Il 14 febbraio scorso, un convoglio di veicoli, che trasporta circa 2500 membri delle Forze di polizia della riserva centrale (CRPF), corpo scelto della polizia federale di Nuova Delhi specializzato nell’anti-terrorismo e nel mantenimento dell’ordine in zone ad alto rischio insurrezionale, viene attaccato da un attentatore suicida a Lethpora, nel distretto di Pulwama, nello Stato indiano di Jammu e Kashmir; il bilancio è di 44 morti tra i poliziotti, oltre al terrorista. L’autore del massacro è Adil Ahmad Dar, un membro di 22 anni dell’organizzazione Jaish-e-Mohammed (l’armata di Maometto), importante formazione islamista, che si batte per l’indipendenza del Kashmir indiano e la sua annessione al Pakistan, quale primo passo verso la restaurazione dell’egemonia musulmana su tutto il sub-continente indiano. La reazione di Delhi è consistita nel bombardamento (26 febbraio) della località pachistana di Balakot, dove sono presenti campi di addestramento della formazione terroristica; il bilancio è, secondo fonti dei comandi dell’aeronautica che ha condotto l’incursione, di un numero imprecisato fra 300 e 350 terroristi morti. La contraerea pachistana ha abbattuto due velivoli attaccanti e catturato un pilota, Abhinandan Varthaman (nell’immagine sopra, terzo da sinistra), riconsegnato all’ambasciatore indiano ad Islamabad (1 marzo) e celebrato, in tutto il suo Paese, come un eroe. Ma il gesto distensivo pakistano non disinnesca completamente la tensione: scambi di artiglieria, sia pure sporadici, proseguono lungo la linea armistiziale che divide il Kashmir sotto il controllo indiano da quello amministrato dal Pakistan.

Tutta questa vicenda richiama alla mente la complessa situazione del Kashmir, parte dei delicati scenari del sub-continente indiano, che, a loro volta, determinano gli equilibri geo-strategici nell’Asia orientale e, conseguentemente, a livello planetario.

Il Kashmir rappresenta l’area più settentrionale ed occidentale dell’India, al tempo stesso, l’estremo nord del Pakistan, che gli permette di confinare anche con la Cina; è compreso tra i monti della catena del Karakoram, a nord-est, e quelli prehimalaiani, a sud-ovest, che degradano, a sud, nella pianura di Jammu, ed è attraversato dal fiume Indo. Il clima particolarmente piovoso ne favorisce la forestazione, i pascoli (da cui la famosa lana) e l’agricoltura (in particolare, frutta, granturco, orzo e riso); sono presenti industrie del cemento, tessili, alimentari e meccaniche.

Abitato fin dal XXVI secolo a.C., conobbe l’integrazione nel mondo indiano e la diffusione del Buddhismo a partire dal III secolo a.C., ma la religione che ne plasmò la civiltà fu l’Induismo, dominante fino al 1346, quando venne annesso all’Umma islamica, per venire inglobato nell’Impero Mogul nel 1586. Nel 1752 passò sotto il dominio degli Afgani, che lo conservarono sotto il dominio islamico, per perderlo a vantaggio dei Sikh del Punjub (1819), che lo cedettero agli inglesi con il Trattato di Lahore (1846), i quali, a loro volta, lo vendettero, con il Trattato di Amritsar (1846), all’indù Raja di Jammu, che ne mantenne il governo anche sotto la dominazione britannica, fino al 1947. In quell’anno, tutti i principi delle zone di confine tra India e Pakistan scelsero a quale dei due nuovi Stati aderire, ma il Raja di Jammu, insieme con il suo Governo, esitava, cosicché il Pakistan ne approfittò per sobillare la parte musulmana della popolazione del Kashmir e per inviare gruppi paramilitari islamici ad invaderlo. Il Raja, allora, si decise ad optare per l’India, che vi inviò truppe per respingere l’invasione pachistana. La situazione si stabilizzò nel 1949, lungo una linea armistiziale, che lasciava circa un terzo della regione sotto il controllo di Islamabad ed il resto sotto quello di Nuova Delhi. Nel 1962, durante la guerra con l’India, la Cina occupò la parte settentrionale del Kashmir e se la annesse; il Pakistan riconobbe immediatamente l’annessione, continuando a rivendicare, invece, la parte sotto il controllo indiano, mentre Delhi ritiene di avere diritto a tutta la regione, indipendentemente dalle potenze che, oggi, ne occupano lembi di territorio.

La posizione indiana si basa sulla legittimità della decisione del Raja di Jammu del 1947 e ritiene tutte le altre argomentazioni come irrilevanti e tutti gli altri fatti come violazioni del diritto internazionale e della sua stessa sovranità.

Più complessa è la posizione pachistana, che risente molto della sua stessa ragion d’essere come Stato. Il Pakistan nasce come la Patria di tutti gli indiani di fede musulmana: dal punto di vista nazionale, quindi, non esiste nessuna peculiarità pachistana ed il pakistano non è altro che un indiano di credo islamico. Questo approccio rende problematica ogni idea di convivenza con l’India, poiché, a fronte dei poco meno di 200 milioni di musulmani con passaporto pakistano, ne esistono più di 170 milioni con cittadinanza indiana, senza contare gli oltre 140 milioni di islamici del Bangladesh; secondo questa lettura (e nessun’altra giustifica l’esistenza del Pakistan come nazione e come Stato indipendente), più del 60% dei membri della “nazione” pachistana vivono fuori dei confini patrii per colpa del vicino indù: quasi il 35% ancora “oppressi” entro i confini indiani e poco meno del 40% risiedano in Bangladesh, che non è più il Pakistan orientale per la guerra, con cui Nuova Delhi, nel 1971, ha costretto Islamabad a concedergli l’indipendenza.

Tutto ciò premesso, la rivendicazione pachistana dell’intero Kashmir risulta l’ovvia conseguenza della stessa ontologia di questo Stato, con l’ulteriore spinta a ciò della maggioranza islamica all’interno della regione. Si comprende, quindi, come la teoria dei terroristi di Jaish-e-Mohammed (e non solo) dell’annessione ad Islamabad della regione contesa come preludio al ristabilimento del dominio islamico sull’intero sub-continente indiano, oltre alle giustificazioni religiose, trovi anche motivazioni “nazionali”.

Le motivazioni pachistane divengono, sul piano politico, specularmente quelle indiane: se Nuova Delhi addivenisse alle pretese di Islamabad, porrebbe le basi per la fine della sua indipendenza e per un ritorno ad un regime di soggezione ad una potenza islamica, come era avvenuto durante l’Impero Moghul.

La questione del Kashmir, quindi, rappresenta il principale scacchiere dello scontro tra India e Pakistan per l’egemonia nel sub-continente indiano. Questo scontro, però, si inserisce nel più generale confronto in Asia orientale, che vede la Cina come storica alleata del Pakistan, in chiave anti-indiana, ed il Giappone, nonostante le limitazioni impostegli dopo la Seconda Guerra Mondiale, come alleato naturale dell’India, in ottica anti-cinese. Questo scontro, soprattutto in Asia meridionale, sta vedendo, dopo la vittoria indiana nella guerra del 1971 con il Pakistan e la conseguente creazione del Bangladesh, che, nonostante la sua popolazione sia per la quasi totalità musulmana, rimane, in chiave anti-pachistana, alleato di Nuova Delhi, una serie di successi cinesi. In Nepal, il successo della rivoluzione maoista e la caduta della locale Monarchia hanno trasformato uno storico strategico alleato dell’India in uno strategico avamposto cinese nella parte himalayana del sub-continente indiano. Persino in Birmania, Pechino è riuscita a volgere a suo favore la caduta della giunta militare, cui Nuova Delhi aveva lavorato da decenni: la giunta militar-comunista, al potere dal 1962, era sempre stata l’alleato strategico della Cina, la quale, però, negli ultimi anni ha sempre più preso le distanze da quel regime, che si è gradualmente spostato verso l’India, che, a sua volta, ha allentato i suoi rapporti con l’opposizione; la caduta del regime e la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi nelle elezioni dell’8 novembre 2015 segnano, così, un nuovo successo di Pechino ed una nuova sconfitta diplomatica di Delhi, che vede nella repressione della minoranza musulmana in Myanmar dei Rohingya e nelle loro forti migrazioni in Bangladesh un colpo inferto ad un suo alleato nell’area.

A livello planetario, infine, l’India è l’alleato storico della Russia, in chiave anti-cinese, alleanza ereditata dalla politica estera zarista, passando per quella dell’Unione Sovietica.

L’incognita è l’atteggiamento statunitense. I democratici, rimanendo ancorati alle politiche della Guerra Fredda, mantengono un atteggiamento filo-pachistano e filo-cinese, con conseguente approccio anti-indiano, in chiave anti-russa; i repubblicani, invece, hanno cercato di avviare un miglioramento dei rapporti con Nuova Delhi, nel quadro di un rinnovato dialogo con Mosca. L’Amministrazione Trump, però, risulta ancora molto condizionata dal cosiddetto «scandalo russiagate» anche su questo fronte, con la complicazione delle difficoltà commerciali che Washington ha tanto con la Cina, quanto con l’India. È, quindi, possibile che i rapporti, anche politici, con Nuova Delhi dipendano, in maniera inversamente proporzionale, da quelli commerciali con Pechino: è possibile, anzi probabile, che al miglioramento di questi corrisponda un peggioramento di quelli, con conseguente vantaggio geo-strategico cinese.

 

 

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