Al di là di tutte le possibili interpretazioni storiografiche che ancora oggi – anzi, oggi più che mai – si possono dare sulle vicende che dallo sbarco dei Mille a Marsala ai plebisciti, dalle resistenze delle ultime roccaforti borboniche a Messina, Gaeta e Civitella del Tronto al fenomeno del brigantaggio, dai primi provvedimenti legislativi dello Stato italiano alla politica dei governi moderati, è certo, e condiviso ormai da molti degli storici più avveduti, che tutto il processo unitario costò veramente molto caro al Sud ed alle sue popolazioni sia in termini di vite umane, che furono superiori a tutte quelle dell’intero periodo risorgimentale, sia in termini di dispersione e distruzione del patrimonio economico, finanziario, tecnologico, culturale, artistico ed archivistico.

Come pure è assodato che quegli anni Sessanta dell’Ottocento peseranno come un macigno su tutta la storia futura, non solo del Mezzogiorno, sul suo sviluppo e sulle sue condizioni politiche, sociali ed economiche, ma dell’intera comunità nazionale.

È proprio da quel periodo, infatti, dal brigantaggio, dal comportamento dell’esercito piemontese, dall’atteggiamento delle classi dirigenti del tempo, dal trattamento che fu riservato ai lealisti borbonici, che inizia un rapporto difficile tra masse popolari meridionali e governo centrale, tra esigenze di riscatto delle terre del Sud e sviluppo industriale del Nord.

Per questo è quel periodo che bisogna andare a rileggere e che bisogna esaminare, se si vogliono individuare le cause e gli effetti di certi avvenimenti e comprendere gli sviluppi successivi della nostra storia nazionale; se si vuol tentare seriamente di affrontare i gravissimi problemi che drammaticamente la cronaca dei nostri giorni pone sotto i nostri occhi e se si vogliono indicare le soluzioni che vadano oltre l’assistenzialismo dello Stato, l’industrialismo selvaggio e l’economicismo utilitaristico.

La questione meridionale nasce proprio coll’unificazione e, soprattutto, con la filosofia che ne fu alla base e, quel che è apparso ancora più grave, con il significato che fino a poco tempo fa le si è voluto attribuire.

Ora se proprio si vuole indicare una data precisa di nascita della questione questa può essere il 1° novembre del 1861, quando viene abolita la Luogotenenza napoletana e quando vengono nominati a capo delle singole province rigorosi e severi prefetti (a Napoli arriva nientemeno che il generale La Marmora, nella foto a destra). È proprio in questo periodo che viene attuato il consolidamento dello stato unitario con la «politica dello stato d’assedio», che in tutto il Mezzogiorno dovrà durare sino al 1865, nelle zone «in stato di brigantaggio», per poi essere riesumato nel 1866, a settembre, per l’insurrezione di Palermo.

È in quegli anni che inizia, infatti, il drenaggio dei capitali dall’agricoltura del Sud all’industria del Nord, la fuga di braccia da lavoro e di intere famiglie dalle campagne per le città (preludio, questo, del doloroso flusso umano dell’emigrazione transoceanica definitiva), il trasformismo dei ceti elevati e borghesi meridionali.

Il Sud, la Campania e Napoli non erano affatto una terra arretrata e sottosviluppata, era solamente una società diversa da quella del resto d’Italia, assai compatta nella struttura sociale, dotata di una radicata cultura tradizionale, nella quale si riconoscevano, tranne pochi illuministi borghesi, tutte le classi sociali, legata ad un cattolicesimo vissuto e concepito in maniera completamente diverso da come lo vivevano al Nord ed in particolare i piemontesi.

Una società che non era affatto contraria in linea di principio all’unificazione in sé, ma che avrebbe voluto partecipare al processo di formazione della nuova Italia a testa alta, con parità di diritti, apportandovi la ricchezza di tutta la propria peculiarità culturale, contribuendovi con tutte le proprie energie, le proprie intelligenze ed il proprio cuore.

Invece apparve subito che l’unificazione della penisola era stata un avvenimento straordinario, prodottosi quasi “per miracolo” nel giro di soli due anni. Era stata una “forzatura” – come immediatamente tutti riconobbero – che aveva visto la “dilatazione” dello Stato piemontese, la continuità dinastica dei Savoia, l’estensione dell’amministrazione statalistica e della burocrazia accentratrice di tipo napoleonico del vecchio Piemonte, l’applicazione di una legislazione estranea ed immeritatamente severa.

Tutto ciò avviluppò, schiacciò ed annichilì – o per lo meno tentò di fare questo – tutte le particolarità, le peculiarità, gli usi, i costumi, le tradizioni, persino la lingua, in quella «gabbia» giuridico-amministrativa – come lui stesso la definì – che La Marmora aveva preparato fin dal 1859, in vista delle annessioni.

Le difficoltà della convivenza tra genti diverse non solo per storia e tradizione, ma persino per lingua e per religione furono subito evidenti fin dalle prime elezioni generali, alle quali ebbero diritto al voto solamente l’1,9% degli italiani e di questi andarono a votare solamente il 57%.

Il che significa che il Primo parlamento nazionale fu votato da poco più che 260.000 persone su 26 milioni di abitanti.

Del resto le elezioni amministrative del 1861, che si tennero in un clima meno teso, videro la conquista della maggior parte dei municipi da parte di maggioranze filoborboniche, pur essendo in atto proprio in quel periodo una rigorosa politica di epurazione con Liborio Romano (il voltagabbana ministro degli interni, nella foto a sinistra); ed un’inchiesta parlamentare confermò che nel 1862 i 2/3 delle amministrazioni locali era di orientamento antiunitario, tanto che dovettero essere sciolti 89 consigli comunali, perché sospetti di infiltrazioni borboniche e 85 corpi della Guardia Nazionale, perché sospetti di collusioni con la reazione armata che si andava diffondendo in tutte le terre meridionali.

Con una classe dirigente politica completamente staccata dal paese reale ed isolata tanto sulla destra dai conservatori, dai cattolici e dagli isolazionisti meridionali, quanto sulla sinistra dai democratici (Garibaldi ed i suoi cinquantamila uomini dopo un drammatico scontro al parlamento erano stati licenziati dal Cavour), tutto il potere si concentrò nelle mani del – si e no – 2% dell’intera popolazione, quanti erano i moderati ed i loro rappresentanti parlamentari.

Questo è lo scenario nell’ambito del quali si sviluppa il brigantaggio antiunitario e postunitario, le cui interpretazioni ancora oggi sono molteplici e le cui implicazioni devono ancora dopo centosessant’anni essere studiate ed esaminate.

Su una cosa, però, ormai pare essere tutti d’accordo e cioè che il termine «guerriglia contadina», che è stato usato prevalentemente per indicare il fenomeno e per sottolineare che, in fondo, furono solo i contadini diseredati ed ignoranti ad ingrossare le fila della rivolta legittimista, è limitativo ed anche fuorviante.

Perché, in effetti, fu l’intero mondo meridionale tradizionalmente cattolico, monarchico e reazionario ad aver partecipato al brigantaggio, come dimostrano tutti i dati e le cifre in proposito.

Si tratta, perciò, di un vero e proprio rigetto di tutta la società meridionale nei confronti di una realtà storica diversa, che viene, in verità, forse solo intuita, paventata e temuta e che si presenta nelle vesti delle armate garibaldine e piemontesi.

Il brigantaggio esplose in forma acuta nelle regioni meridionali subito dopo l’impresa garibaldina e cioè nell’inverno tra il 1860 ed il 1861, anche se aveva avuto come noto, dei precedenti storici all’atto dell’esportazione della Rivoluzione Francese, allorquando nel 1799 avevano fatto tra loro apparizione gli eserciti francesi in Italia Meridionale e molte bande di briganti furono inquadrate nelle formazioni armate del Cardinale Ruffo (nell’immagine a destra) per liberare Napoli dalla repubblica partenopea.

Fu soprattutto, però, nel periodo 1806-1815, durante il dominio francese, che il brigantaggio meridionale assunse le caratteristiche che poi ritroveremo nel 1860.

I primi moti insurrezionali antiunitari si ebbero quando ancora non si era compiuta la conquista del regno di Napoli da parte dei garibaldini.

Nell’agosto del 1860, infatti, insorge Matera e la rivolta si estende in Puglia ed in Basilicata prevalentemente contro borghesi ed i cosiddetti, «galantuomini», favorevoli alle idee liberali ed al moto unitario.

Durante l’autunno e, poi, la primavera del 1861 insorgenze si ebbero un po’ ovunque, mentre Francesco II si difende ancora sulla linea del Volturno, appoggiandosi a Capua.

Ma già dal settembre 1860 gruppi di contadini intervengono in appoggio all’esercito borbonico, a Roccaromana ed a Caiazzo, contro i garibaldini.

Subito dopo si passò ad organizzare addirittura truppe irregolari formate di soldati borbonici e contadini sotto la guida del colonnello Teodoro Klische de Lagrange, incaricato dal Ministro Ulloa di respingere il moto nazionale e di ristabilire l’antico ordine sociale.

Incarichi analoghi furono affidati ad altri ufficiali dell’esercito.

Molte di queste iniziative, che riscossero il consenso popolare, ebbero grande successo, tanto da riuscire a riconquistare vasti territori di Terra di Lavoro, del Molise e del Sannio: ad Isernia il contadino Vincenzo Curcio e l’artigiano di nome Senape, incitati e sollecitati dal vescovo Saladino riuscirono a sconfiggere, il 30/09/1860, in campo aperto garibaldini e volontari liberali, anche se successivamente dovevano essere battuti.

Ma è la resa di Gaeta, avvenuta il 13 febbraio 1861, con la smobilitazione dell’esercito regolare borbonico, a segnare l’inizio del brigantaggio nella tipologia che più si conosce.

«I briganti» insorgono nella zona di Potenza, Melfi ed una decina di paesi della Basilicata, contro le milizie assoldate, anche su suggerimento del governo centrale, dai «galantuomini» locali.

Il 7 aprile a Lagopesole fa la sua prima apparizione con ben 500 uomini l’ex soldato borbonico Carmine Donatello, detto Crocco, che dopo pochi giorni viene accolto a Melfi e poi a Venosa trionfalmente e tra l’entusiasmo di tutta la popolazione, con alla testa i notabili e gli aristocratici, al suono delle campane, con l’esposizione degli arazzi ai balconi, con un Te Deum di ringraziamento in chiesa e fuochi artificiali, mentre tutto il clero dava, con il vescovo Sellitti in testa, il suo appoggio incondizionato.

La stessa accoglienza fu riservata ai briganti a Lavello, a Gioia del Colle nell’agosto successivo, in occasione dell’insurrezione guidata dal sergente borbonico Pasquale Romano e nel mese di luglio la stessa Napoli fu fatta oggetto di colpi di mano e di assalti di soldati borbonici, contadini guerriglieri e cittadini legittimisti.

Il 07/07/1861 molti comuni avellinesi innalzarono la bandiera bianca dei Borbone, mentre la guerriglia infuriava con migliaia di scontri ovunque: in Terra di Lavoro, nel Nolano, in Molise, Basilicata, Abruzzo, Calabria, nel Gargano, nelle provincie di Bari, Avellino, Benevento, in quella che si chiamava allora Terra d’Otranto.

Tutto questo ribollire di forze legittimiste non è spiegabile senza la indiscutibile e dimostrata “collusione” tra contadini, ex soldati borbonici, renitenti alla leva che furono 50.000 su 72.000 chiamati, proprietari terrieri e clero.

Infatti, la repressione delle truppe piemontesi e della Guardia nazionale diventa ben presto spietata con fucilazioni di tutti quelli che vengono trovati con un’arma, con distruzione di interi paesi, con arresti indiscriminati per semplici sospetti.

Proprio per questo la guerriglia non sarebbe potuta durare, come durò, per anni e anni senza la copertura dell’intera popolazione.

Le bande, che erano guidate da elementi politicizzati in senso legittimistico e filoborbonico ed erano formate – quelle più grandi – da almeno 50 uomini organizzati militarmente, avevano solidi rapporti con tutti gli strati della popolazione del medesimo orientamento politico.

Almeno fino al 1870 furono quasi 400 le bande in azione e di queste almeno 35 disponevano di più di cento uomini. Tutte le altre, di piccole e medie dimensioni, avevano funzioni di supporto e di fiancheggiamento.

Da documenti di archivio delle Autorità Militari e da relazioni del Ministero della Guerra e del Parlamento, anche se incompleti e non del tutto veritieri e con approssimazioni per difetto, risulta che dall’1/06/1861 al 31/12/1865 furono uccisi 5.212 briganti, 5.044 furono arrestati, 3.597 si consegnarono alle autorità, con un totale di uomini messi fuori gioco di 13.853.

Per fare tutto questo – ma le vittime furono molte di più, tanto che alcune fonti parlano di 20.000 briganti uccisi – le forze piemontesi furono prima da Cialdini, nel luglio del 1861, portate da 22.000 a 40.000, poi furono aumentate nel dicembre successivo a 50.000 e subito dopo a 90.000, poi ancora nell’inverno 1862-63 a 105.000, fino a raggiungere le 120.000 unità, pari alla metà di tutto l’esercito italiano del tempo.

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