La vicenda della premier finlandese e dei suoi sgangherati divertimenti ci dà occasione per alcune riflessioni.

L’argomento con cui essa invoca una distinzione tra il pubblico e il privato, tra il lavoro e il tempo libero, manifesta un’ipocrita ingenuità, dato che il ceto politico ovunque si avvale spregiudicatamente dello strumento delle immagini e del pettegolezzo per la propaganda e le reciproche schermaglie tra le parti. Poco credibile perciò che essa cada dalle nuvole e si stupisca che l’episodio abbia avuto risonanza internazionale, data l’attuale politica della Finlandia; del resto esso finisce per fruttarle più solidarietà che discredito, e quindi il bilancio politico è ambiguo e sospetto; l’appello “sono umana” e la pronta ovazione dei ranghi femministi e lbgt fa pensare ad un’abile manipolazione pubblicitaria più che a suggestioni complottiste.

Alcuni aspetti, nel loro essere dati per scontati, hanno in sé un veleno più acre e sottile, segnalano un conformismo più inquietante. Si proclama che divertirsi, rilassarsi, stare con gli amici voglia dire “lasciarsi andare”, allentare le inibizioni, “fare come tutti”, mediante consumo di alcool (e spesso droga), musica che rintontisca, esibizionismi vari. L’ossessione di una continua esibizione del corpo, imbarazzante catalogo di chirurgie plastiche, convive spesso presso gli influencer con gli sproloqui progressisti che funzionano come slogan pubblicitario; il corpo, manipolato tecnologicamente e costituito a prodotto, è oggetto di mercificazione totale sul mercato del social; perciò il concetto di “tempo libero” non è invocabile, in quanto vi regna un relativismo privo di  qualunque oggettività. D’altra parte appare che il tempo, per essere definito “libero”, debba essere schiavo dei più ferrei stereotipi, autorappresentarsi, trovare una continua conferma nei modelli mediatici. Ridicolo quindi che la Marin parli d’immagini “inappropriate”, come se il non diffonderle potesse restituire bellezza, eleganza, humour ai relativi contorcimenti, strusciamenti e sberleffi; i quali del resto esistono proprio per farsi immagine.

La riserva su pubblico e privato è ormai inservibile, bruciata dal social e dallo scadimento del “pubblico”, ridotto a becerume e gossip per il degrado culturale e morale del ceto politico istituzionale. Lo stesso cancel culture e l’ossessione per i biografismi sessuali diffusa nell’editoria, nelle mostre, nella divulgazione, tolgono ulteriormente credibilità ad un livello razionale di valutazione dell’agire (il bene comune, gli ideali, la democrazia).

E’ ironico che la Marin corra a farsi il test sulla droga, appellandosi nel contempo alla distinzione pubblico-privato: vittima o narcisista, ingenua o ipocrita, non può certo ignorare di avvalersi lei per prima dell’immagine e della virtualità, e il suo stile di “divertimento” –comunque lo si giudichi- fa parte della sua rappresentazione ed autorappresentazione.

 

Il “privato” di Simone de Beauvoir

La distinzione pubblico-privato è stata più volte chiamata in gioco nel trattare gli imbarazzanti trascorsi di Simone de Beauvoir, spacciata come icona del santuario femminista. I fatti sono noti, per quanto oscurati nelle biografie ufficiali: una relazione con una sua allieva di 15 anni, e con altre che ella poi “passava” a Sartre. In effetti, per immagine e ruolo, quella della de Beauvoir è la figura della maîtresse che troneggia, sorveglia e incassa, vendendo roba non sua e parassitando su un ambiente losco e posticcio. I suoi puerili e noiosi romanzi, il suo profluvio autobiografico, il suo femminismo non certo originale, anzi attardato, snob, e da altre testimoniato con ben altra dignità, ne farebbero una figura marginale del folklore della gauche, se non fosse stata accreditata per un fenomeno precocemente mediatico, perpetuato dal copia-incolla della divulgazione femminista.

Essendo infine crollata e insostenibile la comoda distinzione tra pubblico e privato, ed essendo anzi emerse nuove informazioni sulla turpe vicenda, le volonterose commentatrici si sono trovate davanti al dilemma imbarazzante se togliere alla narrazione femminista uno dei suoi quarti di nobiltà (la filosofa!) o arrampicarsi sugli specchi per giustificare le sue azioni a un livello minimo di decenza. Che cautele! Che distinguo! Spuntano curiosi relativismi, per i quali la pedofilia nell’anteguerra sarebbe cosa diversa, meno grave, e che –ma vale solo per lei?– non si può giudicare il passato con i criteri odierni. Ragionamento in questo caso paradossale, visto che la De Beauvoir in effetti a suo tempo fu formalmente e permanentemente radiata per questi fatti dall’insegnamento! Non si tratta quindi di un incidente, di un comportamento anticonvenzionale equivocato, bensì un tipico esercizio di potere e seduzione verso il più debole, via via confermato nei costumi sessuali della coppia de Beauvoir-Sartre, ed esplicitato nel 1977 con l’adesione di entrambi alla nota petizione d’intellettuali della gauche per l’alleggerimento delle disposizioni del codice penale sulla pedofilia. Anche qui, acrobazie dei vari esegeti per circoscrivere l’episodio ad una provocazione libertaria. Ma non è così: l’autobiografismo della De Beauvoir, che puntella la rassegna di banalità sulla donna delle sue opere, alla fine si risolve proprio in questo torvo e voyeristico “assecondare” gli abusi, l’arroganza, il cinismo di un ceto privilegiato, fornendo ad esso il decor femminile. Incapace d’interpretare intellettualmente l’identità della donna, e psicologicamente inadeguata a intuirne l’essenza materna, la De Beauvoir riempie il vuoto che ne deriva con l’atteggiamento e il costume predatorio.

Un femminismo che ostenta l’aborto come sua unica bandiera (avendo ceduto tutto il resto alla narrazione lbgt), e si accinge a chiudere un occhio sull’utero in affitto, può quindi ben conservare la De Beauvoir tra i suoi precursori, senza nasconderne le malefatte come lo sporco sotto il tappeto.

 

 

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