20 gennaio 1842: Alphonse Ratisbonne, di origine ebrea, vide la Madonna all’interno della basilica di Sant’Andrea delle Fratte a Roma e si convertì di colpo.

 

Alphonse Marie Ratisbonne nacque il 1° maggio 1814 a Strasburgo. Era un giovane ebreo che apparteneva ad una famiglia di banchieri, fra le più influenti dell’Europa del XIX secolo. Rimasto orfano di entrambi i genitori, venne affidato alle cure dello zio Luigi che lo fece studiare nelle migliori scuole di Francia e gli assicurò ogni agio. Laureato in giurisprudenza, godeva di un’ottima posizione economica e sociale, avviato com’era alla carriera di banchiere. Era entrato a far parte di quell’élite borghese di stampo illuminista e liberale che cercava di gestire le dinamiche del potere, facendo convivere politica, finanza, massoneria e opere caritatevoli.

A 27 anni si fidanzò con la nipote Flora, che amava e ammirava molto. Prima delle nozze, però, a causa della minore età della fidanzata e del suo scarso stato di salute, gli venne consigliato di intraprendere un viaggio per svernare in luoghi più miti. La città di Roma non era prevista come tappa, visto che proprio qui era in corso un’epidemia di colera, inolte era il cuore della cattolicità che lui odiava. L’itinerario previsto era il seguente: dopo Napoli raggiungere Malta per poi approdare prima a Costantinopoli e, in seguito, a Gerusalemme. Tuttavia, trascorso un mese a Napoli, quando giunse il momento di imbarcarsi per Malta, non riuscì a motivo di una serie di contrattempi, perciò decise di trascorrere alcuni giorni a Roma, prima di riprendere il lungo viaggio.

Giunto nella città eterna, Alphonse incontrò per caso dei connazionali, i de Bussiéres, originari anch’essi di Strasburgo, ma trasferitisi a Roma da tempo. Lo accolse calorosamente il fervente cattolico barone Théodore de Bussiéres, che divenne un suo grande amico. Il barone il suo circolo di amici a Roma erano tra i più convinti sostenitori dell’efficacia della Medaglia Miracolosa.

La speranza del barone de Bussiéres era quella di avvicinare l’amico alla Fede e così vincere i suoi pregiudizi. Animato da questo proposito, chiese consiglio a un suo carissimo amico, il conte Augusto de la Ferronnays. I due, che condividevano la stessa Fede e una particolare devozione mariana, giunsero alla conclusione che se questo giovane anticattolico si fosse rivolto in qualche modo a Maria Santissima, si sarebbe convertito.

E l’occasione si presentò. Un giorno, mentre discutevano animatamente, Théodore de Bussiéres provocò il suo ospite, invitandolo a indossare la Medaglia Miracolosa e a trascrivere e recitare il Memorare, preghiera di san Bernardo da Chiaravalle:

 

Memorare, piissima Virgo Maria, non esse auditum a saeculo quemquam ad tua currentempraesidia, tua implorantem auxilia, tua petentem suffragia essederelictum: ego, tali animatus confidentia, ad te, Virgo virginum, mater, curro, ad te venio, coram te gemens, peccator, assisto: noli, Mater Verbi, verba meadespicere, sed audi propitia, et exaudi. Amen.[1]

 

Al sentire nominare san Bernardo, Alfonso si alterò, pensando a suo fratello Théodore, che aveva scritto una biografia del santo, così gli riaffiorò l’odio che provava per il proselitismo, per i Gesuiti e per i cattolici che considerava ipocriti. Théodore di Ratisbonne era stato la vergogna della famiglia: non solo aveva ricevuto il battesimo, ma aveva abbracciato l’ordine sacerdotale. Detestava il fratello, vergogna della famiglia, detestava i cattolici e detestava i sacerdoti, che considerava dei fanatici, ossessionati nel loro proselitismo. Così «non volli più vederlo [il fratello]; nutrivo un odio amaro contro i preti, le chiese, i conventi e soprattutto contro i Gesuiti, il cui solo nome provocava il mio furore».

Ratisbonne continuava a professarsi liberale e razionale, ma alla fine cedette alle insistenze dell’amico de Bussierré: indossò la Medaglia, se non altro per dimostrare l’inutilità di quelle credenze superstiziose, mostrando che gli ebrei non erano ostinati quanto i cattolici e, magari, annotare nel suo diario di viaggio qualche aneddoto divertente. Allo stesso modo imparò a memoria il Memorare, ripetendolo come una filastrocca, intanto continuava   la Fede cattolica.

La notte prima dell’apparizione, si svegliò improvvisamente. Vide una grande croce nera, ma senza Cristo e per quanto si sforzasse per togliere quell’immagine dai suoi occhi, non ci riusciva.

Stava per terminare il suo soggiorno a Roma e un giorno incontrò il barone de Bussierré che stava recandosi alla chiesa di Sant’Andrea delle Fratte per organizzare il funerale del suo caro amico, il conte Augusto de la Ferronnays, morto improvvisamente alcuni giorni prima. Allora Alphonse salì sulla carrozza del barone e raggiunta la chiesa l’amico andò nel chiostro a parlare con i frati, mentre il giovane israelita entrò in chiesa. Niente qui attirò la sua attenzione, neppure le bellezze artistiche di un Bernini e di un Borromini. Ma, ad un certo punto, si accorse di una luce proveniente dalla cappella intitolata a san Michele Arcangelo. Tutto avvenne in un lasso ti tempo rapidissimo: tre minuti circa. La Madre di Dio apparve viva, nella posa della Medaglia miracolosa, rimase in silenzio e con un gesto della mano invitò Alphonse ad inginocchiarsi.

Testimonierà più tardi:

«Camminavo nella chiesa ed ero già giunto in prossimità al luogo dove era apparecchiato il convenevole del funerale, quando mi sentii preso da un gran turbamento che non so esprimere a parole. Parve che mi calasse innanzi come un velo; tutta la chiesa si oscurò, tranne una sola cappella che raggiava di vivissimo splendore, e vidi sull’altare starsi in piedi viva, grande, maestosa, bellissima, piena di misericordia la Beatissima Vergine Maria, somigliante nel portamento e nell’atteggiamento all’immagine impressa sul diritto della medaglia miracolosa della Concezione. A tal vista io caddi in ginocchio là dov’ero. Più volte tentai con sforzo di alzare gli occhi verso la Vergine, ma la riverenza e lo splendore me li fece presto abbassare: ciò però non impediva ch’io avessi evidenza di quella apparizione. Potei a stento fissare lo sguardo nelle mani di Maria, e vidi in esse l’espressione del perdono e della misericordia. Alla presenza della Santissima Vergine, sebbene non mi dicesse parola, io compresi a fondo l’orrore dello stato in cui ero, la bellezza della religione cattolica, in una parola io capii tutto.» (Fonte)

Al processo canonico dichiarò, il 3 giugno 1842, la soprannaturalità dell’evento: la vista di una donna di straordinaria bellezza, nella quale riconobbe la Vergine Immacolata della Madaglia miracolosa, immersa nella luce.

Lascia scritto:

«La Vergine non pronunciava alcuna parola, ma compresi perfettamente…provavo un cambiamento così totale che credevo di essere un altro, la gioia più ardente scoppiò nel profondo dell’anima; non potei parlare…non saprei render conto delle verità di cui avevo acquisito la fede e la conoscenza. Tutto quello che posso dire è che il velo cadde dai miei occhi; non un solo velo, ma tutta la moltitudine di veli che mi aveva circondato, scomparve…uscivo da un abisso di tenebre, vedevo nel fondo dell’abisso le estreme miserie da cui ero stato tratto a opera di una misericordia infinita…tanti uomini scendono tranquillamente in questo abisso con gli occhi chiusi dall’orgoglio e dall’indifferenza…mi si chiede come ho appreso queste verità, poiché è certo che non ho mai aperto un libro di religione, non ho mai letto una sola pagina della Bibbia: tutto quello che so è che, entrando in chiesa, ignoravo tutto, e uscendone, vedevo tutto chiaro…non avevo alcuna conoscenza letterale ma interpretavo il senso e lo spirito dei dogmi, tutto avveniva dentro di me, e queste impressioni, mille volte più rapide del pensiero, non avevano solamente commosso l’animo, ma l’avevano diretto verso una nuova vita…i pregiudizi contro il Cristianesimo non esistevano più, l’amore del mio Dio aveva preso il posto di qualsiasi altro amore.»[2]

Quando de Bussiéres rientrò in chiesa, trovò l’amico in lacrime, prostrato a terra. Gli fece molte domande per sapere cosa era accaduto, ma il giovane, inginocchiatosi ebreo liberale si rialzò cattolico, non riuscì a parlare. Prese dunque la Medaglia che portava al collo e la baciò teneramente.

 

I sacerdoti Alphonse Marie e Théodore Ratisbonne

 

Ricevette il battesimo il 31 gennaio, prendendo il secondo nome di Marie e scelse la consacrazione a Cristo: entrò nella Compagnia di Gesù e divenne sacerdote nel 1848. Decise poi di uscire dalla congregazione per unirsi a Théodore (convertitosi quindici anni prima) nel movimento delle Religiose di Nostra Signora di Sion per la conversione degli ebrei e dei musulmani.

La nuova strada intrapresa lo condusse in Palestina e i due fratelli fondarono insieme una sede dell’Istituto nei pressi dell’antico pretorio di Pilato, a Gerusalemme. Morì ad Ein Kerem, quartiere di Gerusalemme, situato a circa 8 Km dalla città antica. Era il 6 maggio, mese mariano, del 1884.

 

Ein Kerem, Notre Dame de Sion, tomba di padre Alphonse Marie Ratisbonne

 

 

[1] Ricordati, o piissima Vergine Maria, che non si è mai inteso al mondo che qualcuno sia ricorso alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, chiesto il tuo patrocinio e sia stato da te abbandonato. Animato da tale confidenza, a te ricorro, o Madre, Vergine delle vergini, a te vengo, e, peccatore come sono, mi prostro ai tuoi piedi a domandare pietà. Non volere, o Madre del divin Verbo, disprezzare le mie preghiere, ma benigna ascoltale ed esaudiscile. Amen.

[2] Alphonse Marie Ratisbonne, Conversione di un israelita, Edizioni Amicizia Cristiana, 2008, pp. 42-48.

 

 

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