Il Maestro di color che sanno… Inferno, canto XXXIII

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William Blake(1757-1827), Il conte Ugolino (1826)

 

La bocca sollevò dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a’ capelli

del capo ch’elli avea di retro guasto[1].

 

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli

disperato dolor che ’l cor mi preme

già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

 

Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,

parlar e lagrimar vedrai[2] insieme.

 

Io non so chi tu se’ né per che modo

venuto se’ qua giù; ma fiorentino

mi sembri veramente quand’io t’odo.

 

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,

e questi è l’arcivescovo Ruggieri:

or ti dirò perché i[3] son tal vicino.

 

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,

fidandomi di lui, io fossi preso

e poscia morto, dir non è mestieri;

 

però quel che non puoi avere inteso,

cioè come la morte mia fu cruda,

udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

 

Breve pertugio dentro da la Muda

la qual per me ha ’l titol de la fame,

e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

 

m’avea mostrato per lo suo forame

più lune già, quand’io feci ’l mal sonno

che del futuro mi squarciò ’l velame.

 

Questi pareva a me maestro e donno[4],

cacciando il lupo e ’ lupicini al monte

per che i Pisan veder Lucca non ponno.

 

Con cagne magre, studiose e conte

Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

s’avea messi dinanzi da la fronte.

 

In picciol corso mi parieno stanchi

lo padre e ’ figli, e con l’agute scane

mi parea lor veder fender li fianchi.

 

Quando fui desto innanzi la dimane,

pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli

ch’eran con meco, e dimandar del pane.

 

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;

e se non piangi, di che pianger suoli?

 

Già eran desti, e l’ora s’appressava

che ’l cibo ne solea essere addotto,

e per suo sogno ciascun dubitava;

 

e io senti’ chiavar[5] l’uscio di sotto

a l’orribile torre; ond’io guardai

nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

 

Io non piangea, sì dentro impetrai[6]:

piangevan elli; e Anselmuccio mio

disse: «Tu guardi sì, padre! che hai?».

 

Perciò non lacrimai né rispuos’io

tutto quel giorno né la notte appresso,

infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

 

Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

per quattro visi il mio aspetto stesso,

 

ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia

di manicar[7], di subito levorsi

 

e disser: «Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti[8]

queste misere carni, e tu le spoglia».

 

Queta’mi allor per non farli più tristi;

lo dì e l’altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perché non t’apristi?[9]

 

Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,

dicendo: «Padre mio, ché non mi aiuti?».

 

Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid’io cascar li tre ad uno ad uno

tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,

 

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.

Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno[10]».

 

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti

Riprese ’l teschio misero co’ denti,

che furo a l’osso, come d’un can, forti.

 

Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove ’l sì[11] suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,

 

muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

 

Ché se ’l conte Ugolino aveva voce

d’aver tradita te de le castella,

non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

 

Innocenti facea l’età novella,

novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata

e li altri due che ’l canto suso appella.

 

Noi passammo oltre, là ’ve la gelata

ruvidamente un’altra gente fascia[12],

non volta in giù, ma tutta riversata.

 

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,

e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,

si volge in entro a far crescer l’ambascia;

 

ché le lagrime prime fanno groppo,

e sì come visiere di cristallo,

riempion sotto ’l ciglio tutto il coppo[13].

 

E avvegna che, sì come d’un callo,

per la freddura ciascun sentimento

cessato avesse del mio viso stallo,

 

già mi parea sentire alquanto vento:

per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?

non è qua giù ogne vapore spento?».

 

Ond’elli a me: «Avaccio[14] sarai dove

di ciò ti farà l’occhio la risposta,

veggendo la cagion che ’l fiato piove[15]».

 

E un de’ tristi de la fredda crosta

gridò a noi: «O anime crudeli,

tanto che data v’è l’ultima posta,

 

levatemi dal viso i duri veli,

sì ch’io sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,

un poco, pria che ’l pianto si raggeli».

 

Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,

dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,

al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».

 

Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;

i’ son quel da le frutta del mal orto,

che qui riprendo dattero per figo[16]».

 

«Oh!», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?».

Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea

nel mondo sù, nulla scienza porto.

 

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

che spesse volte l’anima ci cade

innanzi ch’Atropòs mossa le dea.

 

E perché tu più volentier mi rade

le ’nvetriate[17] lagrime dal volto,

sappie che, tosto che l’anima trade[18]

 

come fec’io, il corpo suo l’è tolto

da un demonio, che poscia il governa

mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.

 

 

Ella ruina in sì fatta cisterna;

e forse pare ancor lo corpo suso

de l’ombra che di qua dietro mi verna[19].

 

Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

elli è ser Branca Doria, e son più anni

poscia passati ch’el fu sì racchiuso».

 

«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni;

ché Branca Doria non morì unquanche,

e mangia e bee e dorme e veste panni».

 

«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche,

là dove bolle la tenace pece,

non era ancor giunto Michel Zanche,

 

che questi lasciò il diavolo in sua vece

nel corpo suo, ed un suo prossimano

che ’l tradimento insieme con lui fece.

 

Ma distendi oggimai in qua la mano;

aprimi li occhi». E io non gliel’apersi;

e cortesia fu lui esser villano.

 

Ahi Genovesi, uomini diversi

d’ogne costume e pien d’ogne magagna,

perché non siete voi del mondo spersi?

 

Ché col peggiore spirto di Romagna

trovai di voi un tal, che per sua opra

in anima in Cocito già si bagna,

 

e in corpo par vivo ancor di sopra.

 

[1] Forma forte del participio passato del verbo “guastare”, di contro alla forma debole “guastato” (cfr. anche, per es., “volto” e “voltato”o “visto” e “veduto”).

[2] Il verbo “vedrai” regge per zeugma due azioni (“parlare” e “lagrimare”), di cui una solamente (“lagrimare”) può realmente essere vista, mentre l’altra (“parlare”) dovrebbe dipendere da un verbo quale “ascoltare/sentire”.

[3] Equivale a “gli”, dal latino ei (dativo di is, ea, id).

[4] Due termini non completamente sinonimi, in quanto “maestro” è il “capo della battuta di caccia”, mentre “donno” (forma sarda) è il “signore, capo di una brigata di persone”.

[5] Dal latino clavus (“chiodo”) e dal suo diminutivo clavellus, il valore del verbo è “inchiodare, chiudere con assi e chiodi”, e non – come potrebbe sembrare – “chiudere a chiave”.

[6] Col significato di “diventare di pietra”.

[7] “Manicare”, come “manucare”, sono forme popolari dal latino manducare (> it. moderno “mangiare”).

[8] Le immagini del “dare la vita” e “toglierla” sono metaforizzate in quelle del “vestire” e “spogliare”.

[9] Figura retorica dell’apostrofe, cioè rivolgersi in modo improvviso e quasi brusco ad una persona o ad una figura personificata (qui: la terra).

[10] Cioè: il digiuno (la fame) fu più forte del dolore, e quindi mi portò alla morte. Questa l’interpretazione corretta, aldilà della da alcuni supposta (ma poco probabile) tecnofagia (cioè “atto del mangiare i propri figli”, dal greco téknon, “figlio”).

[11] In quegli anni l’italiano (o meglio: il toscano) era definito “volgare del sì”, usando la particella affermativa, così come langue d’oïl (= francese) e langue d’oc (= provenzale), da oïl/oc = sì.

[12] Rapporto ossimorico tra l’avverbio “ruvidamente” e ilo verbo “fascia”. Si ha la figura retorica dell’ossimoro (dal greco oxús, “aguzzo, puntuto”) quando due termini nella stessa frase, pur di valore tra loro contrapposto, formino un concetto unico (per es.: “silenzio assordante” o “caldo raggelante”).

[13] Letteralmente “vaso da acqua”, ma qui – metaforicamente – “l’incavo dell’occhio”.

[14] Dall’avverbio comparativo latino vivacius, vale “presto, prontamente”.

[15] Uso, abbastanza raro, di “piovere” come verbo transitivo, con complemento oggetto “fiato”.

[16] Ancora una volta vediamo l’uso, settentrionale, della forma (“figo” per “fico”) con lenizione dell’occlusiva sorda in sonora; cfr. i dialetti gallo-italici attuali (piemontese, ligure, lombardo), che usano forme di tal genere (figh, figon…).

[17] Termine tecnico dell’arte vetraria, vale “indurite come vetro”.

[18] Latinismo (< tradit), per “tradisce”.

[19] Interpretazione incerta: per alcuni è dal verbo “(s)vernare”, cioè “passare l’inverno” e quindi “stare qui nel ghiaccio”; per altri invece il verbo “vernare” ha qui il valore di “suonare, cantare” come gli uccelli in primavera.

 

 

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