Le bio-bibliografie dantesche si occupano ovviamente anche di quell’aspetto dell’opera del poeta che tratta della lingua italiana e, a questo proposito, si interessano in modo specifico del trattato latino (incompiuto) De Vulgari Eloquentia, iniziato durante l’esilio[1] e quindi dopo l’anno 1302, e protratto nella sua stesura fin verso presumibilmente il 1305.

Il problema teorico della lingua «volgare» (cioè non latina), tuttavia, occupa Dante anche nel trattato iniziale del Convivio (1304-1307 circa, anch’esso incompiuto), ed inoltre i suoi interessi linguistici nella loro applicazione concreta, cioè nella elaborazione della sua lingua poetica, traspaiono anche in diversi passi della Commedia.

Che gli interessi di Dante si volgessero anche ai problemi, sia teorici che pratici, dell’origine, della diffusione e dell’uso del volgare non deve stupirci, se pensiamo non solo alla poliedricità di una natura intellettuale certamente eccezionale come quella dell’Alighieri, ma anche al fatto che il sapersi muovere su argomenti tra loro anche molto distanti (filosofia, linguistica, poesia, politica, matematica e scienze, astronomia, musica)[2] era caratteristica comune di pressoché tutti gli intellettuali del Medioevo[3], con buona pace di chi, ancora oggi, si ostina a vedere nell’età di mezzo solamente (o quanto meno principalmente) un periodo di barbarie, ignoranza e superstizione.

Se nel Convivio, tuttavia, l’esposizione sistematica della tematica riguardante il volgare (o, meglio, il suo uso) è concentrata nei capitoli V-XIII del primo trattato e, soprattutto, essa si limita solamente a giustificare di fronte ai lettori la sua scelta di utilizzare il volgare (e non il latino come ci si sarebbe dovuto aspettare per un’opera di carattere “tecnico” sulla poesia) hic et nunc, cioè in quell’opera specifica, senza assurgere ancora ad una trattazione di carattere universale e sistematico, è appunto il De Vulgari Eloquentia l’opera in cui il poeta affronta, in modo preciso e documentato, il tema dell’origine, della diffusione e dell’uso quotidiano del volgare, con l’intenzione, seppur non realizzata, di giungere poi a trattare del suo impiego nella poesia in Italia.

L’opera, che avrebbe dovuto secondo le intenzioni dell’autore comprendere almeno tre o addirittura quattro libri, di cui però vennero composti soltanto uno e la prima parte (fino al cap. XIV) del secondo, venne redatta in latino per due motivi principali: per mostrare ai dotti del tempo, cui esso era rivolto, la bellezza della lingua volgare nella lingua “ufficiale” della cultura (il latino appunto)[4], ma anche perché egli voleva difendersi da eventuali accuse di incultura quando si fosse saputo che un altro testo “scientifico” (il Convivio) era da lui stato scritto in volgare.

Poiché lo scopo conclusivo dell’opera (a cui come già detto l’autore non riuscirà a giungere) doveva essere quello di stabilire quale lingua volgare in Italia sia la più adatta per scrivere componimenti di squisita struttura metrico-retorica (cioè la canzone) e di elevati argomenti (cioè filosofia, armi e amore), il primo passo da compiere (e resterà anche l’unico) è rintracciare quale sia questa lingua, raffinata e perfetta, adatta alle composizioni poetiche più alte.

Il centro della riflessione è dunque la ricerca di un volgare che Dante definisce «illustre», ovvero che possa assumere i caratteri di lingua letteraria all’interno del panorama linguistico-culturale italiano. Una “koinè”, dunque, cioè una lingua comune a tutti i letterati d’Italia, avendo come modello quello della koinè d’oc (o provenzale) già utilizzato nei secoli immediatamente precedenti tra i letterati delle corti della Francia meridionale[5].

Altro aspetto molto interessante della riflessione linguistica dantesca, su cui torneremo tra breve, è la distinzione tra i volgari (d’Europa, e non solo d’Italia) ed il latino. Egli identifica cioè la lingua volgare come quella, d’uso, che il bambino impara dalla balia[6], mentre il latino viene da lui definito come una «grammatica», cioè una lingua creata “in laboratorio” e perciò immutabile e perfetta[7]. In altre parole, Dante era convinto che anche i grandi scrittori latini (Cicerone, Virgilio, Ovidio, Lucano, Seneca…) in realtà nella loro vita quotidiana parlassero in volgare, mentre riservassero il latino (lingua standard e sempre uguale a se stessa) solamente per le loro opere letterarie.

Dopo i primi tre capitoli introduttivi, nel cap. IV Dante si interroga su chi sia stato il primo essere umano ad aver parlato, giungendo alla conclusione che fu Adamo all’atto stesso della sua creazione, pronunziando egli come prima parola il vocabolo ebraico El (Dio)[8].

Proseguendo in una sorta di storia del linguaggio umano, Dante arriva a parlare dell’episodio biblico della Torre di Babele (Gen XI, 1-9). La lingua di Adamo, che essendo di origine divina era perfetta ed immutabile, appartenne anche ai suoi discendenti finché Dio decise appunto di confondere l’unico linguaggio umano dando origine alle varie lingue[9]. Il popolo ebraico, e segnatamente – secondo Dante – i discendenti di Sem, fu l’unico a mantenere l’antica lingua che era stata di Adamo, affinché essa giungesse integra e sempre uguale fino a Gesù Cristo per sparire poi con la diaspora del 70 d. C.

Si passa quindi ad analizzare le varie lingue dell’Europa contemporanea, in cui l’autore distingue tre “famiglie”[10] linguistiche, quella delle lingue che potremmo chiamare slavo-germaniche[11], il greco ed i volgari dell’Europa meridionale (provenzali, che egli però chiama Yspani, francesi e volgari d’Italia)[12]. Come conseguenza di tale distinzione geografica, Dante si interroga (cap. IX) sul perché le lingue si differenzino tra loro nello spazio (diatopia), includendo – forse inconsciamente – in questa categoria anche la differenziazione di tipo sociale e culturale (diastratia), e nel tempo (diacronia). In questo capitolo, dunque, dopo aver ribadito la sostanziale “parentela” (con esempi letterari[13], ma senza tuttavia entrare nel merito della lingua d’origine) tra le tre lingue dell’Europa meridionale[14], alle argomentazioni filosofiche, che Dante ricava dai suoi maestri San Tommaso ed Aristotele, si affiancano anche (segno della “modernità”, in senso positivo, della ricerca dantesca, che sapeva accoppiare ad un impianto razional-deduttivo di analisi anche la necessaria batteria di esempi concreti a supporto[15]) riflessioni, dovute all’interesse del ricercatore di fenomeni linguistici, nate da osservazioni empiriche effettuate durante la sua permanenza in varie parti d’Italia; tra queste, per esempio, la differenza (pur nella somiglianza) tra le parlate di Ravennati e Faentini o il fatto che il volgare bolognese parlato nel Borgo San Felice sia diverso da quello parlato in Strada Maggiore[16]. Conseguenza “storica” di questo procedere ondivago e diversificante delle lingue d’uso[17] fu dunque la necessità, per i dotti, di elaborare una grammatica (il latino) incorruttibile ed immutabile, non soggetto all’arbitrio di un singolo parlante poiché risultato di un’opera razionale di un gran numero di dotti.

A questo punto (cap. X), come lavoro preparatorio alla ricerca del «volgare illustre», egli cataloga e classifica i vari dialetti italiani (detti «volgari municipali»), cercando di individuare quello che abbia le caratteristiche per imporsi come lingua letteraria. In questa sua rassegna egli adotta come elemento geografico divisorio la catena degli Appennini, suddividendo quindi i 14 volgari da lui definiti (all’interno dei quali se ne possono individuare altre sottospecie) in quelli ad oriente (aggiungendovi anche Lombardia, Veneto e Friuli) e quelli ad occidente di tale catena montuosa; come appendici abbiamo poi le isole del mar Tirreno (Sardegna e Sicilia), che vanno assegnate alla parte occidentale d’Italia. Tali volgari (cap. X 8-9) sono: siciliano, apulo (in realtà per noi calabrese), romano, spoletano, toscano, genovese e sardo (a occidente); calabro (in realtà per noi pugliese), anconetano, romagnolo, lombardo, trevigiano-veneziano, friulano e istriano (a oriente); è significativo, poi, che al cap. XV 7 i volgari di Trento, Torino ed Alessandria non sono classificati come «italiani»[18].

L’analisi dei volgari municipali continua nel cap. XI al fine di tentare di stabilire, producendo esempi concreti, quale di essi possa avere lo status di «volgare illustre». In sintesi nessun volgare d’Italia viene da Dante ritenuto degno di tale qualifica, non il romano, l’anconetano, lo spoletino, il milanese-bergamasco e il friulano ed il sardo (cap. XI), ma nemmeno il siciliano (se non forse, ma solo in parte, quello usato dagli scrittori di corte) e l’apulo (cap. XII). Anche i volgari toscani (cap. XIII) non sono dall’autore ritenuti degni di nota, con in più l’aggravante che gli abitanti della Toscana si credono in genere portatori del miglior volgare in Italia; pertanto, anche la lingua di scrittori di una certa fama (come Guittone d’Arezzo e Bonagiunta da Lucca) è rovinata dalla grossolana municipalità del loro parlare[19]. Tra i toscani possono essere segnalati, al massimo, scrittori stilnovisti come Cino da Pistoia ed i fiorentini Guido (Cavalcanti), Lapo (Gianni) ed un terzo (ovviamente Dante stesso) definito solo come «unum alium». Stessa sorte del toscano tocca all’umbro, alle parlate dell’alto Lazio (Tuscia) ed al genovese. Nel cap. XIV tocca ai volgari della Romagna e del Veneto, tutti scartati, così come quelli dell’Emilia e della bassa Lombardia (Mantova): l’unico volgare a presentare qualche aspetto positivo è invece il bolognese, di cui dice che «non male opinantur qui Bononienses asserunt pulcriori locutione loquentes» («non sbagliano coloro che affermano che i Bolognesi parlano una lingua migliore», cap. XV 2). Si chiude l’esame dei volgari, nel cap. XV, con i casi (già visti) di Trento, Torino[20] ed Alessandria.

 

(1-continua)

 

[1] Ricaviamo il terminus post quem (cioè l’esilio) dell’inizio della composizione dell’opera da un passo del cap. 6 del libro i, in cui l’autore dichiara infatti «exilium patiamur iniuste» («soffriamo ingiustamente l’esilio»).

[2] Non dimentichiamo, a questo proposito, che la preparazione culturale dell’intellettuale in questo periodo storico avveniva attraverso lo studio delle 7 arti, dette Artes Liberales (cioè degne di essere studiate da un uomo libero), comprese nel Trivio (Grammatica, Retorica, Dialettica) e nel Quadrivio (Aritmetica, Geometria, Astronomia, Musica), corrispondenti – grosso more – alle attuali discipline letterarie ed a quelle scientifiche. Già nell’antichità, comunque, la figura dell’intellettuale era considerata “monolitica”, senza cioè distinguere in esso una propensione particolare per le discipline letterarie o per quelle scientifiche, distinzione questa (con la sua, al giorno d’oggi persino esasperata, specializzazione) tipica dell’età moderna.

[3] Pensiamo per esempio al maestro di Dante stesso, cioè Brunetto Latini, ed alle sue opere enciclopediche: il Trésor ed il Tesoretto.

[4] Anche nel nostro mondo culturale d’oggi assistiamo a qualcosa di simile. È abbastanza diffusa ormai l’abitudine che importanti studi, opera di studiosi italiani, sulla lingua e la letteratura italiana siano redatti nella lingua internazionale della cultura, cioè l’inglese. Quando ciò non sia, è comunque uso ormai consolidato che gli studi, scritti in qualunque lingua che non sia l’inglese, vengano preceduti nella rivista di pubblicazione da un «abstract» (cioè da un breve riassunto introduttivo) redatto in tale lingua.

[5] Mi sembra, questo, il momento opportuno per chiarire due equivoci che spero riuscirò ad approfondire in un’occasione successiva, equivoci che, per una sorta di “inerzia intellettuale”, si stanno trascinando da anni nel campo della cultura (e della scuola) italiana. Il primo riguarda il fatto che l’opera teorica di Dante sulla lingua si occupa della lingua «letteraria», e non di quella «d’uso», così come i linguisti post-unitari (capeggiati da Manzoni) hanno sempre voluto farci credere, forzando in tal modo le intenzioni dell’Alighieri e, soprattutto, fornendo alle nostre scuole una visione distorta non solo del pensiero linguistico dantesco, ma di gran parte di quella che ormai per tradizione si chiama «questione della lingua». Il secondo equivoco è di carattere più (geograficamente) limitato e riguarda il concetto di “occitano” (con la conseguente deriva dell’“occitanismo”): la lingua d’oc (o «occitano»), come lingua d’uso quotidiano (cioè così come essa è intesa dagli “occitanisti”), in realtà non è mai esistita, ma essa era la koinè letteraria dei trovatori d’oltralpe. I patois d’oc (tra cui anche quelli parlati sulle nostre Alpi) si potranno definire «parlate a base (o di derivazione) occitanica», ma non certo «lingua occitana» tout court. Di qui poi – come detto – la deriva “occitanista” che ha prodotto aberrazioni culturali ed antropologiche quali la cucina/musica/architettura occitana, nate da una confusione di base (forse dovuta ad ignoranza, forse a malafede) tra i concetti di «minoranza linguistica» e di «minoranza etnica».

[6] Cfr. anche Paradiso, c. XV 121-123: «L’una vegghiava a studio de la culla, / e, consolando, usava l’idioma / che prima i padri e le madri trastulla».

[7] Fatte le dovute distinzioni e precisazioni di ordine storico e storico-linguistico, tale opinione collima perfettamente con la convinzione che solo il latino sia la lingua perfetta ed immutabile (partendo egli, comunque, da premesse diverse dalle nostre, ma con esse tuttavia coerenti) da usarsi per la celebrazione della S. Messa e per gli altri principali momenti del rito cattolico romano. Il latino, invariabile e incorruttibile, potrebbe addirittura collocarsi (così come in campo politico l’Impero romano) come una specie di symbolum Dei, nella sua unicità e universalità.

[8] Tale opinione del poeta sarà invece da lui corretta nel canto XXVI del Paradiso (posteriore di circa 15 anni rispetto al trattato), in cui egli, incontrando l’anima beata di Adamo ed interrogandolo anche sulla lingua da lui parlata, gli farà dire (vv. 122-138) che il nome di Dio da lui usato fu I, mentre El è un nome più tardo (cfr. Isidoro di Siviglia, Etym. VII, I, 3). Su tale episodio del Paradiso torneremo parlando della riflessione di Dante sulla mutabilità delle lingue “storiche”.

[9] A tal proposito, significativo è un momento dell’episodio di Nembrot (Inf. XXXI 76-81), in cui Dante dice che Nembrot, re di Babilonia iniziatore della costruzione della Torre di Babele, fu causa della confusione delle lingue e quindi della fine della lingua “adamitica” («questi è Nembrotto per lo cui mal coto/ pur un linguaggio nel mondo non s’usa», vv. 77sg.).

[10] Usiamo questo termine per comodità, ma non certo col valore scientifico che siamo soliti conferirgli dopo gli studi glottologici della linguistica dal secolo XIX in poi. Certamente egli ne riconosce un’origine comune, attraverso una prima, ingenua, forma di analisi comparativistica, ma di tale lingua progenitrice altro non dice.

[11] «Unum ydioma […] per Sclavones, Ungaros, Teutonicos, Saxones, Anglicos et alias nationes fuerit […] derivatum» («Un solo idioma […] per gli Schiavoni [cioè gli Slavi; N.d.A], gli Ungari, i Teutoni, i Sassoni, gli Angli e gli altri popoli […] derivò», cap VIII, 3).

[12] Sulla base di ciò che si è detto poco supra, è chiaro come egli non prenda in considerazione il latino, che noi sappiamo invece essere alla base di questo terzo gruppo di volgari.

[13] Una certa “debolezza” di metodo può qui essere vista nel fatto che, come modello di volgare d’Italia, egli scelga, senza apparenti motivazioni se non la sua poetica bellezza, un passo in volgare (letterario) del bolognese Guido Guinizzelli, eleggendolo quindi a specimen assoluto di volgare “italiano”, quasi che esso possa rappresentare in certo qual modo anche ogni altro volgare d’Italia.

[14] Dante vorrebbe anche tentare di stabilire una gerarchia tra queste tre lingue e, pur dichiarando di non voler procedere oltre, ammette che la lingua del sì (italiano) è preferibile al provenzale (lingua d’oc) ed al francese (lingua d’oïl) sulla base del fatto che i dotti che hanno elaborato il latino abbiano ricavato più parole per tale lingua dall’italiano che non dalle altre due (e nella fattispecie egli cita la derivazione del latino sic dall’italiano sì). Va da sé che ancora una volta Dante commette un errore storico per fallacia di presupposto: è l’italiano che deriva dal latino, e non viceversa, come egli invece crede.

[15] D’altra parte egli si sente in qualche modo giustificato in questo metodo d’azione quando, all’inizio del capitolo, afferma di voler analizzare ora argomenti mai trattati da altri prima di lui: «cum inquirere intendamus de hiis in quibus nullius autoritate fulcimur» («poiché intendiamo fare una ricerca intorno a quegli argomenti per i quali ci possiamo appoggiare sull’autorità di nessuno», IX 1).

[16] Proprio in relazione a questo esempio si può pensare ad una differenziazione non solo diatopica (come espressamente dichiarato da Dante), ma presumibilmente anche distratica (seppur non consapevolmente rilevata dall’autore): diversità c’era tra il modo di parlare degli abitanti della periferia (Borgo San Felice) e del centro città (Strada Maggiore), differenza di carattere presumibilmente più sociale e culturale che non geografica.

[17] Come già accennato supra, Dante ritorna sull’argomento della mutevolezza delle lingue storiche nell’episodio di Adamo (Pd, c. XXVI 103-142). In questo episodio egli corregge alcune sue convinzioni, precedenti, da lui espresse nel DVE: oltre al nome di Dio (I, e non El), qui si sostiene che la lingua di Adamo non durò fino alla Torre di Babele, ma finì prima che si iniziasse la sua costruzione (vv. 124-126), confermando allo stesso tempo la convinzione della mutabilità del linguaggio umano (vv. 130-132).

[18] «Dicimus Tridentum atque Taurinum nec non Alexandriam civitates metis Ytalie in tantum sedere propinquas quod puras nequeunt habere loquelas […] ita quod […] esse vere latium negaremus» («Diciamo che le città di Trento e di Torino ed anche di Alessandria si trovano così vicine ai confini d’Italia che non possono avere parlate pure […] così che […] affermiamo che non siano davvero italiane»).

[19] Tale dichiarazione di Dante si oppone a quanti, specie durante gli anni post-unitari, elevarono (invocando proprio Dante) il “toscano”, specie quello popolare parlato, come modello insuperabile ed imitabile per la nuova lingua italiana nazionale. Tra essi ricordiamo il padre somasco astigiano Giambattista Giuliani (1818-1884), che, specialmente nelle Lettere (Firenze 18653) e nelle Ricreazioni filologiche (Firenze 1871), a cui appartiene il Saggio di un nuovo Dizionario del linguaggio volgare toscano, raccoglie un gran numero di esempi lessicali e fraseologici popolari da lui annotati durante il suo girovagare nelle campagne e nei centri abitati della Toscana.

[20] Ancora una volta, pur partendo da premesse diverse, in quanto egli parla di «propter aliorum commixtionem», cioè di parlate non italiane in quanto «mescolate» con altre, Dante coglie nel segno a proposito della minima “italianità” del volgare pedemontano, che – da molti studiosi contemporanei, come Lüdtke, Gebhardt, Muljačić, Clivio, Bossong et alii – è ritenuto come tipologicamente diverso dai volgari italiani e da assegnare ad una sorta di “zona grigia” tra le lingue gallo-romanze (specie il provenzale) ed i dialetti gallo-italici (ligure, lombardo, emiliano, romagnolo).

 

 

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