Le comunità politiche, salvo rarissime eccezioni (etnie in senso tecnico) hanno sempre avuto rapporti di collaborazione o di scontro tra loro, ad ogni livello di sviluppo, dal più piccolo raggruppamento clanico o tribale allo Stato debitamente costituito. Tali rapporti sono avvenuti per millenni senza che l’umanità abbia avvertito l’esigenza di farne una scienza autonoma.

La materia specifica di studio delle Relazioni Internazionali vide la luce solo nel 1919, tramite la cattedra assegnata al professor Alfred Eckhard Zimmern (1879–1957) dall’University College of Wales. Tale disciplina rappresentò la formalizzazione “scientifica” di un voluto nuovo approccio al rapporto tra gli Stati, che fosse in grado di cambiare completamente il paradigma che lo ha sempre contraddistinto; il nuovo modello prende il nome di Idealismo. Questa scuola di pensiero si afferma a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, grazie alla forte spinta dell’allora Presidente degli Stati Uniti d’America Thomas Woodrow Wilson (1856-1924). I punti che la contraddistinguono sono una ferma opposizione alla guerra come metodo per risolvere le controversie tra gli Stati, la necessità di superare l’esistenza degli Stati stessi grazie ad un ente loro sovraordinato, tramite il quale vengano risolte le controversie e, a seconda degli autori, la realizzazione di un sistema commerciale unitario a livello globale.

L’opposizione alla guerra ed il mantenimento di una pace perpetua tra i popoli sono il fine ultimo da perseguire per ogni idealista, anche se gli strumenti possono variare a seconda del pensatore, ma è ineluttabile la convinzione, per questa corrente di pensiero, che la guerra non sia mai una soluzione accettabile di una controversia. Il punto di partenza è costituito da una morale condivisa, tramite la quale ogni idealista può giustificare le proprie azioni e posizioni. Tutti gli autori di questa scuola sono contraddistinti da un moralismo rigidissimo, i cui obiettivi auspicano che vengano perseguiti anche dagli Stati, ai quali propongono di avere la stessa rigidità in campo morale. Un esempio di tutto questo è visibile nella campagna ambientalista che contraddistingue i nostri giorni: secondo le grandi organizzazioni internazionali l’ambiente appare come l’unico e/o il sommo obiettivo da perseguire e tutto il mondo deve adattarsi a questo imperativo categorico per il mantenimento del bene comune sul pianeta e, quindi, in senso lato della pace tra i popoli.

In sintesi, gli autori idealisti ritengono che per avere un nuovo ordine di pace tra i popoli e le nazioni sia necessario cedere parte della propria sovranità e trovare dei punti comuni che, perseguiti moralisticamente da tutti, garantiranno la pace stessa.

Alla scuola di pensiero degli idealisti si contrappone quella che ancora oggi è la dottrina dominante, ossia il Realismo. Tale concezione ha origini ben antecedenti rispetto all’Idealismo, fondando le sue origini prima della fine del primo conflitto mondiale. Essa si contraddistingue per un approccio concreto alle divergenze o controversie tra i popoli e gli Stati, approccio dettato dal presupposto della cosiddetta «anarchia internazionale».

Per anarchia internazionale si intende l’assoluta libertà di ogni Stato di agire indipendentemente dalla volontà degli altri per il perseguimento dei suoi interessi, senza vincoli o controlli dettati da potenze superiori o seguendo una particolare legge morale. Il Realismo non si preoccupa di instaurare un particolare sistema internazionale, ma osserva le vicende e constata gli interessi di ciascuna nazione. I promotori di questa corrente sono ancora oggi la maggioranza tra gli studiosi di Relazioni Internazionali e Studi Strategici e tra loro si annoverano anche autori non direttamente collegati alla disciplina delle Relazioni Internazionali, come ad esempio Tucidide (460-403 a.C. circa) e Machiavelli (1469-1527).

Il Realismo, oltre che del concetto di anarchia, si occupa di comprendere quali siano le cause che portano gli uomini e le collettività agli scontri, siano essi commerciali, culturali o bellici. Gli autori che si rifanno a questa teoria si concentrano sull’analisi dell’interesse del singolo Stato o della singola collettività, interesse che trascende sempre le mere questioni economiche: comune a tutti i realisti è la certezza che le questioni economiche e finanziarie siano parte della politica e che questa porti alle guerre come extrema ratio. Nessun autore realista esalta la guerra come fattore positivo, ma molti la vedono come un evento inevitabile, sempre presente, esattamente come l’aggressività e le contrapposizioni tra gli uomini. Nei realisti non c’è sempre concordanza di vedute sul fatto se la politica debba essere sovraordinata alla guerra, con conseguente soggezione delle forze armate all’autorità civile, come sostiene Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz (1780-1831), oppure debba essere l’esercito a guidare l’agire politico fino alla vittoria, come sostenuto dai due colonnelli cinesi Quiao Liang (classe 1955) e Wang Xiangsui(classe 1954) autori della «Guerra senza limiti», rilettura per il XX ed il XXI secolo de «L’arte della guerra» di Sun Tzu (544-496 a.C.).

Il contrasto tra Idealismo e Realismo oggi si è rafforzato maggiormente, basti pensare alle campagne proposte e sostenute dall’ONU in favore delle cause più disparate e, spesso, in pieno contrasto con le politiche, la cultura o l’identità dei popoli di alcuni Paesi. La campagna per la cancellazione delle discriminazioni è l’esempio emblematico di questa concezione, per cui determinate categorie o minoranze, secondo le pressioni dell’ONU, devono moralisticamente venir tutelate, per garantire la pace non solo tra gli Stati, ma nella visione idealista contemporanea, plasmare gli Stati stessi di una cultura nuova, che porterà alla fine degli Stati e delle loro identità specifiche.

Secondo i realisti, il fatto che ciascuno Stato difenda la propria cultura e le proprie tradizioni, anche in opposizione all’ente sovrannazionale, rappresenta il fallimento del progetto idealista. Un esempio recentissimo è la lotta politica che l’Italia sta sostenendo nell’Unione Europea per la difesa del prosecco italiano, contro la richiesta croata della tutala del loro vino Prosek.

La realtà ha sempre dimostrato di sapersi imporre a chi le si oppone, cercando di riplasmarla secondo un modello studiato a tavolino; tali tentativi, oltre ad essere sempre falliti, hanno, sovente, arrecato più danni di quelli che speravano di evitare. Vedremo negli articoli che seguiranno come gli approcci idealisti, sostenuti da autori diversi, si siano spesso scontrati tra di loro, ispirando, direttamente o indirettamente, eventi tragici o facilitando catastrofi. L’esempio più emblematico di questo rimane, per ora, la fallimentare fine della Società delle Nazioni, di cui avremo modo di trattare, la quale, avendo come fine di evitare tutte le guerre, lasciò in eredità il più tragico conflitto della storia.

 

 

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