«Perché date noia a questa donna? […] Versando quest’olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura»[1]

Il culto che l’uomo riserva al corpo dei defunti costituisce un elemento che lo distingue dagli animali.

«Dal dì che nozze e tribunali ed are / Dier alle umane belve esser pietose / Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi / All’etere maligno ed alle fere / I miserandi avanzi che Natura / Con veci eterne a’ sensi altri destina. / Testimonianza a’ fasti eran le tombe, / Ed are a’ figli; e uscìan quindi i responsi / De’ domestici Lari, e fu temuto / Su la polve degli avi il giuramento: / Religion che con diversi riti / Le virtù patrie e la pietà congiunta / Tradussero per lungo ordine d’anni»[2].

Questo culto si manifesta attraverso i riti funebri, nella costruzione di cimiteri, nell’elaborazione di credenze o nella testimonianza circa il destino dell’anima e l’Aldilà. Sin dall’antichità, i defunti e la relazione tra mondo dei vivi e mondo dei morti sono stati raffigurati e descritti, stimolando una vasta produzione artistica. Sofocle (496-406 a.C.), narrando la vicenda di Antigone, la quale decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, pur contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, fa ben comprendere non solo l’importanza sociale della sepoltura ed il fatto che ogni uomo ne abbia diritto, ma anche come esistano delle leggi superiori a quelle contingenti, umane, che riguardano la natura umana, da sempre tramandate ed inviolabili:

«Non Giove a me lanciò simile bando, / né la Giustizia, che dimora insieme / coi Dèmoni d’Averno, onde altre leggi / furono imposte agli uomini; e i tuoi bandi / io non credei che tanta forza avessero / da far sí che le leggi dei Celesti, / non scritte, ed incrollabili, potesse / soverchiare un mortal: ché non adesso / furon sancite, o ieri: eterne vivono /esse; e niuno conosce il dí che nacquero. / E vïolarle e renderne ragione / ai Numi, non potevo io, per timore / d’alcun superbo.»[3]

Il culto dei morti si esprime nei momenti successivi alla morte attraverso la cura e l’attenzione per i corpi dei defunti, emblematica nella nostra cultura occidentale cristiana è la Pietà[4], la celebre scultura della Madonna con il Cristo morto sulle ginocchia. Il modo in cui si compatisce il morente e in cui, dopo la morte, gli si dà sepoltura è la manifestazione di una civiltà; tuttavia il trattamento che i corpi dei defunti ricevono può essere molto differente nelle differenti culture. Tali differenze hanno origine nelle differenti filosofie ed antropologie che caratterizzano tali diverse concezioni della vita.

Nella civiltà occidentale, pagana e cristiana, al corpo viene data la sepoltura, perché esso è ritenuto parte integrante e necessaria, insieme all’anima, della persona umana e destinato alla Resurrezione. Aristotele (384-322 a.C.) sintetizza in maniera insuperata tale concetto definendo l’uomo «sinolo[5] di anima e corpo». Ogni uomo, quindi, come è una sola determinata anima, così è un solo e determinato corpo, che, dunque, gode di un enorme rispetto, tale da meritare di essere preservato e fatto oggetto culto, ovviamente non adorativo (l’adorazione è riservata ovviamente solo a Dio), attraverso la sepoltura.

In altre civiltà, soprattutto in quelle che ammettono la reincarnazione[6], i cadaveri assumono un valore secondario, quando non vengono disprezzati, e normalmente sono cremati, perché il corpo non è ritenuto parte integrante della persona, ma solo mezzo, quando non prigione, dell’anima.

Anche nella nostra civiltà, piegata da una grave crisi valoriale, prende campo la tendenza ad un rapporto ambiguo e immaturo con la morte, che si manifesta sin dalle fasi che la precedono, come, ad esempio, quando il malato terminale viene visto come un peso per la famiglia o quando le sorti del cadavere sono scelte in funzione di ragioni pratiche e della convenienza. Si pensi alla cremazione, ormai non solo diffusa nella civiltà induista ed in quella buddista, in cui è radicata la credenza della metempsicosi, ma anche nella nostra società, in cui tale pratica viene scelta non solo per motivi ideologici e religiosi o per seguire una tendenza; essa, infatti, è generalmente molto più economica di una sepoltura ed occupa meno spazio: a tal punto si è diffusa, anche da noi, il disprezzo del corpo.

Il sepolcro e il cimitero, oltre a costituire una testimonianza ed a permettere pubblicamente il ricordo dei defunti, per la Chiesa Cattolica, nonostante l’opera della Rivoluzione protestante, sono anche mezzo attraverso il quale ottenere indulgenze e, quindi, per santificare le anime. In più la sepoltura è un gesto di professione della Fede cattolica, nell’articolo della resurrezione dei corpi. Certo, i corpi risorgeranno anche se bruciati o distrutti; ma con quali gesti manifestiamo di credere in questa verità, se non con la sepoltura?

Il Cardinale Edouard Pie[7] (1815-1880), rifacendosi a Sant’Agostino, ha ben spiegato i doveri dei vivi verso i morti:

«La cura del funerale, le condizioni onorevoli della sepoltura, lo sfarzo degli ossequi, se sono soprattutto una consolazione per i vivi, sono anche un giusto omaggio reso ai corpi dei defunti, specialmente a quelli dei giusti e dei fedeli, che erano come gli strumenti e i vasi sacri che l’anima ha usato per tutti i tipi di opere buone.

Se le vesti e l’anello di un padre, se qualche altro ricordo di questo tipo, rimangono tanto più cari ai figli quanto più è grande il loro affetto verso i genitori, il corpo non deve in alcun modo essere trattato senza lo stesso rispetto, il quale viene da noi indossato più intimamente ed è più strettamente unito a noi di qualsiasi indumento. I nostri corpi, infatti, non sono per noi un semplice ornamento o uno strumento posto all’esterno per il nostro uso, ma appartengono alla natura stessa dell’uomo.

Oltre alle attenzioni ai funerali, al rispetto con cui si circondano i corpi e alla degna sepoltura che viene loro data, il più importante resta l’affetto, il ricordo e la preghiera, i suffragi che vengono ad aiutare le anime dei fedeli defunti dopo la loro vita: quando anche, se per qualche necessità, non si trovi il modo, né di seppellire i corpi, né di seppellirli in qualche luogo santo, è comunque necessario non omettere di offrire suppliche per le anime dei morti. Questo è ciò che la Chiesa si è impegnata a fare per tutti i cristiani che sono morti nella comunione della società cristiana, anche senza nominarli, con una commemorazione generale, affinché coloro che mancano di preghiere di genitori, figli, parenti e amici, ricevano l’aiuto da questa pia madre, che è una e comune a tutti i fedeli»[8]

Ed inoltre, a proposito dell’importanza del corpo, aggiunge:

«Dobbiamo quindi, per quanto si può, dare l’attenzione necessaria a questo vestito di carne lasciato da un nostro parente, quando lui, che se ne è preso cura, l’ha lasciato. E se lo fanno quelli che non credono nella risurrezione della carne, quanto più dovranno farlo quelli che credono, affinché gli ultimi doveri vengano resi a questo corpo defunto, ma destinato a risorgere e a perdurare eternamente, in modo tale che vi appaia persino, in un certo senso, una testimonianza di questa fede».

Mai come oggi, in questo clima gnostico ed utilitaristico, il corpo umano, anche del defunto, è visto come un insieme di elementi da offendere, distruggere, riutilizzare, al quale poter negare anche le esequie o le funzioni religiose per motivazioni politiche. Proprio per questo è quanto mai necessario ed urgente recuperare la tradizione della nostra civiltà anche a riguardo dei doveri dei vivi nei confronti dei morti.

 

 

[1] Mt 26,10-12.

[2] Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv 91-103.

[3] Sofocle, Antigone, traduzione di Ettore Romagnoli (1871-1938), vv 450-462.

[4] Opera databile tra 1547 ed il 1555 di Michelangelo Buonarroti (1475-1564).

[5] Dal greco σύνολον (synolon), a sua volta derivato da σύν (syn) = «con» e ὅλος (olos) = «tutto», designa l’unione della materia (il corpo), potenza (possibilità di essere, nel nostro caso persona), e della forma (l’anima), ciò che porta la potenza all’atto (all’attualità dell’essere persona); questa unione è la concreta sostanza.

[6] Detta anche metempsicosi, dal greco μετεμψύχωσις (metempsycosis), a sua volta derivante da μετά (metà), preposizione indicante il trasferimento, ἐν (en) = «dentro» e ψυχή (psyché) = «anima», indica la trasmigrazione dell’anima da un corpo ad un altro in vite diverse e consecutive.

[7] Louis Édouard François Desiré Pie, Vescovo di Poitiers.

[8] Saint Augustin, Des devoirs à rendre aux morts, in Œuvres complètes, Bar-le-Duc, tome XII, p. 280-293.

 

 

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