Cristoforo. Letteralmente, «portatore di Cristo». Cristoforo Colombo fu uno straordinario uomo di fede, cosa per nulla strana nel mondo dell’epoca, quando la cristianità era una cosa viva e, possiamo ben dirlo, si “toccava con mano”.

Cristoforo Colombo era un vero uomo di fede. Un uomo del suo tempo, con i vizi e i difetti dei cristiani del XV secolo, si capisce; ma era uomo di spiritualità, perché la dimensione soprannaturale si mescolava senza soluzione di continuità con la dimensione terrena, facendo di lui letteralmente un “portatore di Cristo” – un messaggero, una “colomba” – ai popoli indigeni dell’America. C’è da supporre che sia proprio questa serissima concezione del suo viaggio ad essere maggiormente nel mirino dei distruttori woke, i moderni barbari che, mossi da superstizione, degrado morale e illusioni antistoriche, vorrebbero cancellare la storia e la cultura occidentale. A cominciare da quei personaggi che l’Occidente lo hanno fatto grande, come Colombo, a ben vedere.

Salvador Dalì, La scoperta dell’America con la forza del sogno di Cristoforo Colombo, 1959,  Il Museo Di Salvador Dalí, San Pietroburgo 

 

Identikit dello Scopritore dell’America

Di Colombo è stato detto e scritto moltissimo, per cui in questo contributo mi limiterò ad evidenziare alcune prerogative dell’uomo che scoprì l’America. Non entrerò nell’annosa questione delle origini colombiane – alla quale riserbo un intervento a parte – ma mi soffermerò sul carattere dell’Ammiraglio.

Energico, testardo, capace e visionario. Uomo dalla tempra straordinaria (era capace di vegliare per giorni e notti interi, fino a quando gli occhi gli si iniettavano di sangue e le cose gli apparivano deformate), diceva di trarre la sua forza da una specie di “fuoco” (usava proprio questo termine) che lo divorava. Era un “fuoco mistico”? Forse. «Fu devoto soprattutto della Madonna e di San Francesco – osservò Paolo Emilio Taviani, uno dei massimi storici di Colombo – conosceva a perfezione il Nuovo Testamento e lunghi tratti del Vecchio Testamento»[1]. Era devotissimo e convinto che Dio lo avesse guidato per fargli scoprire un Nuovo Mondo da istruire alla religione cristiana. Perfino quando – al termine del primo viaggio – si trovò in mezzo all’Oceano in burrasca, guardando la morte in faccia e rischiando di vanificare l’intera spedizione, Colombo credette di avere Dio dalla sua parte. Si sforzò con tutto se stesso: «Gli recavan conforto le mercedi che Dio gli aveva fatto assicurandogli sì grande vittoria, consentendogli di scoprire quel che aveva scoperto, e avendo Egli esaudito ogni suo desiderio, dopo aver sopportato in Castiglia contrarietà e avversità senza nome. E come per il passato aveva posto il suo fine e dedicato ogni suo sforzo a Dio, ed Egli lo aveva ascoltato, concedendogli quanto aveva osato sperare, così doveva credere che gli avrebbe consentito di portare a buon fine quanto aveva cominciato, e che lo avrebbe condotto in salvo»[2].

La sua religiosità traspare anche dai nomi dati alle isole. Prima, San Salvador. Poi, Santa Maria. E così via, passando da Ferdinandina a Isabela, come i re di Spagna, sovrani cattolicissimi e unti da Dio. «Fin dal primo istante delle due ore del venerdì 12 ottobre [1492], Colombo sente questo ampliamento dell’Occidente cristiano e, con quel fuoco interiore di cui parlerà ai re, battezza le terre e le cose che scopre»[3].

È poco noto, ma Colombo fu terziario francescano. Si recava quotidianamente a Messa (almeno, quando ciò gli era possibile) e pretendeva dai suoi uomini una devozione, se non pari alla sua, almeno nella norma dei buoni cristiani. Il fatto è che i suoi compagni di viaggio erano in parte rozzi energumeni, rudi lupi di mare, ed in parte erano ricchi hidalgos, ben lieti i primi di ritemprare il corpo dopo le privazioni dei viaggi oceanici ed i secondi di imporre la loro volontà sulle popolazioni inermi del Mesoamerica. Insomma: Colombo faticò per portarli a Messa. E ne ebbe in tutta risposta azioni violente ed isteriche, in alcuni casi anche sacrileghe: in un caso, mani anonime svuotarono le acquasantiere della chiesetta ove era solito recarsi l’Ammiraglio riempiendole di urina.

Colombo non si dava per vinto. Voleva che gli indios imparassero almeno le principali preghiere a memoria, poi Dio avrebbe fatto la sua parte. Un navigatore catechista, che si opponeva ai battesimi di massa perché prima voleva essere sicuro che almeno l’abc del cattolicesimo fosse stato appreso.

Dunque: un catechista, con afflati di misticismo. C’è un passo, nel suo resoconto del quarto viaggio, che rivela una sua vera e propria crisi mistica, per quanto giustificata dalla febbre e dall’aver assistito alla morte di molti suoi compagni, attaccati dagli indios nella regione del Veragua (Panama). Addormentatosi, Colombo racconta di aver udito una voce che diceva: «Oh, stolto e tardo a credere e a servire il tuo Dio, il Dio di tutti gli uomini. Forse fece Egli di più per Mosè e per David, il Suo servo? Da quando nascesti, Egli ti ebbe in gran cura. Quando ti vide in età della quale fu contento, meravigliosamente fece risuonare il tuo nome per tutta la terra, le Indie, che sono parte così ricca del mondo, ti diede; tu le hai ripartite a chi meglio ti piacque e fu Lui a darti il potere per farlo. Ti diede le chiavi delle barriere del Mare Oceano che erano sprangate con catene sì forti; e fosti obbedito in tante terre e ti guadagnasti tanto onorata fama fra tutti i cristiani. Forse fece Egli di più per il popolo di Israele quando lo trasse dall’Egitto, o per Davide, che da pastore qual era lo fece Re in Giudea?»[4].

Taviani, nel riconoscere la sua profonda spiritualità, evidenziò anche il suo spiccato orgoglio, poiché l’Ammiraglio si riconobbe nelle profezie di Gioacchino da Fiore, ritenendosi colui che avrebbe iniziato la «terza era», quella dello Spirito Santo, identificata dal mistico calabrese. «Tanto forte era la “fede” in Colombo, tanto flebile e saltuaria la “carità”. Perciò non fu né un grande né un piccolo santo. Fu – e non è poco – un convinto, profondo, tenace “defensor fidei”»[5].

Defensor fidei, dunque. Ed è vero. Cristoforo Colombo si sentiva realmente insignito di questo incarico. Forse era influenzato anche dal significato letterale del suo nome – portatore di Cristo – e firmava i documenti definendosi Christo Ferens; non solo: la sua stessa firma formava un triangolo – l’occhio di Dio? – e le sue lettere iniziavano spesso con invocazioni alla Santissima Trinità o con giaculatorie del tipo: «Jesus cum Maria sit nobis in via».

 

Colombo schiavista?

In America, si obietterà, egli però andava per cercare essenzialmente una cosa: l’oro. Fine poco nobile per un uomo della religiosità di Colombo. Eppure, quell’oro aveva una duplice funzione: convincere i reali di Spagna della grandiosità della scoperta effettuata e spingerli a finanziare una crociata che liberasse la Terra Santa. La riconquista del Santo Sepolcro non era un sogno vano, da uomo del Medioevo; era invece una necessità del presente, tanto più che i turchi ottomani stavano dilagando in Europa e che era necessario difendere la cristianità con un esercito di crociati. Ecco perché Colombo cercava l’oro in America[6].

L’oro lo ossessionava, al punto da diventare un suo chiodo fisso. Ne parla continuamente, in tutta la sua corrispondenza. Forse, l’accecamento dell’oro lo portò ad alcuni grossi errori. Forse, la sua abnegazione e il suo fortissimo dovere civico di cristiano e di suddito delle Maestà Cattoliche lo portò a scelte che oggi non considereremmo accettabili, come quella di inviare in Spagna i primi carichi di schiavi dal Nuovo Mondo.

Su questo punto, però, bisogna fare chiarezza, evidenziando il fatto che Colombo non fu uno schiavista come spesso viene narrato dai militanti dell’internazionale di sinistra. Fu tutt’altro. I suoi schiavi erano indigeni sì costretti ad un viaggio pericoloso attraverso l’Oceano, ma anche destinati ad un avvenire che – nell’idea dell’Ammiraglio – era migliore di quello cui erano destinati in America. Per l’uomo-Colombo, i nativi dei Caraibi erano simili ai selvaggi, parola che nell’immaginario medioevale indicava dei sub-umani, dei meschini ignari della civiltà che è essenzialmente la vita nella civitas. Colombo voleva fare dei selvaggi americani dei civis, cittadini che avrebbero beneficiato della magnificenza delle città europee, della loro cultura e, soprattutto, che avrebbero potuto essere instradati alla vera fede cristiana. Oltretutto, questi “schiavi” erano dei privilegiati, che potevano fuggire da un avvenire incerto, nel quale l’arrivo dei perfidi cannibali (e sappiamo che Colombo fu inorridito dalla scoperta dei cannibali dei Caraibi) poteva stravolgere la vita di una comunità. A ciò, si aggiunga il tentativo di sottrarre gli indios dalle angherie di alcuni hidalgos. L’Ammiraglio agì dunque con un fine umanitario, che a noi può sembrare discutibile, ma che all’epoca era forse l’unica scelta possibile.

 

Il tentativo di santificazione

In epoca recente, due pontefici centrali per la storia dell’epoca moderna – Pio IX e Leone XIII – hanno cercato di beatificarlo. Per ora, Colombo è riconosciuto «servo di Dio», in attesa di una beatificazione che – pare di capire, vista l’apatia dell’attuale pontificato dal discostarsi dai luoghi comuni – non avverrà prossimamente… oltreoceano non è un buon periodo per Colombo, considerato erroneamente il primo dei criminali conquistatori dell’America. E dire che, se ci fu un amico degli indios, quello fu proprio Cristoforo Colombo!

Colombo, benché sia stato uno degli uomini più importanti di tutti i tempi e abbia fatto grande la Spagna, è stato da essa dimenticato assai presto, tanto che lo stesso continente che scoprì prese il nome di America in onore di Amerigo Vespucci. La Chiesa, dal canto suo, dimenticò di essere stata uno sponsor non secondario nella vicenda della grande scoperta. Riscoprì Colombo solo trecentocinquanta anni dopo, in pieno Risorgimento, quando c’era bisogno di esempi concreti di grandi uomini della cristianità per contrastare la violenta acredine anticattolica dei massoni. Ecco rispuntare dai vecchi archivi il nome di Colombo. Ovviamente, non era un esempio preso a caso: Colombo aveva vissuto davvero da cristiano modello.

Proprio per il suo spirito di crociato “post litteram”, Colombo interessò particolarmente la Chiesa di Pio IX e di Leone XIII, bisognosi più che mai di figure di santi militanti e concreti, da schierare in battaglia contro atei, comunisti e massoni. Grazie alle pressioni dell’aristocratico conte Antoine Roselly de Lorgues, tra i primi storici “colombisti” moderni, fu avviata una travagliata causa di beatificazione, anche se – secondo le leggi canoniche vigenti – non sarebbe stato possibile raggiungere il traguardo della santità: mancavano testimoni e il resoconto di un vescovo del luogo dell’epoca di Colombo. Pio IX, forse influenzato dalla sua personale esperienza di nunzio in Sud America, ricevette il De Lorgues. Testualmente, disse al conte che la causa era difficile, ma che «non è vietato il tentare. Tentare non nocet»[7]. In ogni caso, con la caduta di Roma in mano italiana, la Chiesa entrò in un periodo di esilio che allontanò l’interesse verso la beatificazione di Colombo. Se ne riparlò con fervore nel 1892. In quell’occasione, Leone XIII, con l’epistola enciclica Quarto abeunte saeculo, in occasione del quarto centenario della scoperta dell’America, riservò a Colombo parole sorprendenti. Scrisse: «Infatti Colombo è uomo nostro. Per poco che si rifletta al precipuo scopo onde si condusse ad esplorare il mar tenebroso, e al modo che tenne, è fuor di dubbio che nel disegno e nella esecuzione dell’impresa ebbe parte principalissima la fede cattolica: in modo che in verità per questo titolo tutto il genere umano ha obbligo non lieve verso la Chiesa»[8].

 

Spiaggia d’approdo di Cristoforo nell’isola di San Salvador

Considerazioni

Colombo non è stato santificato e, specie nel nostro magro presente, il suo nome non è sinonimo di eroismo. Tristi immagini di statue dell’Ammiraglio decapitate o rimosse sono testimonianza di un rancore ideologico ingiustificato, specie laddove – come ho dimostrato – Colombo cercò di salvare gli indios comportandosi in modo forse discutibile, ma non perfido.

La sua figura è stata fondamentale e, più ancora di quella di altri esploratori, ha aperto la strada alla creazione di un’America latina cattolica e in comunione con la Chiesa di Roma. Alla vigilia dello scisma protestante, la scoperta di Colombo aprì la strada al successo della Spagna cattolica ed alla preservazione di vaste porzioni del Nuovo Mondo dalle devastazioni portate dai conquistatori protestanti che, a differenza dei loro omologhi spagnoli, non dialogarono con gli indios, ma li confinarono in patetiche riserve, fino allo sterminio ultimo per inedia, dipendenze dall’alcool e depravazioni morali. La Spagna, per quanto portatrice di un modello che dimostrò enormi difetti, non fu la dominatrice inflessibile che viene descritta, ma fu ben più clemente e conciliante della nemica storica, l’Inghilterra. Forse varrà la pena analizzare anche questo aspetto in un futuro contributo.

 

 

[1]P. E. Taviani, L’avventura di Cristoforo Colombo, Il Mulino, 2001, Bologna, p. 285.

[2]C. Colombo, Gli scritti, Einaudi, Torino, 1992, pp. 125-126.

[3]A. Caturelli, Il Nuovo Mondo Riscoperto, Ares, 1992, p. 81

[4] C. Colombo, op. cit., pp. 340-341.

[5] Taviani, op. cit. p. 286.

[6] Taviani, op. cit. p. 285.

[7] A. Marini Dettina, Suppliche per la canonizzazione di Cristoforo Colombo, in: AA.VV., Atti del II Congresso Internazionale Colombiano, Cescom, Cuccaro Monferrato, 2009, p. 665.

[8] Leone XIII, Quarto abeunte saeculo.

 

 

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