Edward Matthew Ward (XIX secolo) raffigura il momento della separazione di Maria Antonietta dal figlio, il Delfino Luigi Carlo, che morirà a 10 anni a causa delle terribili condizioni carcerarie cui era stato sottoposto per oltre due anni

 

16 ottobre 1793, ore 12. La mano assassina della rivoluzione conduceva all’esecuzione Maria Antonietta Regina Madre di Francia che, vittima di ottenebrate menti, pur orbata della sua libertà, seppe essere fedele al suo status di cristiana e di sovrana. La dignità veramente regale con cui percorse il suo calvario di dolore obbliga alla reverenza.

Ricusato l’Abbé Girard, un “prete costituzionale”, poté ricevere l’assoluzione dal Parroco di Sainte-Marguerite.

Intrepida, salì al patibolo; Dio l’accolse, martire per la fede e testimone veritiera della Tradizione.

Testamento morale della Regina Maria Antonietta, indirizzato alla cognata Madame Elisabetta:

«Questo 16 ottobre alle 4 del mattino, è l’ultima volta che scrivo, sorella mia, e scrivo a voi. Sono stata or ora condannata non a una morte vergognosa, ché tale essa non è che per i delinquenti, ma ad andare a raggiungere vostro fratello; innocente al pari di lui, spero di mostrare la medesima sua fermezza negli ultimi istanti. Sono calma come si è calmi quando la coscienza non ha nulla da rimproverarsi; ho un profondo rammarico di abbandonare i miei poveri figliuoli; voi sapete che non esistevo che per loro e per voi, mia buona e tenera sorella; voi che, per l’amicizia vostra, avete sacrificato ogni cosa per stare con noi, in che congiuntura vi lascio! Sono venuta a sapere dagli stessi difensori del processo che mia figlia era separata da voi. Ahimè! Povera figliuola, non oso scriverle, non riceverebbe la mia lettera; non so neppure se questa giungerà a voi. Ricevete per loro due, qui, la mia benedizione; spero che un giorno, quando saranno più grandi, potranno ricongiungersi a voi e fruire in pieno delle vostre tenere cure: pensino entrambi a ciò ch’io non ho mai smesso di ispirar loro: che i principi e il compimento dei propri doveri sono la prima base della vita, che la loro amicizia e la loro fiducia reciproca ne farà la felicità, che mia figlia senta come, all’età che ha, deve sempre aiutare suo fratello con i consigli che l’esperienza ch’ella avrà più di lui e la sua amicizia potranno ispirarle, ch’entrambi sentano infine che in qualunque posizione possano venirsi a trovare, non saranno davvero felici che in grazia della loro unione, che prendano esempio da noi, quanta consolazione ci abbia data nelle nostre disgrazie la nostra amicizia e nella felicità si gode doppiamente quando si può condividerla con un amico, e dove trovarne di più tenero, di più vero che nella propria famiglia? Che mio figlio non dimentichi mai le ultime parole di suo padre, che espressamente gli ripeto: non cerchi mai di vendicare la nostra morte. Ho da parlarvi di una cosa penosissima per il mio cuore. So quanto dispiacere deve avervi procurato quel fanciullo: perdonategli, mia cara sorella, pensate all’età che ha e a quanto è facile far dire a un fanciullo ciò che si vuole e perfino ciò che non capisce neppure.

Verrà un giorno, spero, in cui egli sentirà ancor meglio il valore delle vostre bontà e della vostra tenerezza per entrambi. Mi resta da confidarvi ancora i miei ultimi pensieri. Avrei voluto scrivere fin dal principio del processo; ma oltre che non mi si lasciava scrivere, le cose si sono svolte tanto rapidamente, che in realtà non ne avrei avuto il tempo.

Muoio nella religione cattolica, apostolica e romana, in quella dei miei padri, in quella in cui sono stata educata e che ho sempre professata; nessuna consolazione spirituale avendo da attendere, ignorando se qui esistano ancora preti di questa religione, senza contare che il luogo ove io sono li esporrebbe troppo se vi entrassero anche una volta soltanto.

Chiedo sinceramente perdono a Dio di tutte le colpe che ho potuto commettere da che sono al mondo; spero che, nella sua bontà, vorrà benignamente accogliere gli estremi miei voti, così come quelli che ho fatto da gran tempo ormai perché voglia ricevere la mia anima nella sua grande misericordia e nella sua bontà. Chiedo perdono a tutti coloro che conosco, e a voi, sorella mia, in modo particolare, di tutti i dispiaceri che, senza volerlo, potessi avervi cagionato.

Perdono a tutti i miei nemici il male che mi hanno fatto. Dico qui addio alle mie zie e a tutti i miei fratelli e le mie sorelle. Avevo degli amici. L’idea d’esserne separata per sempre e le loro sofferenze sono uno dei più grandi dolori che porto meco morendo; sappiano almeno che, fino all’ultimo istante, penso a loro.

Addio, mia buona e tenera sorella; possa questa lettera giungere fino a voi! Pensate sempre a me, vi abbraccio e bacio con tutto il cuore, così come quei poveri e cari figliuoli. Quanto è straziante, mio Dio, abbandonarli per sempre! Addio! Addio! Ora non mi occuperò più che dei miei doveri spirituali. Siccome non sono libera delle mie azioni, mi condurranno qui, forse, un prete che ha fatto il giuramento, ma io protesto che non gli dirò una parola e che lo tratterò come un essere assolutamente estraneo». [Cfr. Castelot, Maria Antonietta – La vera storia di una regina incompresa, p. 420].

Frà Marco Galdini

 

 

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