisato per farne un anticipatore dell’ecologismo laicista.

[5] Ed. Vallecchi 1973.

[6]  Da Omelie sul Levitico V, 2

 

 

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