Il decano dei vaticanisti, nonché decano dei giornalisti subalpini, una delle firme storiche del giornalismo nazionale, Domenico Agasso senior[1], ha lasciato questa terra non a causa della pandemia, ma nel sonno, la notte di venerdì 1° gennaio 2021, mentre nevicava, all’ospedale Santa Croce di Moncalieri, dove era entrato il 21 dicembre scorso per disturbi dell’età sopraggiunti, con il conforto dei sacramenti e l’affetto dei suoi cari. Il 13 febbraio prossimo avrebbe compiuto 100 anni.

Giornalista e scrittore per vocazione e non perché aveva il pallino di esserlo, Domenico Agasso ha lasciato un’impronta indelebile in chi ha avuto la ventura di conoscerlo e, soprattutto, di essere suo allievo. Persona straordinaria, non solo professionalmente parlando, ma anche come uomo, come maestro, come padre di famiglia. Severo e sornione, amava insegnare ai talentuosi, offrendo loro, senza gelosie, i “trucchi del mestiere”. Da lui c’era sempre da imparare, sia per il suo vasto patrimonio culturale, sia per quell’abilità, tutta agassiana, di saper leggere avvenimenti e persone con il metro valutativo e critico, acuto e brillante, ma estremamente profondo, penetrando il cuore delle questioni con filosofia e buon senso. Amava la macrostoria e la microstoria, sapendole narrare con piglio dotto e allo stesso tempo avvincente. E amava il teatro, non solo come spettatore, ma come attore e talvolta recitava anche nella vita, nel senso amabile del termine. Ricordo, per esempio, che, quando era Direttore de «Il Nostro Tempo», chiamava in redazione, presentandosi alle centraliniste di corso Matteotti 11 a Torino, come il maresciallo Radetzky oppure come il generale Rommel…

La sua presenza e il suo sguardo davano soggezione, ma una volta entrati nella sua stima, diventava affabile e, se eri giovane, vestiva, nei tuoi confronti, i panni di un padre, volendo tirar fuori, con sopraffino metodo maieutico, il meglio di te. Uomo di fede, maestro, padre e galantuomo, di quelli di cui, oggi, si può avere solo nostalgia. Mai banale e sempre “sul pezzo” come si usa dire in gergo giornalistico.

 

Domenico Agasso con la moglie nel giorno del matrimonio del figlio Renzo

 

Ieri, 4 gennaio, si sono celebrati i suoi funerali a Carmagnola, la sua terra natale, nella parrocchia di San Bernardo, in Borgo San Bernardo, la frazione dove ha sempre vissuto, circondato dalla sua amata e numerosa famiglia. Lui si riteneva orgogliosamente borghigiano più che carmagnolese e in questo contesto era conosciuto come «il Maestro». La gente del luogo, che si è stretta intorno al lutto dei suoi cari, lo incontrava spesso per via con la sua eleganza subalpina, con la sua signorilità di carattere sabaudo e la sua tipica andatura pacata, tranquilla, meditabonda. Quando si fermava a parlare c’era sempre da imparare qualcosa di nuovo: una citazione latina, un aneddoto, un particolare storico o culturale, una citazione in lingua piemontese, espressioni ironiche e argute che ti facevano sorridere o talvolta ridere di gusto…

Snocciolava chicche di vasta cultura, mai ostentata, ma servite con grande semplicità e umiltà, in modo che, proprio per questo, ti rimanessero dentro stampate a fuoco. Il tempo con lui si fermava e stavi lì ad ascoltare le sue narrazioni, le sue uscite sagge oppure le sue reprimende contro gli imbecilli.

Mi presentai, su appuntamento, nel suo studio di Direttore de «Il Nostro Tempo» con l’intento di iniziare l’apprendistato redazionale: di fronte a me mi apparve seduto alla scrivania, sulla quale abbatteva i suoi formidabili pugni di entusiasmo o di disapprovazione degli articoli che passava e titolava con grande rigore. Agasso pretendeva molto dai suoi redattori; era autorevole, sicuro, sincero, dalle idee chiare e ferme. Era un uomo che, sul lavoro, non perdeva tempo e non lo faceva perdere e sempre sentivi la sua presenza, sia quando era in direzione – non veniva mai in redazione, eri tu che venivi ammesso o non ammesso nel suo studio – sia quando tornava a casa.

Il giovedì mattina era il momento più bello della settimana, almeno per quanto mi riguarda; era il giorno della riunione redazionale in direzione, quando si pianificava il nuovo numero del giornale: poche persone, ordine e organizzazione per progettare strategie vincenti e uscire con un giornale ricco di novità e accenti di riflessione. Ognuno gli presentava le proprie proposte e lui, con i suoi occhi volpini, i suoi eloquenti gesti e la sua voce tonante, reagiva positivamente o negativamente e ti raccomandava di illustrare al meglio ciò che avresti scritto. Erano quelli momenti formativi e indelebili, così come quando correggeva i tuoi pezzi con vistosi segni, come un abile insegnante che vuole davvero che tu impari. «Ho avuto per direttori Sorgi, Rossella, Mieli, Fattori, nessuno di loro è confrontabile con il Direttore Agasso» afferma Gianluigi Savio, già capo redattore del settore politico de «La Stampa» e anche lui allievo di Agasso.

 

Domenico Agasso con Monsignor Carlo Chiavazza

 

«Il Nostro Tempo», creato nel 1946 da Monsignor Carlo Chiavazza (1914-1981), che fu cappellano degli Alpini nella campagna di Russia nella seconda guerra mondiale, ha chiuso la sua vita nel 2016. Sotto la guida del fondatore e di Domenico Agasso «Il Nostro Tempo» era una vera e propria palestra di idee e di approfondimento, un foglio di alta formazione e cultura che è stato letto e apprezzato da migliaia di abbonati distribuiti in tutta Italia: grandi firme della letteratura, dell’arte, del giornalismo politico e delle scienze ne hanno arricchito i contenuti. Diveniva, quindi, delicato ed impegnativo trovare le idee giuste e interessanti per confezionare numeri sempre all’altezza. Se azzeccavi lo spunto giusto allora lui ti appagava con il suo entusiasmo contagioso. Così, capitava, che gli venissero alla mente ricordi delle redazioni milanesi, dove aveva lavorato o degli incontri avuti con Arnoldo Mondadori ed era uno spettacolo sentirlo raccontare.

Giornalista professionista dal 1952, avendo svolto per un anno il praticantato nel quotidiano della Democrazia Cristiana «Il Popolo Nuovo» di Torino, nel 1960 passò al settimanale «Epoca» della Mondadori, per poi esserne il Direttore e diventare Direttore anche di «Espansione»; in seguito collaborò con «Storia Illustrata» e fra il 1968 e il 1971 fu caporedattore del settimanale «Famiglia Cristiana», fondato dal beato don Giacomo Alberione (1884-1971), del quale scriverà una biografia nel 2003. Fu Direttore del settimanale cattolico «Il Nostro Tempo», dal 1982 al 1990.

Per Mondadori, nel 1978, ha scritto una «Storia d’Italia» in otto volumi ed è stato autore di libri su Papa Roncalli e Papa Montini, ma anche su Santi. Nella veste di vaticanista aveva accompagnato Paolo VI nei suoi viaggi apostolici, a partire dal primo in Terra Santa, nel gennaio 1964 e insieme al Pontefice aveva volato sulle rotte per l’India, nel dicembre 1964, per New York, nell’ottobre 1965 e alla volta di Fatima, in Portogallo, nel 1967.

 

Domenico Agasso Jr mostra a Papa Francesco il proprio cellulare con la fotografia che ritrae il nonno al seguito di Paolo VI sul volo papale per Fatima (maggio 1967)

 

Il suo punto fermo era sempre casa sua, a Borgo San Bernardo, dall’amata moglie Mariuccia, dal figlio Renzo, dalla nuora Marilena, dai nipoti, Domenico, Caterina, Francesco, e, infine, dai loro coniugi e dai loro figli. Ha sempre preferito fare il pendolare piuttosto che dormire fuori dal focolare domestico.

Fu un uomo d’altri tempi? No, fu semplicemente un uomo che ha gustato la vita nella sua pienezza, ambendo alla verità ed ai conseguenti eterni valori: fedele a Dio, a se stesso, agli altri. Timor di Dio, amore per la sua terra, la sua famiglia, amor di patria come un vero alpino, arma in cui aveva svolto il servizio militare in gioventù, arma che gli ha reso onore durante il suo funerale.

Parlava dei suoi nipoti e pronipoti come il patriarca che si bea dei propri virgulti e lo faceva per condividere amabilmente con te le gioie della sua vita, una vita piena e completa, nel privato come nel pubblico.

Custodisco gelosamente una sua lettera scritta a mano, datata 4 settembre 1987, dove il Maestro Agasso, dopo aver letto un mio articolo riguardante l’alleanza fra Genova e Spagna e la guerra dei Savoia contro Genova, fa presente gli errori giornalistici incorsi e termina con queste parole: «Signorina Siccardi… Mi scusi questa sorta di crudeltà. Ma siccome lei ha volontà e doti per il giornalismo, voglio farle venir fuori… Mi perdoni se può».

Con la sua acuta intelligenza ti spiegava che dovevi scrivere per gli altri e non per te stesso, per essere letto e rubare l’attenzione dei lettori, altrimenti sarebbe stato inutile scrivere. I suoi scritti sono tutti lì, a testimoniare la sua grande abilità di uomo di lettere e, allo stesso tempo, di autore capace di traghettare la realtà alla tua anima. Lavorare per Domenico Agasso era gratificante. Fu lui, fra i pochi e fra i primi, a parlare nel 1989 sulle colonne del suo giornale, de Il genocidio vandeano (Effedieffe) di Reynald Secher.

Fino all’ultimo è stato presente, interessandosi degli accadimenti contemporanei e non lesinando i suoi commenti critici e sagaci, che talvolta si concludevano con l’espressione del Principe de Curtis: «Ma mi faccia il piacere!». In lui, un Guareschi senza baffi, emergeva la Fede: pensava e agiva con carità, senza mai imbattersi, pur nella critica salda, nell’urticante disprezzo, riuscendo così a tratteggiare la storia e l’attualità come un falco che osservava dalla vetta e non come un volatile che becchetta nell’aia. Alpino nel cuore e nella mente.

Grazie di tutto, Maestro!

 

 

[1] Senior per distinguerlo dal nipote, Domenico Agasso junior, vaticanista de «La Stampa» e coordinatore di «Vatican Insider».

 

 

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