Paul Gustave Louis Christophe Doré (1832-1883), L’incontro con Ser Brunetto (1861)

 

Ora cen porta l’un de’ duri margini;

e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia[1],

sì che dal foco salva l’acqua e li argini.

 

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia[2],

temendo ’l fiotto che ’nver lor s’avventa,

fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia[3];

 

e quali Padoan lungo la Brenta,

per difender lor ville[4] e lor castelli,

anzi che Carentana[5] il caldo senta:

 

a tale imagine eran fatti quelli,

tutto che né sì alti né sì grossi,

qual che si fosse, lo maestro felli.

 

Già eravam da la selva rimossi

tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,

perch’io in dietro rivolto mi fossi,

 

quando incontrammo d’anime una schiera

che venìan lungo l’argine, e ciascuna

ci riguardava come suol da sera

 

guardare uno altro sotto nuova luna;

e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia

come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.

 

Così adocchiato da cotal famiglia[6],

fui conosciuto da un, che mi prese

per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».

 

E io, quando ’l suo braccio a me distese,

ficcai li occhi per lo cotto aspetto,

sì che ’l viso abbrusciato non difese

 

la conoscenza sua al mio ’ntelletto;

e chinando la mano a la sua faccia,

rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».

 

E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia

se Brunetto Latino un poco teco

ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».

 

I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;

e se volete che con voi m’asseggia[7],

faròl, se piace a costui che vo seco».

 

«O figliuol», disse, «qual di questa greggia

s’arresta punto, giace poi cent’anni

sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia.

 

Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;

e poi rigiugnerò la mia masnada[8],

che va piangendo i suoi etterni danni».

 

I’ non osava scender de la strada

per andar par di lui; ma ’l capo chino

tenea com’uom che reverente vada.

 

El cominciò: «Qual fortuna o destino

anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?

e chi è questi che mostra ’l cammino?».

 

«Là sù di sopra, in la vita serena[9]»,

rispuos’io lui, «mi smarri’ in una valle,

avanti che l’età mia fosse piena.

 

Pur ier mattina le volsi le spalle:

questi m’apparve, tornand’io in quella,

e reducemi a ca[10] per questo calle».

 

Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,

non puoi fallire a glorioso porto,

se ben m’accorsi ne la vita bella;

 

e s’io non fossi sì per tempo morto,

veggendo il cielo a te così benigno,

dato t’avrei a l’opera conforto.

 

Ma quello ingrato popolo maligno

che discese di Fiesole ab antico,

e tiene ancor del monte e del macigno,

 

ti si farà, per tuo ben far, nimico:

ed è ragion, ché tra li lazzi[11] sorbi

si disconvien fruttare al dolce fico.

 

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;

gent’è avara, invidiosa e superba:

dai lor costumi fa che tu ti forbi.

 

La tua fortuna tanto onor ti serba,

che l’una parte e l’altra avranno fame[12]

di te; ma lungi fia dal becco[13] l’erba.

 

Faccian le bestie fiesolane strame

di lor medesme, e non tocchin la pianta,

s’alcuna surge ancora in lor letame[14],

 

in cui riviva la sementa santa[15]

di que’ Roman che vi rimaser quando

fu fatto il nido di malizia tanta».

 

«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,

rispuos’io lui, «voi non sareste ancora

de l’umana natura posto in bando;

 

ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,

la cara e buona imagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

 

m’insegnavate come l’uom s’etterna:

e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo

convien che ne la mia[16] lingua si scerna.

 

Ciò che narrate di mio corso scrivo,

e serbolo a chiosar con altro testo

a donna che saprà, s’a lei arrivo.

 

Tanto vogl’io che vi sia manifesto,

pur che mia coscienza non mi garra,

che a la Fortuna, come vuol, son presto.

 

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:

però giri[17] Fortuna la sua rota

come le piace, e ’l villan la sua marra».

 

Lo mio maestro allora in su la gota

destra si volse in dietro, e riguardommi;

poi disse: «Bene ascolta chi la nota».

 

Né per tanto di men parlando vommi

con ser Brunetto, e dimando chi sono

li suoi compagni più noti e più sommi[18].

 

Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;

de li altri fia laudabile tacerci,

ché ’l tempo sarìa corto a tanto suono.

 

In somma sappi che tutti fur cherci

e litterati grandi e di gran fama,

d’un peccato medesmo al mondo lerci.

 

Priscian sen va con quella turba grama,

e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,

s’avessi avuto di tal tigna[19] brama,

 

colui potei che dal servo de’ servi

fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione[20],

dove lasciò li mal protesi nervi.

 

Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone

più lungo esser non può, però ch’i’ veggio

là surger nuovo fummo del sabbione.

 

Gente vien con la quale esser non deggio.

Sieti raccomandato il mio Tesoro

nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».

 

Poi si rivolse, e parve di coloro

che corrono a Verona il drappo verde

per la campagna; e parve di costoro

 

quelli che vince, non colui che perde.

 

 

[1] “Aduggiare” (letteralmente “Fare ombra”) dalla forma rara “uggia” (< lat. udam, “umida”), da cui l’aggettivo moderno “uggioso” (“scuro, ombroso”), detto normalmente di una giornata o (metaforicamente) del carattere di una persona.

[2] Trasposizione italiana dei toponimi fiamminghi Wissant (o Wilsand, o ancora Guitsand) e Bruges.

[3] Congiuntivo presente dal verbo “fuggio”, per analogia col latino fugio, fugere (intransitivo: “fuggire”), da non confondere con fugo, fugare (transitivo: “mettere in fuga”), da cui l’italiano “fugare” nelle espressioni del tipo “fugare ogni dubbio, ogni incertezza” ecc.

[4] Significato incerto: o latinismo (< villa), “podere” o francesismo (< ville), “città”.

[5] Forma latinizzante arcaica per il nome della regione austriaca Kärntern (in italiano moderno Carinzia).

[6] Come anche altrove in Dante, ha il valore del latino familia, cioè “gruppo omogeneo di persone” (anche senza vincoli di parentela) o anche, e più specificamente, “insieme dei servitori di una casa”.

[7] Dal verbo “assidersi”: forma di congiuntivo presente analogo ad altre forme, come “veggia” (da “vedere”), “inveggia” (da “in-vedere”, cioè invidiare), “feggia” (da “fedire”, colpire) anch’esse presenti nella Commedia.

[8] Dal latino mansionatam (< mansio, “casa”, da cui l’italiano “magione” ed il francese maison), cioè “insieme di persone di una casa”, attraverso il provenzale maisnada. Nell’italiano antico il termine non ha il valore negativo assunto in seguito. Dallo stesso etimo viene anche il piemontese masnà (“ragazzo, giovane” o anche “figlio/a”, senza distinzione di sesso): letteralmente “ragazzo che vive in casa”.

[9] Non ha tanto valore eticamente astratto (“tranquilla, gioiosa”) quanto concreto (“illuminata dagli astri”).

[10] Forma tipica dei dialetti settentrionali, con caduta delle sillabe post-toniche, cioè quelle successive all’accento tonico (cà-sam > ca), ma non ignota anche a qualche forma locale antica toscana.

[11] Aggettivo, molto raro già nella poesia medievale, che vale “aspro, acerbo” (dal lat. lacteum, riferito inizialmente per il suo colore lattiginoso all’euforbia, “herba lactea”, e poi per estensione, dato il sapore aspro di questa, a tutti i frutti acerbi). Da non confondersi col sostantivo “lazzo”, col valore di “facezia, battuta di spirito”, in genere greve e volgare.

[12] Espressione di senso ambiguo e di cui non si è ancora chiarito con precisione il valore. Secondo alcuni commentatori ha valore positivo (entrambi i partiti, Guelfi Bianchi e Neri, avranno desiderio di averti dalla loro parte), secondo altri invece (per coerenza coi versi immediatamente seguenti) negativo: entrambi ti vorranno divorare, cioè distruggere.

[13] Anche per questo vocabolo resta un certo margine di dubbio (pur essendo chiaro il senso didascalico-morale dell’espressione) se “becco” significhi “caprone” ovvero “becco di un uccello”.

[14] Termine che continua il senso del latino classico laetum (“rigoglioso”), di contro al suo valore tardo di “lieto, contento”. Laetamen (letame) è quindi “ciò che rende fertile, rigogliosa la terra”.

[15] La stirpe dei romani è definita “santa” in coerenza col pensiero di Dante relativo all’importanza dell’impero romano (e di tutta la storia di Roma) nel piano provvidenziale di Dio per la fondazione della societas christiana.

[16] Forse un sottinteso garbato rimprovero al fatto che Brunetto aveva scritto la sua opera principale (il Tresor) in langue d’oïl e non in toscano.

[17] Valore “zeugmatico” del verbo: “giri” regge sia “ruota” che “zappa”, ma in realtà, dal punto di vista logico del significato, potrebbe reggere solamente il primo termine, e non anche il secondo.

[18] A differenza dell’italiano moderno (che non lo consente) quello medievale ammette l’uso di “sommo” (già di per sé superlativo, < lat. summus, superlativo assoluto dell’avverbio supra) come aggettivo di grado normale, e quindi il superlativo “più sommo”.

[19] Uso metonimico del concreto per l’astratto: la “tigna”, malattia dermatologica ripugnante, indica per traslato un astratto “desiderio ripugnante, schifoso”. Inoltre, tre versi prima, i sodomiti sono senza mezzi termini definiti “lerci”.

[20] Con la figura retorica della metonimia si utilizza il nome del fiume per indicare la città che su di esso si trova: Arno = Firenze, Bacchiglione = Vicenza.

 

 

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