Mi è capitato recentemente di leggere qualcosa sul caso di un sacerdote, di una diocesi del centro Italia, che qualche settimana fa ha dichiarato ai fedeli, durante una Santa Messa, a sorpresa, di aver deciso di lasciare il sacerdozio ministeriale, perché si era innamorato di una catechista della sua parrocchia. Ha detto anche (non saranno queste le precise parole, ma il senso è questo) che si sarebbe comunque sempre sentito sacerdote, che anzi aveva preso la decisione dopo lunga riflessione, per essere coerente a sé stesso, e che l’ispirazione gli era quindi venuta dall’alto. La cosa interessante è che questa dichiarazione è stata accolta con benevolenza, con diverse persone che si sono congratulate con lui, in un clima da pacche sulle spalle anche da parte di preti e religiosi, sulla scia del famoso “chi sono io per giudicare” o di altri commenti simili, “meglio così che una doppia vita”, “in fondo sono cose che succedono”, “forse sarebbe anche meglio abolire il celibato ecclesiastico”, “ma in fondo che male c’è”, eccetera.

Non entro nei termini delle singole valutazioni, perché non conosco né le persone in questione, né i contorni della vicenda: mi baso soltanto su quello che si è letto nei social media e che è stato riportato. Mi ha colpito soprattutto la profonda motivazione teologica e antropologica dell’assunto del parroco: «Mi sono innamorato». Una spiegazione… irresistibile. Anche ad un buono e onesto padre di famiglia, regolarmente e felicemente sposato, può capitare di prendere una sbandata improvvisa per la cassiera del bar dell’angolo, ma nel caso, che cosa deve fare? Mollare la famiglia annunciando che manda tutto a carte e quarantotto perché “si è innamorato?” Se egli capisce le cose della vita, da uomo maturo egli piuttosto vedrà di non frequentare più quel bar, rientrerà in sé stesso, terrà a freno per qualche tempo i pensieri, e poi la cosa andrà a scemare naturalmente fino a cessare del tutto. L’esperienza della vita ci insegna questo.

L’innamoramento è il sentimento più irrazionale che si possa pensare: tutti l’hanno sperimentato qualche volta, soprattutto nell’età adolescenziale e giovanile, ed è anzi esperienza anche necessaria per uscire dal proprio guscio di egoismo naturale (proprio del bambino) e accorgersi che esistono anche le altre persone.

Ma l’essersi innamorati non può essere proprio un argomento. Il prete ha già fatto la sua scelta di amore. Ha già dato il suo cuore ad un Altro. Un sacerdote non rimane celibe per servire meglio il popolo di Dio, ma perché partecipa ad un Mistero che lo trascende infinitamente. «Non voi avete scelte me, ma io ho scelto voi», ci dice Gesù. Il sacerdote è un predestinato nella via dell’amore: Dio lo ama così tanto da associarlo a Sé rendendolo atto a compiere azioni «in persona Christi». Il sacerdote è celibe perché impersona – e non solo quando celebra i sacramenti – Gesù Re, Signore e sommo sacerdote. Gesù non era certo scapolo per compiere più liberamente quello che doveva fare, ma perché era ed è lo Sposo vero, universale, assoluto, che vive la piena dedizione alla Chiesa sua sposa, per la quale vive e muore sulla croce. Per questo amore Egli visse volontariamente i tormenti della Passione e ci strappò dell’impero delle tenebre.

Questo vede il popolo di Dio nel sacerdote: vede Gesù. Lo diceva chiaramente il santo Curato d’Ars: «Quando vedete un sacerdote, pensate a Nostro Signore». E, tanto per essere chiari, aggiungeva: «Se non ci fossero i preti, la Passione e morte di Gesù sarebbero vane. Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà per comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel Sangue di Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire per il peccato, chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote».

Parlando poi a dei suoi confratelli, il santo Curato disse commosso un giorno: «Il prete comprenderà sé stesso solo in Cielo; se si capisse pienamente in terra, ne morirebbe; non di paura, ma di amore».

Il significato e la gloria del sacerdozio cattolico, dunque, è proprio la verginità, ossia la configurazione a Cristo sposo, la cui dedizione alla Chiesa è totale ed esige la perfetta castità. Il celibato ha quindi un significato prima di tutto cristologico, poi ecclesiologico. Infine, escatologico: esso è richiamo alla realtà futura del Cielo, dove “non ci si sposa né si è sposati”, e dove ognuno sarà anima sposa verginale di Cristo Signore, nella perfetta carità.

Il sacramento dell’Ordine è così forte e preciso da imprimere un sigillo indelebile nell’anima, che non se ne andrà mai più, il cosiddetto “carattere” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.698, 1563), nemmeno nella vita eterna, sia in Paradiso che all’Inferno.

Il fatto di essere, una volta preti, “preti per sempre”, in effetti è vero, ma probabilmente non nel senso inteso dal parroco di quella diocesi. L’essere preti rimane, sì, ma non come medaglia da portare appuntata sul petto, quanto piuttosto nel sentimento profondo di nostalgia divorante, che agisce nel subconscio, a volte con effetti visibili anche nella vita pratica e concreta. Passati i primi momenti di “nuova vita”, presi dalla novità, dal dover necessariamente rispondere positivamente alle aspettative del mondo, quando insomma si sono “spenti i riflettori” e la dura vita quotidiana comincia a richiedere fatica e sacrificio, allora al sorgere delle varie difficoltà facilmente emergerà quella voce nascosta nella coscienza, si farà sentire quel doloroso senso di aver lasciato la via santa, che il più delle volte l’ex prete non osa confessare nemmeno a sé stesso.

Georges Bernanos osservava: «Un prete non è mai come gli altri: o è più di un uomo o è meno di un uomo». Il suo essere ontologicamente identificato a Cristo sommo sacerdote lo rende in effetti “più di un semplice uomo”, perché egli è tutto il giorno a contatto con le realtà divine e agisce con la potenza di Cristo sacerdote. Ma se non vive questo, egli è «meno di uomo», ossia non riuscirà a compiere nemmeno le cose giuste, buone e normali di un buon uomo di famiglia, che si è sposato, senza avere altri pensieri per la testa, che lavora, che si impegna nelle cose che fa, con umiltà e modestia. Si conoscono ex-preti che poi, col susseguirsi degli eventi della vita, chiedono di essere reintegrati nel sacerdozio ministeriale, mentre ce ne sono altri che si adattano, ma non riescono a superare quel senso interiore di desolazione che sempre li accompagna. Questo vale spesso anche per gli ex-religiosi; troppo potente è il passo che avevano fatto, troppo bruciante il marchio che avevano ricevuto: il sigillo di Dio, il patto con Lui. «Tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedec…» sono parole che nessun innamoramento umano, passato il primo momento, può sognarsi di superare.

Capiva questo persino un protestante come Soren Kierkegaard, che scriveva nel diario: «Ogni volta che la storia del mondo deve fare un significativo passo in avanti e superare un passaggio difficile, allora arriva subito anche una formazione di veri cavalli da tiro: i celibi, gli uomini solitari, che vivono solo per un’idea». E pensare che i preti protestanti si sposano! Nonostante questo, l’acuto pensatore danese reclamava i cavalli da tiro e ne capiva l’importanza!

Sono proprio questi uomini che sbaragliano le formalità mondane e portano il mondo in avanti, indicando che Dio esiste e che di Dio solo si può vivere.

Il celibato e la verginità sono una vera potenza nella Chiesa, e il demonio questo lo sa benissimo, tant’è che, da sempre, fa di tutto per abbatterli e infangarli. Ma non ci riuscirà, perché il Signore Gesù è infinitamente più potente di qualsiasi demonio. Il popolo di Dio, quello vero, vuole i suoi sacerdoti santi, ossia puri, ostie immacolate sull’altare, vergini, con un’idea sola, un’idea fissa: quella di Dio.

Questo è l’unico, vero, santo sacerdozio voluto da Gesù.

 

 

 

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1 commento su “Il Sacerdozio come lo vede Gesù”

  1. Solo grazie.
    Alle volte ci si ritrova a combattere anche con i propri parroci che sembra si scandalizzino e restino confusi se un parrocchiano, nella preghiera dei fedeli, chiede a Dio di concedere santi sacerdoti. Si affrettano a sottolineare subito il sacerdozio battesimale di ogni cristiano.
    Chissà perché…?

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