Amos Nattini (1892-1985), Purgatorio Canto XIV

 

«Chi è costui che ’l nostro monte cerchia

prima che morte li abbia dato il volo,

e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».

 

«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo:

domandal tu che più li t’avvicini,

e dolcemente, sì che parli, acco’lo[1]».

 

Così due spirti, l’uno a l’altro chini,

ragionavan di me ivi a man dritta;

poi fer li visi, per dirmi, supini;

 

e disse l’uno: «O anima che fitta

nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,

per carità ne consola e ne ditta[2]

 

onde vieni e chi se’; ché tu ne fai

tanto maravigliar de la tua grazia,

quanto vuol cosa che non fu più mai».

 

E io: «Per mezza Toscana[3] si spazia

un fiumicel che nasce in Falterona,

e cento miglia di corso nol sazia.

 

Di sovr’esso rech’io questa persona:

dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,

ché ’l nome mio ancor molto non suona».

 

«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno[4]

con lo ’ntelletto», allora mi rispuose

quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».

 

E l’altro disse lui: «Perché nascose

questi il vocabol di quella riviera[5],

pur com’om fa de l’orribili cose?».

 

E l’ombra che di ciò domandata era,

si sdebitò così: «Non so; ma degno

ben è che ’l nome di tal valle pèra[6];

 

ché dal principio suo, ov’è sì pregno[7]

l’alpestro monte ond’è tronco Peloro,

che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,

 

infin là ’ve si rende per ristoro

di quel che ’l ciel de la marina asciuga,

ond’hanno i fiumi ciò che va con loro,

 

vertù così per nimica si fuga

da tutti come biscia, o per sventura

del luogo, o per mal uso che li fruga:

 

ond’hanno sì mutata lor natura

li abitator de la misera valle,

che par che Circe li avesse in pastura.

 

Tra brutti porci, più degni di galle

che d’altro cibo fatto in uman uso,

dirizza prima il suo povero calle.

 

Botoli trova poi, venendo giuso,

ringhiosi più che non chiede lor possa,

e da lor disdegnosa torce il muso.

 

Vassi caggendo[8]; e quant’ella più ’ngrossa,

tanto più trova di can farsi lupi

la maladetta e sventurata fossa.

 

Discesa poi per più pelaghi cupi,

trova le volpi sì piene di froda,

che non temono ingegno[9] che le occùpi.

 

Né lascerò di dir perch’altri m’oda;

e buon sarà costui, s’ancor[10] s’ammenta

di ciò che vero spirto mi disnoda[11].

 

Io veggio tuo nepote che diventa

cacciator di quei lupi in su la riva

del fiero fiume, e tutti li sgomenta.

 

Vende la carne loro essendo viva;

poscia li ancide come antica[12] belva;

molti di vita e sé di pregio priva.

 

Sanguinoso esce de la trista[13] selva;

lasciala tal, che di qui a mille anni

ne lo stato primaio non si rinselva».

 

Com’a l’annunzio di dogliosi danni

si turba il viso di colui ch’ascolta,

da qual che parte il periglio l’assanni,

 

così vi’’io l’altr’anima, che volta

stava a udir, turbarsi e farsi trista,

poi ch’ebbe la parola[14] a sé raccolta.

 

Lo dir de l’una e de l’altra la vista

mi fer voglioso di saper lor nomi,

e dimanda ne fei con prieghi mista;

 

per che lo spirto che di pria parlòmi

ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca

nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.

 

Ma da che Dio in te vuol che traluca

tanto sua grazia, non ti sarò scarso;

però sappi ch’io fui Guido del Duca.

 

Fu il sangue[15] mio d’invidia sì riarso,

che se veduto avesse uom farsi lieto,

visto m’avresti di livore sparso.

 

Di mia semente cotal paglia mieto;

o gente umana, perché poni ’l core

là ’v’è mestier di consorte divieto?

 

Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore

de la casa da Calboli, ove nullo

fatto s’è reda poi del suo valore[16].

 

E non pur lo suo sangue è fatto brullo,

tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,

del ben richesto al vero e al trastullo;

 

ché dentro a questi termini è ripieno

di venenosi sterpi, sì che tardi

per coltivare omai verrebber meno.

 

Ov’è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?

Pier Traversaro e Guido di Carpigna?

Oh Romagnuoli tornati in bastardi!

 

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna[17]?

quando in Faenza un Bernardin di Fosco,

verga gentil di picciola gramigna?

 

Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,

quando rimembro con Guido da Prata,

Ugolin d’Azzo che vivette nosco,

 

Federigo Tignoso e sua brigata,

la casa Traversara e li Anastagi

(e l’una gente e l’altra è diretata[18]),

 

le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi

che ne ’nvogliava amore e cortesia

là dove i cuor son fatti sì malvagi.

 

O Bretinoro, ché non fuggi via,

poi che gita se n’è la tua famiglia

e molta gente per non esser ria?

 

Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;

e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,

che di figliar tai conti più s’impiglia.

 

Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio

lor sen girà; ma non però che puro

già mai rimagna d’essi testimonio.

 

O Ugolin de’ Fantolin, sicuro

è il nome tuo, da che più non s’aspetta

chi far lo possa, tralignando, scuro.

 

Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta

troppo di pianger più che di parlare,

sì m’ha nostra ragion la mente stretta».

 

Noi sapavam che quell’anime care

ci sentivano andar; però, tacendo,

facean noi del cammin confidare.

 

Poi fummo fatti soli procedendo,

folgore parve quando l’aere fende,

voce che giunse di contra dicendo:

 

‘Anciderammi qualunque m’apprende’;

e fuggì come tuon che si dilegua,

se sùbito la nuvola scoscende.

 

Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,

ed ecco l’altra con sì gran fracasso,

che somigliò tonar che tosto segua:

 

«Io sono Aglauro che divenni sasso»;

e allor, per ristrignermi al poeta,

in destro feci e non innanzi il passo.

 

Già era l’aura d’ogne parte queta;

ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo[19]

che dovria l’uom tener dentro a sua meta[20].

 

Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo

de l’antico avversaro a sé vi tira;

e però poco val freno o richiamo.

 

Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,

mostrandovi le sue bellezze etterne,

e l’occhio vostro pur a terra mira;

 

onde vi batte chi tutto discerne».

 

 

[1] Sta per «accoglilo», con elisione dell’ultima sillaba del verbo davanti al pronome personale enclitico.

[2] Dal verbo latino dicto, -are, frequentativo di dico, -ere, vale letteralmente «essere solito dire». Da tale verbo deriva anche l’italiano moderno «dettare», col valore comunemente assegnatogli.

[3] Calco della forma latina per mediamTusciam, «nel mezzo della Toscana», e non «per metà della Toscana».

[4] Come l’altro composto (più comune) «incarno», significa, accompagnato da «con lo ’ntelletto », «intendo, capisco», partendo dal valore metaforico di «dar vita, rappresentare», poiché il termine «carne» ha anche il valore di «vita».

[5] Francesismo (rivière) per «fiume».

[6] Dal latino pereo, -ire (cong. pres. pereat): forma arcaica per «perisca».

[7] Aggettivo interpretabile in vari modi: «pieno (d’acqua)» e quindi «ricco di acque»; «alto» (come in Lucano, Phars. II, 397sg.); «grosso e massiccio».

[8] Forma con palatalizzazione della consonante finale del tema (cad-) in -g, così come avviene anche in «veggio» (< ved-) e in «deggio» (< dev-).

[9] Col valore di «frode, inganno, astuzia», oppure anche, per metonimia, «trappola» (< ingegno, col valore di «ordigno, artificio»).

[10] «Ancor» può avere qui due valori: «sin d’ora» oppure «in avvenire».

[11] «Mi svela», ma la metafora parte dall’idea dello «sciogliersi» di un nodo.

[12] Anche sul valore di «antica» i pareri dei commentatori non sono concordi: «belva ormai abituata da tempo a fare stragi» oppure «belva del mito antico, cui si attribuivano stragi di uomini» oppure ancora «bestia ormai vecchia e pronta per il macello».

[13] Anche «trista» può essere inteso in due modi: «piena di malvagità», oppure «sventurata».

[14] Abbiamo il singolare per il plurale (sineddoche) oppure il valore del termine medievale «parabola» (> parola) nel senso di «discorso».

[15] Non col valore metaforico di «famiglia», ma con quello concreto, in quanto nell’antichità e nel medioevo il sangue era considerato la sede dell’anima.

[16] Tutta la terzina può essere considerata un elogio dei valori “cortesi”, espressi chiaramente sia con i termini «pregio, onore, valore» sia con la iterazione, di tipo retorico, della formula «questi è…».

[17] «Rallignare», intensivo di «allignare», è detto di una pianta che attecchisce (alligna) nuovamente, crescendo (ralligna).

[18] Cioè «priva (de-/di.) di eredità» (reta; cfr. il francesismo attuale «retaggio»).

[19] Dal latino camus («museruola»), da cui anche l’italiano d’uso attuale «camuso», detto di naso rincagnato come se stretto da museruola, vale qui «freno, morso».

[20] Qui col valore letterale di «limite», derivato dal latino meta, che era il punto dello stadio (in genere costituito da una colonna) dove finiva il percorso di gara ed i cavalli, aggiratolo, tornavano indietro per portare a termine la gara.

 

 

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