Paul Gustave Louis Christophe Doré (1832-1883), Filippo Argenti (1861)

 

Io dico, seguitando, ch’assai prima

che noi fossimo al piè de l’alta torre,

li occhi nostri n’andar suso a la cima

 

per due fiammette che i vedemmo porre

e un’altra da lungi render cenno

tanto ch’a pena il potea l’occhio tôrre[1].

 

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;

dissi: «Questo che dice? e che risponde

quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».

 

Ed elli a me: «Su per le sucide[2] onde

già scorgere puoi quello che s’aspetta,

se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».

 

Corda non pinse mai da sé saetta

che sì corresse via per l’aere snella,

com’io vidi una nave piccioletta

 

venir per l’acqua verso noi in quella,

sotto ’l governo d’un sol galeoto[3],

che gridava: «Or se’ giunta, anima fella![4]».

 

«Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vòto»,

disse lo mio segnore «a questa volta:

più non ci avrai che sol passando il loto[5]».

 

Qual è colui che grande inganno ascolta

che li sia fatto, e poi se ne rammarca,

fecesi Flegiàs ne l’ira accolta.

 

Lo duca mio discese ne la barca,

e poi mi fece intrare appresso lui;

e sol quand’io fui dentro parve carca.

 

Tosto che ’l duca e io nel legno fui,

segando se ne va l’antica prora

de l’acqua più che non suol con altrui.

 

Mentre noi corravam la morta gora[6],

dinanzi mi si fece un pien di fango,

e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».

 

E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;

ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».

Rispuose: «Vedi che son un che piango».

 

E io a lui: «Con piangere e con lutto,

spirito maladetto, ti rimani;

ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».

 

Allor distese al legno ambo le mani;

per che ’l maestro accorto lo sospinse,

dicendo: «Via costà con li altri cani!».

 

Lo collo poi con le braccia mi cinse;

basciommi ’l volto, e disse: «Alma sdegnosa[7],

benedetta colei che ’n te s’incinse!

 

Quei fu al mondo persona orgogliosa;

bontà non è che sua memoria fregi:

così s’è l’ombra sua qui furiosa.

 

Quanti si tegnon or là sù gran regi

che qui staranno come porci in brago,

di sé lasciando orribili dispregi!».

 

E io: «Maestro, molto sarei vago

di vederlo attuffare in questa broda

prima che noi uscissimo del lago».

 

Ed elli a me: «Avante che la proda

ti si lasci veder, tu sarai sazio:

di tal disio convien che tu goda».

 

Dopo ciò poco vid’io quello strazio

far di costui a le[8] fangose genti,

che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

 

Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;

e ’l fiorentino spirito bizzarro

in sé medesmo si volvea co’ denti.

 

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;

ma[9] ne l’orecchie mi percosse un duolo,

per ch’io avante l’occhio intento sbarro.

 

Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,

s’appressa la città ch’à nome Dite,

coi gravi cittadin, col grande stuolo».

 

E io: «Maestro, già le sue meschite[10]

là entro certe ne la valle cerno,

vermiglie come se di foco uscite

 

fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno

ch’entro l’affoca le dimostra rosse,

come tu vedi in questo basso inferno».

 

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse

che vallan quella terra sconsolata:

le mura mi parean che ferro fosse[11].

 

Non sanza prima far grande aggirata,

venimmo in parte dove il nocchier forte

«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».

 

Io vidi più di mille in su le porte

da ciel piovuti, che stizzosamente

dicean: «Chi è costui che sanza morte

 

va per lo regno de la morta gente?».

E ’l savio mio maestro fece segno

di voler lor parlar segretamente.

 

Allor chiusero[12] un poco il gran disdegno,

e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada,

che sì ardito intrò per questo regno.

 

Sol si ritorni per la folle strada:

pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai

che li ha’ iscorta sì buia contrada».

 

Pensa, lettor, se io mi sconfortai

nel suon de le parole maladette,

ché non credetti ritornarci mai.

 

«O caro duca mio, che più di sette

volte m’hai sicurtà renduta e tratto

d’alto periglio che ’ncontra mi stette,

 

non mi lasciar», diss’io, «così disfatto;

e se ’l passar più oltre ci è negato,

ritroviam l’orme nostre insieme ratto».

 

E quel segnor che lì m’avea menato,

mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo

non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.

 

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso

conforta e ciba di speranza buona,

ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».

 

Così sen va, e quivi m’abbandona

lo dolce padre, e io rimagno in forse,

che sì e no nel capo mi tenciona.

 

Udir non potti[13] quello ch’a lor porse;

ma ei non stette là con essi guari[14],

che ciascun dentro a pruova si ricorse.

 

Chiuser le porte que’ nostri avversari

nel petto al mio segnor, che fuor rimase,

e rivolsesi a me con passi rari.

 

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase

d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:

«Chi m’ha negate le dolenti case!».

 

E a me disse: «Tu, perch’io m’adiri[15],

non sbigottir, ch’io vincerò la prova,

qual ch’a la difension dentro s’aggiri.

 

Questa lor tracotanza non è nova;

ché già l’usaro a men segreta porta,

la qual sanza serrame ancor si trova.

 

Sovr’essa vedestù la scritta morta:

e già di qua da lei discende l’erta,

passando per li cerchi sanza scorta,

 

tal che per lui ne fia la terra aperta».

 

 

[1] Infinito da “togliere”, in rima equivoca col sostantivo “tòrre” del v. 2.

[2] Forma metatetica per “sudice”. Il termine era utilizzato nell’arte della tessitura per indicare la lana non ancora lavata e quindi unta.

[3] Termine di origine veneta, entrato poi a pieno titolo nell’italiano comune, per indicare “marinaio di una galea”, poi passato a significare più genericamente “rematore” ed infine, per metonimia, “condannato alla pena del remo”. Nulla a che vedere col Galeotto del c. V, v. 137 (fu ’l libro…), derivato onomastico (cioè da nome proprio) da Ser Galehaut (italianizzato appunto in Galeotto), l’amico di Lancillotto “mezzano” degli amori di questi con Ginevra (il libro nel caso di Paolo e Francesca).

[4] “Fello, fella” (e poi “fellone”), dal prov. fel, “traditore”. Qui nel senso più generale di “malvagio”.

[5] “Fango” (< lat. lutum); qui, per metonimia, “palude”. Mentre il fiore di “loto” è voce dotta, sempre dal latino, ma lotum, nome di varie piante (< greco λωτός/lotós), di incerta origine mediterranea.

[6] “Morta” per ipallage è riferito alla “gora” (lett. “canale di mulino”), mentre in realtà dipende dal fatto che la palude è abitata da morti, sia in senso materiale che spirituale (morti alla Grazia).

[7] Dante è definito “sdegnoso” perché lo sdegno è la giusta ira nei confronti del male e del peccato.

[8] Forma consueta nell’italiano antico per il complemento d’agente dopo un verbum sentiendi (o di percezione), quale “vedere, sentire ecc.”.

[9] Non tanto col valore avversativo consueto di “però, invece” quanto piuttosto con quello del latino vero (greco δέ/de) indicante più semplicemente un cambio di soggetto o di argomento.

[10] Forma antica per “moschee”: arabismo (masgid), attraverso lo spagnolo mezquita. Sintomatico che in Dante la città di Dite, cioè la parte più profonda dell’inferno, popolata dai peggiori nemici di Dio, sia paragonato ad una moschea.

[11] Rima equivoca tra “fosse” (sostantivo) e “fosse” (congiuntivo dal verbo essere), concordato oltretutto col predicato (ferro) invece che col soggetto (mura).

[12] Verbo di non univoca interpretazione: secondo alcuni commentatori vale “frenarono, contennero”, secondo altri invece significa “dissimularono”.

[13] Forma arcaica di 1a persona sing. del perfetto forte di “potere”: potei < potui, con sparizione della semivocale -u ed ampliamento della -t.

[14] “Molto”, dal franco waigaro (molto), attraverso il provenzale gaire, guaire. Notiamo che gaire è ancora vivo in vari dialetti occitanici (pas gaire, “non molto), parallelamente al piemontese vàire (molto, parecchio).

[15] Come frequentemente nell’italiano antico, non vale tanto l’odierno “adirarsi” quanto “addolorarsi”, così come “ira” valeva spesso “dolore”.

 

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