L’Europa fu il centro indiscusso del pianeta fino al 1914. Perse il suo primato quando – nel 1916 – sorse la pretesa della guerra illimitata e della vittoria assoluta, poi concretatasi con la nefasta e crudele pace-diktat di Versailles nel 1919: quella “pace” fu la causa prevalente della Seconda guerra mondiale e implicò la rinunzia alla lotta contro la rivoluzione bolscevica. Questa fu la drammatica e gravissima conseguenza del ripudio dei princìpi delle “guerre limitate” cui gli europei erano rimasti fedeli fin dal primo Medio Evo. Questa è l’idea di fondo del nuovo saggio storico del noto scrittore e giurista Ubaldo Giuliani Balestrino, dal titolo Il naufragio dell’Europa: Crepuscolo o eclissi?, pubblicato da Solfanelli.

Giuliani Balestrino, avvocato cassazionista, docente di diritto penale commerciale all’Università di Torino, presidente del Serra Club, è autore di numerosi saggi, tanto giuridici quanto letterari. Ricordiamo, tra gli altri, Il capitalista, questo sconosciuto (Fogola, 2011), Guareschi era innocente: ecco le prove (Pagine, 2015), Il segreto di Waterloo (Interlinea, 2014). Con questo nuovo lavoro, ci aiuta finalmente a comprendere le ragioni del declino dell’Europa, indicando la strada da seguire per riconquistare il prestigio perduto.

Partiamo dal concetto di “guerre limitate” che, per secoli, caratterizzarono il nostro continente. Fino a quando la civiltà europea ubbidì a quel princìpio, l’Europa fu il centro del mondo e dominò tutte le altre terre. Quando invece la guerra ebbe per scopo la resa incondizionata e l’annientamento del nemico, il predominio dell’Europa sul resto del mondo finì. Ciò accadde sia nella Prima, sia nella Seconda guerra mondiale. La generazione che era scesa in campo armata nel 1914 volle la guerra illimitata. E la volle fino alla propria autodistruzione. Coloro che erano legati al culto delle “guerre limitate”, delle “mezze guerre”, cercarono di porre un freno alla Grande Guerra. L’imperatore Francesco Giuseppe ritardò a lungo la dichiarazione di guerra, resistendo (finché gli sembrò possibile) a pressioni fortissime, proprio perché in lui viveva l’antica idea imperiale. Dal canto suo, il Papa Benedetto XV cercò di evitare l’intervento dell’Italia contro l’Austria-Ungheria, consapevole di essere il continuatore di una civiltà millenaria che aveva sempre preferito le paci di compromesso alle guerre illimitate. In vari modi cercò invano di indurre i belligeranti a porre fine al massacro, da lui definito «inutile strage».

La verità storica è che vi fu una forte corrente, soprattutto nella diplomazia francese, che operò per la dissoluzione della monarchia asburgica. E ciò al fine di rendere repubblicana tutta l’Europa. Eppure era in corso, e stava per completarsi (con lo sterminio dello Zar Nicola II e della sua famiglia), la rivoluzione russa, e il pericolo che incombeva sull’Europa non era il sopravvivere di qualche legame monarchico con il passato, ma quello – immensamente maggiore – del bolscevismo, appena giunto al potere in Russia.

L’Europa monarchica aveva permesso la convivenza (anche se talvolta interrotta dalle “guerre limitate”) dei popoli europei. Dal canto suo – nota puntualmente Giuliani Balestrino – «la Francia non ammise, e non ammetterà mai, che, con la sua rivoluzione iniziata nel 1789, e con il ventennio delle guerre che ne seguirono, era stata essa a distruggere per sempre la pace».

Un bis delle guerre napoleoniche che sconvolsero l’Europa dal finire del diciottesimo all’inizio del diciannovesimo secolo, lo si ebbe – sempre per iniziativa francese – con la guerra franco-prussiana, combattuta nel biennio 1870-1871, e fortemente voluta da Napoleone III. L’esercito francese fu pienamente sconfitto dai tedeschi, particolarmente a Sedan, ma la Prussia vittoriosa non cercò di annientare la Francia. Cosa che invece accadrà nel 1919, quando sarà la Francia, vincitrice della Prima guerra mondiale, a pretendere la distruzione della Germania con l’iniquo trattato-diktat di Versailles, che divise l’Europa quando era già sorto, in Oriente, il pericolo sovietico, e divenne il terreno fertile per la nascita, il trionfo e l’orrore della follia nazista.

«L’Europa centrale», diamo ancora la parola al professor Giuliani-Balestrino, «con la sparizione della duplice monarchia austro – prussiana, fu consegnata prima alla dominazione di Hitler e poi a quella dell’Unione sovietica. E siccome tanto il regime di Hitler quanto quello di Stalin furono immensamente più oppressivi e crudeli dello Stato asburgico, la sentenza della storia fu evidente».

Alla distruzione della dinastia asburgica e all’insediamento, a Berlino, della Repubblica di Weimar, fecero seguito anni, decenni, di umiliazioni e di inaudite violenze, dovute, nell’Europa Centrale, alla dittatura nazista, e nell’Europa Orientale, alla rivoluzione bolscevica, durata 72 anni, e responsabile di oppressioni, di stragi, di miseria economica, di ritardo industriale, di declassamento del nostro continente.

Dopo il crollo del “muro di Berlino”, con il suo viaggio di ossequio ai francesi assassinati in Vandea dai seguaci di Robespierre, il grande storico e scrittore russo Solgenitsin pose in luce una verità evidente: nel 1789, quando si riunirono gli Stati Generali a Parigi, la Francia era, senza alcun dubbio, la prima Nazione del mondo. Oggi non è neppure la quinta. «Non si pone mai abbastanza in luce», osserva Giuliani Balestrino, «il torto più grave della Rivoluzione francese: quello di avere ispirato il regime bolscevico».

Si rifletta dunque – con l’aiuto delle pagine di questo illuminato giurista e storico – sulla immensa caduta di livello tra il Congresso di Vienna, che, dopo la fine di Napoleone, diede al nostro continente cento anni di pace generale, e il Trattato di Versailles, che rese inevitabile la Seconda guerra mondiale, scoppiata a soli vent’anni dal trattato-capestro (la “cattiva pace”) del 1919.

 

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