Un aspetto degno di nota da inserire nel panorama dei prolifici e proficui rapporti intercorsi in mille anni di Storia fra Casa Savoia e la Chiesa, ultimamente e finalmente emersi con il libro di Cristina Siccardi Casa Savoia e la Chiesa. Una grande, millenaria Storia europea (Sugarco Edizioni), è il tema inerente alla politica diplomatica che intercorse fra papa Benedetto XIII (1724 -1730) e la corona sabauda e, precisamente, al concordato con Casa Savoia, avvenuto il 1727.

«La corte sabauda ha avuto una storia millenaria, che dall’alto medioevo giunge sino alla metà del Novecento. Quando Amedeo VIII, nel 1416, ottenne il titolo ducale la struttura di tale corte era già definita e, per più aspetti, era destinata a restare immutata da allora per oltre cinquecento anni. Uno dei principali cambiamenti avvenuti in un periodo tanto lungo fu la decisione, nel 1713, di rendere sezione autonoma la Regia Cappella. Sino ad allora, infatti, essa era stata parte della Camera. Guidata da un primo elemosiniere, i suoi componenti prestavano giuramento nelle mani del gran ciambellano. Dopo l’ascesa al rango regale, nel 1713, Vittorio Amedeo II decise, invece, di fare della Regia Cappella una sezione a sé stante, elevandola al livello di Casa, Camera e Scuderia. Prosegue, ancora, il testo di Merlotti: “Il processo, tuttavia, fu lungo e complesso. Il sovrano sabaudo, infatti, aveva da anni un duro contenzioso con la corte di Roma in merito alle nomine di vescovi ed abati. Solo nel 1726 Roma riconobbe il titolo regio e solo un anno più tardi, nel 1727, fu stipulato infine un concordato con papa Benedetto XIII. Questo consentì a Vittorio Amedeo II di metter mano anche alla ridefinizione della Regia Cappella con la nomina di un grande elemosiniere, equiparato agli altri grandi di corona (gran maestro, gran ciambellano e grande scudiere), e con la selezione di un nuovo personale, in particolare elemosinieri e cappellani» (A. Merlotti, I regi elemosinieri alla corte dei Savoia, in La corte en Europa: politica y religion, a cura di J. Martinez Millan, M. Rivero Rodríguez e G. Versteegen, Madrid, 2012, vol. 2).

Per concludere questo breve tragitto tracciato da Merlotti  è giusto evidenziare qualche altro aspetto non marginale di questo concordato:

«Durante il regno di Vittorio Amedeo II la carica d’elemosiniere fu affidata a dodici ecclesiastici, tutti tratti dalle fila della più alta nobiltà di corte. Unica eccezione era l’abate Riccardi, che era però fratello d’uno dei principali ministri e collaboratori del sovrano. Quando fra 1726 e 1727, in seguito al concordato con Benedetto XIII, Vittorio Amedeo II poté provvedere alle sedi episcopali vacanti (in alcuni casi da decenni) nessun elemosiniere fu preso in considerazione, tranne uno: l’abate Costanzo Rodolfo Falletti di Barolo (1675-1748), nominato arcivescovo di Cagliari». Chiusa questa parentesi introduttiva, è giusto rimandare il lettore ad alcuni giudizi espressi, nel corso dei secoli, degli anni più remoti e anche in quelli più recenti, sulla vicenda, da alcuni, storici e studiosi. «Tra l’altro si sa che il concordato del 1727 fu ottenuto dai Savoia in maniera molto disinvolta, oltre che attraverso la sistematica corruzione dei prelati, persino con episodi plateali di devozione degni della commedia dell’arte. Il ministro Ferrero d’Ormea, incaricato da Torino delle trattative, fu l’artefice principale dei contatti con i dignitari romani e delle scene di pietà religiosa dirette a commuovere l’anziano e suggestionabile papa Benedetto XIII». È quanto ha scritto nel suo saggio Alberto Lupano: Placet, exequatur, economato dei benefici vacanti. Tre volti del giurisdizionalismo sabaudo, in La prassi del giurisdizionalismo negli Stati italiani (settembre 2015).

 

Busto in marmo di Benedetto XIII, realizzato nel 1725, Basilica di Superga (Torino). Il manufatto è testimonianza degli ottimi rapporti che intercorsero fra Papa Orsini e i sovrani di Casa Savoia

 

Ludwig Von Pastor, nella sua Storia dei Papi, relativamente al pontificato di Benedetto XIII e alla questione Concordato, non è stato assolutamente tenero nei confronti dell’Orsini. Beniamino Di Martino, nel suo Benedetto XIII nella «Storia dei Papi di Ludwig Von Pastor» (Club di Autori Indipendenti, Benevento 2015), riprende il pensiero dello storico tedesco in questi termini: «Sin dai primi anni di episcopato, Orsini fu scrupolosissimo nel rivendicare i diritti della giurisdizione ecclesiastica nei confronti delle pretese statali. In un’epoca caratterizzata dall’assolutismo e dal giurisdizionalismo, da Pontefice, Orsini non poteva non imbattesi in annose questioni politiche. In particolare, due tra queste segnarono il pontificato di Benedetto XIII: le trattative per la Legazione Siciliana con l’imperatore d’Asburgo e il Concordato con Amedeo II di Savoia». Nel merito di questa lunga controversia, «che si trascinava sin dai tempi di Clemente XI, l’Orsini non tollerava che le diocesi fossero prive dei loro pastori, per via dei dissidi correnti e ricorrenti tra Santa Sede e i governi nazionali e locali». Secondo il Pastor e quanto riporta il Di Martino: «Anche in questa vicenda, l’Orsini, che aveva sempre voluto tutelare i diritti della Chiesa e che si era presentato come “inflessibile riguardo all’immunità e libertà ecclesiastiche, si trovò a siglare un concordato nella primavera del 1727 che non pochi cardinali denunciarono come arrendevole nei confronti della politica piemontese». In realtà, e anche in questa circostanza, Benedetto XIII, era stato vittima delle mire dei suoi fiduciari; soprattutto il Coscia e il Fini. A prova di ciò, il von Pastor, riporta le assicurazioni che l’abile negoziatore piemontese, il marchese d’Ormea, inviò a Torino rallegrandosi dei servigi resi dal Coscia avendo «trovato in questo favorito uno strumento eccellente per raggiungere i suoi scopi». Tra congetture, astiosità, preconcetti, l’autore del saggio, in maniera ardita, conclude: «Ma l’interessata condiscendenza non era solitaria se il von Pastor ritiene che molti tra i funzionari della Santa Apostolica che ne avrebbero dovuto curare gli interessi finirono nel libro paga di casa Savoia. Tra questi lo stesso Lambertini, futuro Benedetto XIV». Ovviamente, per dare sostanza alle accuse di debolezza rivolte a Papa Orsini, ma per mettere in risalto l’ostilità di papa Corsini nei confronti del casato sabaudo, tutti hanno evidenziato che il successore, Clemente XII, invalidò il Concordato, tutti i “benefici” e i “privilegi” precedentemente concessi. Vere, false, presunte, costruite e documentate le accuse rivolte all’anziano pontefice, descritto in tutta la sua debolezza, e ai suoi collaboratori, fatti passare come non cristallini, è quanto la storia ha il compito di definire. A coronamento di questo breve excursus storico, ci piace riprendere un altro aspetto non marginale, ma che serve a completare il quadro. In chiave, starei per dire, più leggera, meno aggressiva e meno polemica, per cogliere gli aspetti religiosi e di fede. Sfogliando il testo di Augusta Lange, Dimore, pensieri e disegni di Filippo Juvarra (Compagnia di San Paolo, Torino 1992), è facile riscontrare il racconto legato all’intera vicenda, sotto l’aspetto artistico. In un apposito capitolo, i «candelieri del Re di Sardegna disegnati da Juvarra e donati al Papa per ringraziarlo del concordato del 1727», l’autrice ricostruisce tutta la storia per giungere alle motivazione del dono di Amedeo II di Savoia al Papa e scrive: «Per la rinuncia, nel 1449, dell’antipapa Felice V, già duca Amedeo VIII di Savoia, all’alta dignità cui era stato elevato dal concilio di Basilea, il pontefice Nicolò V, con bolla del 4 gennaio 1451, prometteva al duca di Savoia, Ludovico, figlio di Amedeo, che non si sarebbe provvisto di titolare alcuna chiesa metropolitana, cattedrale o abbazia del di lui dominio se non dietro sua proposta o col suo consenso. Questa concessione, nota come «indulto di Nicolò V», nel corso del tempo fu varie volte revocata e poi rinnovata, ma in definitiva riconosciuta solo dalla Curia Romana per gli enti religiosi della Savoia, non operante nei riguardi di quelli del Piemonte pur anticamente sottomessi ai principi sa-baudi, e risolutamente negata nei confronti dei paesi che, nel corso dei secoli XVI e XVII, erano venuti a far parte dei loro domini, come Asti, Alba, Saluzzo, Possano, nonché dei vescovati di Casale, Acqui e Alessandria.

 

Disegno di Filippo Juvarra di un candeliere, meglio detto torciere per la sua elevata altezza, conservato alla Biblioteca Nazionale di Torino. I due torcieri furono donati da Vittorio Amedeo II al Sommo Pontefice nel 1727 (Fig. 34 inserita nel testo di A. Lange, Dimore, pensieri e disegni di Filippo Juvarra, Compagnia di San Paolo, Torino 1992).

 

Parecchie altre erano al principio del XVIII secolo le ragioni di contrasto tra Roma e il duca – e poi re – Vittorio Amedeo II: l’immunità dei chierici dai pesi fiscali, gli spogli dei beni dei vescovi quando venivano a mancare, il godimento dei redditi dei benefici o vescovati vacanti, il diritto del Papa di assegnare a terzi pensioni sui redditi dei benefici stessi. La controversia divenne più grave quando Vittorio Amedeo II divenne re di Sardegna a seguito del trattato di Londra del 2 agosto 1718. Infatti, la Santa Sede pretendeva di avere la sovranità sull’isola, che Bonifacio VIII e poi Clemente V avevano infeudato a Giacomo II d’Aragona e ai suoi legittimi discendenti.  Con l’estinzione di questa linea di successione, la Sardegna era tornata in potestà della Chiesa; il Pontefice non ne riconosceva Vittorio Amedeo II come re e ricusava di nominare ai vescovati dell’isola – tutti ormai privi di titolare – gli ecclesiastici proposti dal sovrano. Quando nel 1724, il cardinale Vincenzo Maria Orsini, domenicano, arcivescovo di Benevento, fu eletto Papa, mostrò qualche tendenza ad essere molto meno rigido dei suoi predecessori e ad avere una certa disponibilità ad un accordo. Vittorio Amedeo II inviò a Roma come ambasciatore Carlo Francesco Ferrero di Roasio, marchese d’Ormea, e questi per tre anni spiegò tutta la sua capacità diplomatica, e un’ostentata studiata devozione, per raggiungere un accordo sulle materie controverse, servendosi anche di larghe promesse per eventuali future promozioni a dignità ecclesiastiche e di ampie elargizioni ad alcuni personaggi bene introdotti nell’ambito della Curia Romana. Una fitta corrispondenza si svolse tra l’ambasciatore e il sovrano, il quale seguiva da vicino con competenza e autorità lo svolgimento delle trattative. Finalmente, grazie anche al parere conciliante di monsignor Prospero Lambertini, il futuro Benedetto XIV, la questione della Sardegna, fu appianata: il 25 ottobre 1726, con un breve, spedito con tutta segretezza, il cui contenuto fu reso noto solo nel concistoro del successivo 9 dicembre, la Santa Sede derogava al vantato diritto di investitura sull’isola in favore di Vittorio Amedeo II e confermava al re «il patronato sulle chiese e il diritto di presentazione per tutte le sedi episcopali e benefici concistoriali con tutti i privilegi relativi»[1]. In quell’occasione il marchese Ferrerò scrisse, in data 7 novembre, al sovrano che la repubblica di Lucca, in segno di ringraziamento al Papa che aveva elevato ad arcivescovato quella diocesi, gli aveva offerto un calice d’oro con altri arredi sacri. Benedetto XIII aveva «gustato» assai tale regalo. Alcuni ecclesiastici come il cardinale Albani, il confessore del Pontefice, il domenicano Gregorio Selleri e il gesuita padre Carovita – tutti favorevoli al re di Sardegna -avevano avvertito il marchese Ferrer che certo Sua Santità si aspettava un  riconoscimento, corrispondente alla sua benevolenza, dal re di Sardegna. Così l’ambasciatore suggeriva un dono equivalente al valore di 4-5 mila scudi: piuttosto che un piviale o una pianeta, che dovendo venir ricamati avrebbero richiesto del tempo, era da preferirsi un calice d’oro o candelieri e croce d’argento. Quest’omaggio – nuovo dispendio per le casse del re – avrebbe certo reso il Papa più favorevole alle altre concessioni ancora da definire.

Il 30 novembre, lo stesso faceva sapere che il Pontefice aveva manifestato al suo confessore il desiderio di ricevere presto dal re di Sardegna sei candelieri d’argento come quelli che si vedevano sull’altare della chiesa romana di San Carlo a’ Milanesi, oggi San Carlo ai Catinari, alti due palmi più di un uomo di alta statura, con la relativa croce. La spesa sarebbe stata di 7-8 mila scudi.

Vittorio Amedeo ricevuta questa seconda lettera, rispondeva brevemente da Venaria il successivo 11 dicembre: «Si sono dati gli ordini opportuni per far mettere prontamente la mano alla Croce e alli candelieri d’argento che ci accennate per S.S., e si farà ogni possibile perché siano di tutta bellezza, e finiti in tempo che possino giunger costì prima della Settimana Santa». Intanto nell’attesa di una decisione del re, il marchese d’Ormea, di fronte all’impazienza del Papa, aveva cominciato a far scolpire in legno il modello dei candelieri della romana chiesa di San Carlo. Quando ricevette la comunicazione di Vittorio Amedeo dell’avvenuta commessa dell’opera perché i candelieri potessero essere disponibili per la Settimana Santa, ardì obiettare in data 21 dicembre, che quelli fatti a Torino «non potranno mai essere simili a quelli che tanto piacevano a S.S.tà, e di qualunque fattura possano mai riuscire, potrebbero non incontrare il genio del Papa, tanto più che a Torino non si sarebbero forse fatti a gettito, (fusione a cera persa), come a lui più piace. E, certo, fatti a Roma sarebbero costati sensibilmente meno perché l’argento che vi si lavorava era di titolo inferiore». Il re non aveva neppure raccolto l’idea di far ricamare pianete, e aveva già fatto presente di aver dato l’ordine di realizzare i candelieri, perciò non rispose neppure ai rilievi critici dell’inviato. Sapeva benissimo che quelli da lui ordinati sarebbero stati di tutta bellezza, perché ne aveva dato l’incarico al suo architetto Filippo Juvarra, di cui conosceva bene il genio e il talento. Infatti Juvarra aveva proprio svolta la sua prima attività nel laboratorio d’argentiere e cesellatore del fratello Francesco a Messina: altari con grandi candelieri e croce ne aveva disegnati nei suoi quaderni come quelli che ci sono  rimasti nell’album, pubblicato recentemente dall’Accademia delle Scienze di Torino e dove l’architetto aveva riprodotto diverse volte un altare della chiesa di San Martino di Napoli. E ben poteva aver visto e notato i grandi candelieri di San Carlo a Roma. Filippo Juvarra ebbe la commissione da Vittorio Amedeo al principio del dicembre 1726 e la lavorazione fu affidata all’argentiere Di Bartoli, con l’incarico ad ambedue di eseguirla al più presto, poiché il re voleva che i candelieri fossero inviati al Papa prima della Settimana Santa. L’assistente di Juvarra, Giovanni Battista Sacchetti, che redasse un elenco dei lavori dell’architetto, assegna questo lavoro al 1728, ma certo esso fu eseguito nel dicembre 1726-gennaio 1727. I candelieri, come si dirà, furono asportati dalle truppe rivoluzionarie francesi e probabilmente fusi, ma è rimasta la fama che fossero bellissimi. E di tutta bellezza, come voleva il re, risultano dal disegno originale di Filippo Juvarra. Esso è infatti stato fortunatamente ritrovato con ricerche fatte fra i suoi disegni conservati a Torino, in un album della Biblioteca Nazionale Universitaria. Non fa parte del volume, ma è semplicemente unico, piegato in due, incollato fra i fogli. Già Lorenzo Rovere nella descrizione dei disegni di Juvarra aveva suggerito che poteva trattarsi del progetto dei candelieri per il Papa, eseguito nel 1728, secondo il Sacchetti però l’anno prima. La conferma è data dal disegno, che appare leggermente inciso, dello stemma di Benedetto XIII della famiglia Orsini sulla base del candeliere, destinato forse ad essere sostituito nell’esecuzione da una più ricca elaborazione. Lo stemma reca: partito, nel 1° (Orsini), bandato di rosso e di argento, al capo del secondo caricato da una rosa di rosso e sostenuto da una trancia di oro caricata da un’anguilla serpeggiante di azzurro; nel 2° (della Tolfa), d’azzurro alla torre d’argento; sul tutto campeggia l’arme dell’Ordine Domenicano, che viene ripetuta nel modo immediatamente superiore. Accanto alla figura del candeliere – che meglio si chiama, per le dimensioni, torciera – è disegnata la proiezione della base, che è un poligono esagonale irregolare, di cui tre zampe occupano i lati minori, formando con i tre vertici un triangolo isoscele. Le due zampe anteriori sono così viste simmetricamente quasi di fronte. Fra le zampe si scorge il perno dell’asta di ferro sulla quale erano infilate le sezioni del corpo del candeliere per mantenerle ben ferme e allineate sulla verticale, fossero com’era probabile saldate, o no, una sull’altra, in argento. Il disegno non ha la scala, ma indicativamente sappiamo che il candeliere doveva essere, come desiderato dal Pontefice e come si diceva poc’anzi, di due palmi più alto di un uomo di elevata statura.

Era formato da 14 sezioni, che forse avranno richiesto altrettanti disegni per i particolari da eseguire in scala più grande, o quotati come Juvarra usava fare per i dettagli dei balconi e delle sagome e ringhiere di cui indicava precisamente le dimensioni, in corrispondenti misure, di pochi “centimetri”. Sopra la base era posato un tronco di piramide a lati curvi, cui seguiva un vaso simile a piramide rovesciata, e più in alto un vaso dal fondo globulare e poi il raccogli-gocce di cera e il porta candela, elementi intervallati da sezioni cilindriche a larghi anelli. Decorazioni con lo stemma del Papa e angioletti, ghirlande di foglie e fiori erano applicate alle diverse sezioni. Il disegno è color oro e argento, ma non si parlò mai di candelieri d’oro, che sarebbero stati pesantissimi e costosissimi. Juvarra adoperò i due colori per mettere in evidenza i diversi elementi e le decorazioni sovrapposte. Il lavoro fu affidato all’argentiere Benedetto Di Bartoli, il quale si associò ad altri otto colleghi di Torino, forse per la brevità dei tempi di consegna, forse per ragioni di emulazione o invidia per un lavoro così importante: Pietro Mezza, Giovanni Antonio La Motta, Giovanni Damodé, Stefano Meissonier, Carlo Meda, Giacomo Antonio Serafino, Giuseppe Bella e Andrea Boucheron, parecchi dei quali avevano già lavorato per Casa Reale perché i loro nomi ricorrono negli elenchi di pagamenti della Tesoreria. Tra questi primeggiava Andrea Boucheron che aveva lavorato a Parigi con il famoso Saint-Germain e che figurava pagato per molti lavori per Casa Reale: approvato mastro argentiere nel 1737, figlio, padre e nonno di argentieri e direttori della Reale Oreficeria. Lo stesso Di Bartoli l’anno prima era stato in Sicilia per procurarsi lastre d’agata per formare tavoli, di cui tre per il gabinetto di toeletta della regina, per i quali, nel 1726, il Di Bartoli aveva fabbricato ornamenti e pieds de biche, piedi a forza di zampe di cervo. Il 16 gennaio 1727 all’argentiere Di Bartoli e il 15 marzo ad Andrea Boucheron vengono versate lire 5.000 e altre 2.000 a conto della fattura di 6 candelieri e piede di croce, ai quali i soci stavano lavorando, sotto la direzione dei primi due. Quindi tutti presero parte all’opera. Ma quale sia stato il ruolo di ciascuno, non sappiamo, cioè se le diverse sezioni delle torciere siano state assegnate ai vari argentieri, o piuttosto se essi misero mano alle diverse fasi del lavoro: modellazione della lastra sulle forme di legno, sbalzo di rilievi, fusione a cera persa degli ornamenti, applicazione di essi e infine ripulitura e lucidatura. Insomma, i candelieri, croce e Cristo furono un’opera in collaborazione fra i migliori argentieri di Torino, tanto più che questi due ultimi pezzi furono lavorati dai fratelli Giuseppe Domenico e Bernardo Maneri di una famiglia di artisti già attivi al momento del censimento di Torino nel 1705 e che come argentieri figurano per commissioni importanti, come un Crocifìsso (piccolo, evidentemente), tutto in oro. Per preparare la lavorazione in argento altri artisti e artigiani avevano dato la loro opera. Uno scultore molto attivo per la Real Casa, lo Stroppiana, aveva fatto il modello in legno dei candelieri a piede di croce, e le anime di legno per gli stessi. Lo scultore Boggetto aveva preparato un angolo di legno per la Croce e modellato in cera i quattro simboli degli evangelisti per le estremità dei bracci della Croce, poi sostituiti da altri quattro, opera del distinto scultore Tantardini che lavorò a Superga su disegni di Juvarra. Curiosamente non si parla del modello per la figura del Cristo sulla croce. Juvarra non disegnò mai figure, e non si riportano interventi di altri. Probabilmente i fratelli Maneri avevano già un modello adoperato in passato da ingrandire o ridurre. Vi sono poi altre forniture per completare i candelieri: i bussolotti d’ottone dolce per sostenere le candele entro la fodera d’argento e le coppe di latta («tola») per ricevere lo sgocciolio della cera e il sottopiede pesante di bronzo per tenere ben fermo il piede della Croce.

Intanto, sin dal 4 gennaio 1727 il marchese d’Ormea aveva scritto al re che «da qualcheduno si sa l’ordine dato da V.M. per far lavorare costì li candeglieri d’argento da regalarsi al Papa, e ciò stante sono ora in senso che V.M. possa degnarsi di farne proseguire costì il lavoro, mentre non tralascerà questa notizia di far sempre buon effetto, e per altra parte vi sarà tempo che possano presentarsi». Frasi che sembrano significare che Benedetto XIII si persuadeva che i candelieri, benché fatti a Torino, potevano piacergli. Il 9 febbraio Vittorio Amedeo assicurava l’inviato che i candelieri sarebbero stati pronti per la Settimana Santa, e che prima di Pasqua sarebbero stati spediti a Roma. Il 26 marzo precisava che gli oggetti sacri erano pronti per l’epoca promessa, ma che attendeva una risposta «prima di metterli in via nella presente congiuntura». Il 22 marzo il marchese d’Ormea aveva comunicato che in Roma «gran materia di discorsi ha dato il regalo che si suppone ultimamente fatto dal Re di Sardegna al Papa, di sei candelieri con croce ornata di diamanti». Finalmente essi erano stati terminati per davvero e il «minusiere da bosco», ovvero il falegname, Buscaglione aveva fabbricato un altare «posticio» nel Palazzo Reale per esporli «alla vista di S.M.». Si provvide, quindi, alla non semplice spedizione dei manufatti preziosi: furono avviluppati di carta comprata da un libraio e rivestiti di four-reaux, fodere di saglia cucita appositamente e collocati in nove casse fabbricate dal Buscaglione, imbottite di piccoli cuscini di lana e «barbello» e ritagli di carta per tenerli fermi. Le casse avviluppate di tela cerata furono ancora rivestite di tela cruda di canapa e legate con corda dagli imballatori esperti della Regia Dogana. Intanto erano stati «disferrati e riferrati li sette brancardi», ossia lettighe, delle scuderie reali, riparati i finimenti e le selle dei cavalli per il trasporto a Genova. E infine, il prezioso carico era stato affidato a tale Stefano Martini che forse lo accompagnò fino a Roma, col rimborso delle spese di viaggio e del nolo della nave. In quell’occasione fu redatto un elenco accurato di tutte le spese incontrate per l’acquisto dell’argento, la fattura, l’imballaggio e la spedizione a Roma del dono destinato al Papa. Dagli argentieri sopra indicati erano state acquistate 6.605 e mezzo once d’argento (l’oncia per l’argento in Piemonte valeva gr. 30,7) per i candelieri e piede di croce, con la spesa di 33.175 lire, 4 denari, soldi 2, che per il calo durante la lavorazione di once 138, salirono a lire 33.766. L’argento (once 660) per la croce e il Cristo costò lire 3.300, più 53 e 20 per il calo durante la fattura, cioè lire 3.373. I candelieri dovevano pesare Kg. 29,530, e il piede della croce, un po’ più basso, circa Kg. 26, la croce 15 Kg., e il Cristo circa Kg. 4,30. La lavorazione fu pagata agli argentieri lire 5.150, cui sono da aggiungere lire 120 per il sottopiede di bronzo per il piede della croce, per bilanciare il peso della sottile ma altissima Croce con il Crocifisso che negli altari di S. Martino di Napoli, disegnati da Juvarra, è tanto più alta dei candelieri e li sovrasta sull’altare. Il modello scolpito in legno dei candelieri – su disegno dell’architetto -, i modelli in cera persa per gli ornamenti da fondere, le anime in legno per i vari elementi dei candelieri e del piede e dei bracci della croce, i bussolotti di ottone da inserire nei candelieri per le candele e i piattelli di latta per lacrime di cera costarono lire 525. Le spese per l’imballaggio accuratissimo furono di lire 1.288 e quelle per la spedizione, riparazioni di lettighe e finimenti di cavalli della scuderia reale che fecero il trasporto fino a Genova e per l’accompagnatore e il nolo della nave, di lire 1.466.

Della partenza dei candelieri diedero notizia al marchese d’Ormea il 14 maggio l’intendente della Real Casa Sansoz e lo stesso marchese del Borgo, segretario di Stato per gli Interni. Il 4 giugno, finalmente, il marchese d’Ormea poteva scrivere al re: «Ieri mattina furono presentati a S.S.tà li candelieri et croce d’argento, doppoché già li aveva fatti vedere da alcuni di questi professori, e che si sono ritrovati d’un ottimo disegno e ben eseguiti. S.S.tà li ha ritrovati totalmente a suo genio e ne ha dimostrato un sommo gusto, a segno che se gli è fatti portare in una camera attigua a quella del suo letto e fattane chiudere la porta, ne vuol ritenere appresso di sé la chiave, avendomi fatto dire questa sera dal prefato Segretario di stato, ch’io dovessi portarne a V.M. li più vivi rendimenti di grazie in nome suo …». Come chiusa ad una lettera autografa a Vittorio Amedeo del 20 giugno 1727, nella quale Benedetto XIII ringraziava il Creatore per esser riuscito a realizzare il concordato con il re di Sardegna e ne affidava l’osservanza al senso religioso del sovrano, Sua Santità esprimeva a questi la sua gratitudine per il dono, dichiarando che avrebbe consacrato la croce e i sei nobilissimi candelieri all’altare della chiesa in cui aveva officiato 38 anni, cioè al Duomo di Benevento. Le sei «torciere» o «splendori», come venivano chiamati in loco, formarono a lungo l’ornamento principe dell’altare maggiore dell’antica Basilica Cattedrale di Benevento…

Nel 1799, in un’azione di preordinata spoliazione, gli occupanti francesi portarono via, tra molti altri preziosi, anche la croce e cinque dei sei candelieri. Come e dove finirono? Alienati, fusi o portati in Francia?… Alcun dato permette una risposta sicura: questa incertezza, che persiste come un mistero, viene ad aggiungere nuovo fascino al grande dono di Vittorio Amedeo. Concluso il lungo ed interessante riferimento ad un fatto estremamente originale, la parola fine, sull’intero capitolo, riguardante il Concordato del 1727, tra Santa Sede, rappresentata da papa Benedetto XIII e il re Amedeo II di Savoia, non può essere ancora scritta, se non si fa riferimento, per completezza e destinato a quanti hanno sete di conoscere ed approfondire ulteriormente gli aspetti ancora sconosciuti, ignoti ed oscuri di tutto l’affare, alla Relazione istorica delle vertenze, che si trovano pendenti tra la Corte di Roma e quella del Re di Sardegna, allorchè fu assonto al Pontificato Benedetto XIII, di santa e gloriosa memoria, dei Trattati su di esse seguiti e delle Determinazioni prese, con i Motivi ai quali si sono appoggiate: come  anche di tutto ciò ch’è succeduto nel Pontificato della Santità di Clemente XII [2].

 

[1] Enciclopedia Italiana, sub voce: Sardegna, vol. XXX, p. 855.

[2] In Torino MDCCXXXI, Per Gio. Battista Valletta Stampatore di S. M., e de’ Regi Magistrati.

 

 

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