Mi ricordo un’affermazione, pronunciata in televisione dal noto giornalista laicista Eugenio Scalfari. Suonava più o meno così: «Gli uomini si creano le religioni e i miracoli per esorcizzare la loro atavica paura della morte». È un’idea questa molto diffusa fra i cosiddetti intellettuali della nostra epoca e spesso, in assenza di risposte forti ed argomentate da parte dei cattolici, tale prospettiva finisce per intaccare, come un subdolo tarlo, la coscienza di alcune persone semplici.

Eppure sarebbe facile replicare su molteplici piani. Uno di essi, puramente di carattere storico, concerne proprio la considerazione che la nostra società riserva a quei miracoli autentici, concretamente sperimentabili nella nostra vita di tutti i giorni. L’interesse risulta, in realtà, molto scarso sia da parte degli organi di informazione apparentemente più qualificati, sia, purtroppo, spesso anche di molti uomini di Chiesa.

Eppure Nostro Signore usò ampiamente questo strumento allo scopo di dimostrarci la Sua divinità e l’autenticità della Rivelazione. L’esperienza, dunque, ci porta, se siamo onesti con noi stessi, a ribaltare completamente l’affermazione di Scalfari. L’uomo contemporaneo, specialmente se formato in ambienti culturali lontani dalla Religione, fugge disperatamente il miracolo, lo allontana con tutte le sue forze, si arrampica sui vetri per negarlo ad ogni costo contro ogni evidenza, perché ogni segno inequivocabile del soprannaturale lo disturba, lo inchioda, lo costringe a porsi delle domande sulla vita, domande che non vuole porsi.

Ma perché abbiamo iniziato questo articolo con considerazioni di tale genere? Semplicemente per introdurre il Santuario di cui vorremmo narrare brevemente la storia. Presso La Madonna dei Fiori di Bra infatti si compie, ogni anno, un miracolo permanente assolutamente inspiegabile. Se fosse, dunque, vero che gli uomini ne hanno così bisogno, fino al punto di fabbricarseli da soli, perché fenomeni come questo sono così poco conosciuti e divulgati?

Come non concludere, dunque, che l’agnosticismo e l’ateismo pratico sono oggi il vero «oppio dei popoli»? Un oppio distribuito a piene mani da cattivi maestri interessati ad addormentare le coscienze e ad impedire agli uomini contemporanei di pensare ed aprirsi, di conseguenza, al soprannaturale.

 

L’APPARIZIONE

Bra è oggi una graziosa cittadina alle porte delle Langhe o, più precisamente, al centro della regione storica denominata «Roero». Amministrativamente si trova nella provincia di Cuneo, ma fa parte ancora dell’Arcidiocesi di Torino. Conta oggi circa 28.000 abitanti ed è ricordata anche per aver dato i natali a San Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842).

All’epoca delle vicende narrate, esattamente nell’anno 1336, Bra non era che un piccolo paese agricolo facente parte dei territori controllati dal comune di Asti. Le cronache di quegli anni ci descrivono lotte e violente contrapposizioni fra le più potenti famiglie feudali della zona. Non di rado questi signorotti si avvalevano, per sostenere le proprie imprese, di compagnie di ventura composte da soldati mercenari, noti per la loro ferocia e immoralità. Gruppi di tali energumeni vagavano spesso per le campagne, vessando le popolazioni civili, rubando nelle cascine e depredando i viandanti.

Egidia Mathis era una giovane sposa braidese ormai prossima al parto. Nella fredda serata di quel 29 dicembre 1336 ella percorreva un viottolo campestre di ritorno da una giornata di lavoro oppure, secondo altri racconti, dopo aver consegnato ad una famiglia di vicini latte e uova. Sul luogo ove due sentieri si congiungevano per proseguire poi in una unica stradina, erano appostati due soldatacci che, non appena ebbero adocchiato la giovane ragazza, le si avventarono addosso con l’intenzione di usarle violenza. Sul luogo sorgeva anche un piccolo pilone votivo raffigurante Maria Santissima. Egidia, spaventata per l’inatteso incontro, si gettò allora in ginocchio aggrappandosi alla grata che proteggeva l’edicola. Subito la piccola cappella fu inondata da una grande luce e comparve, immediatamente dopo, una bellissima Signora che scacciò i malintenzionati. Intanto, a causa dell’emozione e della paura, si erano affrettati, per la giovane, i tempi del parto. La figura celeste si preoccupò, allora, di assisterla e le porse, prima di scomparire, anche alcune candide fasce con cui avvolgere il piccolo bambino appena nato.

Rimasta sola però, Egidia notò anche l’abbondante fioritura, nonostante la stagione invernale, degli arbusti selvatici che circondavano il pilone votivo. Corse, quindi, tosto a casa e raccontò quanto le era accaduto al marito e ai familiari. Un gruppo di borghigiani si precipitò poco dopo sul luogo indicato, non potendo che constatare, attoniti, la veridicità del racconto.

Fu successivamente il locale prevosto ad interpretare la visione come una apparizione della Beata Vergine Maria.

Questa è la storia che dà origine al Santuario. Una storia tramandata univocamente e concordemente da una ininterrotta tradizione orale. Il primo documento scritto sugli avvenimenti sarebbe stato steso, infatti, fra il 1450 e il 1500 e fu custodito, fino all’inizio del XIX secolo, presso l’archivio comunale di Asti. A partire dal 1803, purtroppo, se ne sono perse le tracce, ma ci è pervenuta, a convalidarne l’esistenza, una relazione giurata del suo penultimo proprietario, il conte Carlo Giuseppe Reviglio della Veneria (1772-1845).

 

IL MIRACOLO PERMANENTE

La più autentica conferma di quanto tramandato è, tuttavia, rappresentata senza dubbio dalla fioritura straordinaria del pruno che vive tuttora sul luogo ove si manifestò la presenza della Madonna.

Quando, infatti, i miracoli e le apparizioni sono tramandate solo oralmente, i soliti “storici” razionalisti li classificano automaticamente come «leggende popolari». Quando esistono magari atti notarili, chissà perché solo nel caso di avvenimenti soprannaturali, tali documenti diventano inevitabilmente «fonti poco attendibili», quando, infine, come nel caso del Sole a Fatima, vi sono testimonianze ripetute da migliaia di persone che neppure si conoscono, si ricorre, come se nulla fosse, alla «suggestione collettiva». Nel nostro caso, però, l’operazione di “demitizzazione” si presenta alquanto difficoltosa e, quindi, si preferisce semplicemente tacere e coprire con il silenzio ciò che risulta scientificamente inspiegabile.

La pianticella braidese, in effetti, appartiene ad una specie assai comune denominata «prunus spinosa». Si tratta di un arbusto, alto due o tre metri, ampiamente diffuso nella pianura padana. Tutti sanno che tali piante fioriscono naturalmente in primavera, verso il mese di aprile. Il nostro pruno, invece, si comporta in modo assai diverso: ogni anno, a partire dal 1336, si copre di piccoli fiori bianchi, senza prima riempirsi di foglie, nel periodo che va da Natale fin circa all’Epifania. Nessuno è riuscito, finora, a spiegare il prodigioso fenomeno in modo naturale. Ed inoltre, come se ciò non bastasse, si sono verificate anche fioriture ben più ampie, fino a tre mesi consecutivi, in occasione di importanti momenti della storia ecclesiastica, come le ostensioni della Santa Sindone di Torino.

Esimi e qualificati studiosi, botanici e biologi, si sono avvicendati nello studio di questo misterioso vegetale. Dal 1703 ad oggi, è stato tutto un susseguirsi di ipotesi, supposizioni ed esperimenti. Si è notato, ad esempio, che talee ricavate dall’arbusto e ripiantate altrove mantengono la caratteristica della fioritura straordinaria invernale. La più famosa di tali piantine fu certamente quella donata nel 1950 al Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster (1880-1954), Arcivescovo di Milano. Si è esclusa la presenza di correnti calde sotterranee che potrebbero scaldare le radici. Il terriccio della zona non contiene alcun componente chimico diverso rispetto a quello discosto anche solo di pochi metri. Non vi è, infine, alcuna differenza biologica o genetica fra la pianticella del Santuario e le altre, della medesima specie, sparse tutte attorno sul territorio.

Occuperebbe davvero molto spazio riassumere, sia pur sinteticamente, la lunga serie di giudizi e ricerche compiute in proposito nel corso dei secoli. Riporteremo soltanto, per brevità, la conclusione del Professor Franco Montacchini (1938-2016), direttore dell’orto botanico dell’Università di Torino. Egli, nel 1974, dichiarò senza tentennamenti che la pianta «ha perduto il normale tempoperiodismo, cioè l’induzione delle gemme da fiore, la quale viene di solito determinata dal periodo di freddo invernale e da un successivo rialzo termico di primavera». Ciò non è spiegabile perché il prunus spinosa fiorisce in natura soltanto una volta all’anno nella stagione primaverile. L’illustre cattedratico concludeva, dunque, che non era scientificamente giustificabile la doppia fioritura del reperto esaminato.

Tutto ciò, però, non basta a vincere la stoltezza degli scettici, la grande maggioranza dei quali non solo non si getta in ginocchio a lodare le glorie di Maria, ma neppure, come sarebbe segno di intelligenza, ritiene almeno opportuno fermarsi un attimo a pensare e ad interrogarsi.

Alcuni particolari storici contribuiscono, infine, ad aumentare ancor di più la stupefacente grandiosità del fenomeno. Si ricordano pochissimi casi di mancata fioritura invernale, esattamente tre: nel 1914 e 1939, gli anni che precedettero lo scoppio delle due terribili guerre mondiali e, segno davvero di predilezione divina, nel 1878, durante l’agonia di papa Pio IX, il Pontefice del Sillabo e dell’Immacolata Concezione, che dovette terminare la propria esistenza terrena prigioniero dei liberali italiani.

 

I DUE SANTUARI

Fino all’inizio del XVII secolo, soltanto una semplice cappella era stata costruita laddove la Regina del Cielo aveva manifestato così grandiosamente la propria presenza. Per meglio ospitare, comunque, il crescente flusso di pellegrini, intorno al 1620, si diede inizio alla edificazione di un vero e proprio santuario che venne consacrato nel 1626. Il tempio, in sobrio stile barocco, presenta una sola navata contornata da tre cappelle per ogni lato. Una di esse ospita stabilmente la statua della Madonna dei Fiori che ogni anno viene condotta processionalmente, nella festa della Natività di Maria l’8 settembre, lungo le vie della città. Una grande tela del pittore fiammingo Jean Claret (1599-1679) raffigura, inoltre, la scena dell’apparizione ad Egidia Mathis. Risale, invece, al 1742 la statua esterna di Maria, posta sul luogo del miracolo in segno di ringraziamento per lo scampato pericolo di una pestilenza che colpì il Piemonte in quel periodo.

Nel 1933, infine, si deliberò la costruzione di un nuovo santuario, più grande, da affiancare a quello antico. Il progetto fu affidato all’architetto Bartolomeo Gallo che disegnò la chiesa a pianta centrale e contornata da due campanili. I lavori si protrassero per decenni fino alla solenne consacrazione avvenuta nel 1978. Gli interni sono affrescati dal pittore Piero Dalle Ceste (1912-1974). Pare tuttavia che i devoti non amino eccessivamente questo tempio, senz’altro imponente, ma ritenuto un po’ freddo e, forse, in parte condizionato dalle moderne linee di sviluppo dell’architettura sacra novecentesca.

Ma il cuore del santuario rimane lì, all’interno della grata ove ogni inverno continua a rinnovarsi il miracolo della fioritura. Anche se lungo la strada trafficata continuano incessantemente a sfrecciare auto e camion guidati da uomini disinteressati, Maria ci vuole far conoscere, una volta di più, il Suo amore materno ed invitarci urgentemente alla conversione.

 

 

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