Copia romana (secolo II d.C.) di un busto di Erodoto ( 484-425  a.C. ca.), Museo dell’antica agorà di Atene

 

Secondo le definizioni, a volte alquanto rigide oltre che talora (ammettiamolo pure) abbastanza ridicole, della cultura ufficiale, lo scrittore greco Erodoto (di Alicarnasso, V secolo a. C.) fu – l’immagine è di Cicerone – il «padre della storia»[1], poiché non solo fu il primo a scriverne, ma anche perché fu colui che “inventò” e regalò ai suoi continuatori (e quindi anche a noi moderni) il termine stesso «storia». Infatti nelle primissime righe dell’unico suo testo a noi giunto (la storia delle guerre tra Greci e Persiani) egli, per indicare la sua opera, usa il termine ιστορίη/historίe (reso poi in latino come historia), che letteralmente significa «esplorazione, ricerca, indagine, conoscenza», dalla radice (ϝ)ιδ-/(v)id- («vedere, conoscere», che ritroviamo anche nel latino vid-eo), a sua volta dall’i. e. *i-, il dimostrativo «questo» (lat id).

In realtà Erodoto, benché indubbiamente benemerito per gli studi storici, non fu il primo a scriverne, giacché fu preceduto da un discreto numero di «cronachisti» (di cui il più importante fu Ecateo di Mileto) che avevano già messo per iscritto la narrazione (per l’appunto meramente cronachistica) di eventi politici e guerreschi del loro tempo. Tali scrittori, con termine greco, vennero definiti come «logografi», cioè scrittori di λόγοι/lόgoi, vale a dire «racconti, narrazioni»[2]. Dalla radice i. e. *leg- («raccogliere»), da cui il verbo greco λέγω/lego, «raccolgo, dico» (presente anche in latino, come lego, nei due valori di «raccogliere» e di «leggere») ed anche il sostantivo λέξις/léxis («parola» nel senso di «concreto elemento grammaticale»).

Tali racconti, basati su testimonianze vere, si distinguevano dal μύθος/mýthos, cioè una narrazione che, pur fondandosi su avvenimenti realmente accaduti, li mescolava tuttavia con elementi inventati, leggendari, se non addirittura favolistici. Di etimo incerto ma presente in quasi tutta l’area indo-europea.

L’autore di ogni opera scritta (in prosa come in poesia) era il ποιητής/poietés, che, tradotto letteralmente, non vale esclusivamente «poeta» (così come ormai entrato nell’uso, non solo italiano, ma moderno in generale), ma significa più ampiamente «artefice, autore» (dal verbo ποιέω/poiéo, «faccio, produco, creo») dall’ i. e. qoi .

Base di ogni narrazione, scritta e orale, era la parola non solo però col valore di «ragionamento» (ancora una volta λόγος/lógos) o di elemento grammaticale (λέξις/léxis), ma usata come ρήσις/rhésis        , cioè «parola nel senso di frase», un insieme cioè di parole, e poi di «esposizione, racconto», da cui anche il termine ρήτωρ/rhetor, da cui l’aggettivo ρητορική (τέχνη)/rhetoriké (téchne), cioè (l’arte) retorica, quella del ben parlare, appunto. Tutta questa famiglia semantico-lessicale nasce da un antico verbo είρω/éiro («dico», nel senso di «stabilisco, ordino») in relazione con l’i. e. ṷer-/ṷerdh- (cfr. latino verb-um, ma più correttamente ṷerb-um).

Sempre prodotto dell’unione di logos e di rhésis era anche il δράμα/drama, cioè il «dramma» nel suo valore più ampio di «azione teatrale» (dal verbo δράω/drao, «faccio, agisco») da una antica base dera («lavorare»).

Non ci deve stupire il fatto che il latino abbia utilizzato pochissime parole genuinamente sue in questo campo culturale, dato che in tutto ciò che concerneva la storia, l’oratoria, la poesia, il teatro, la filosofia la cultura romana fu debitrice (anche lessicalmente) di quella greca. Qualche termine di origine prettamente latina tuttavia lo troviamo: orator, utilizzato come alternativa al prestito greco rhetor, ed in conseguenza oratio («discorso elaborato retoricamente») contrapposto a sermo («discorso quotidiano», non rielaborato artisticamente); fabula, dal verbo for («parlo, racconto»), dalla radice da cui anche il greco φημί/phemí, sostituisce invece il greco logos col valore di «narrazione, racconto» ed anche di «testo teatrale» (e solo più tardi, metonimicamente, «favola» nel senso che sarà poi quello nostro moderno). Orator anticamente valeva «ambasciatore incaricato di portare un messaggio orale» (< oro, con etimologia popolare da os, oris, «bocca», per cui cfr. la forma greca arcaica arϝa «maledizione», donde il greco classico αρνέομαι/arnéomai, «nego»; il tutto dalla radice *or– «negare, rifiutare» (cfr. anche l’armeno uranam, «nego, rifiuto»). Sermo invece dalla radice *ser– (> latino series, sero, «mettere in fila, intrecciare»).

Storia, cronaca, poesia, oratoria, dramma teatrale: tutte attività e produzioni dell’intelletto umano di volta in volta illuminato dalla αλήθεια/alétheia (verità) o dalla επιστήμη/epistéme (conoscenza) o ancora (più semplicemente) dalla δόξα/dóxa (opinione), se non addirittura dalla φαντασία/phantasίa (creatività). Occorre dunque chiarire il valore di questi termini, elencati in ordine discendente, dal più elevato al meno nobile: αλήθεια/alétheia è la verità, sempre uguale a se stessa e non revocabile in dubbio, termine formato da α (alfa), detta privativa cioè indicante mancanza, più la radice λαθ-/lath-, propria del verbo λανθάνω/lantháno («nascondo»), collegata all’i. e. *la-dh-/lai-dh- «dimenticanza»[3]; επιστήμη/epistéme è la conoscenza personale e che può essere certa ma che potrebbe un giorno venire smentita, di etimo incerto ma certamente indo-europeo (qualche studioso la mette in relazione con il tedesco Verstehen e con l’inglese to understand); δόξα/dóxa è l’opinione personale, il parere, che può quindi essere vero ma anche falso (anch’esso di origine etimologica incerta, ma certamente indoeuropea); φαντασία/phantasίa infine, derivando dal verbo φαίνω/pháino («sembro, appaio»), dalla radice i. e. *bha– (cfr. sanscrito bháti, «brillare, essere luminoso»), rappresenta il massimo della soggettività: non ciò che è veramente, ma ciò che a ciascuno sembra.

 

 

[1] Ricordo un mio professore universitario che, quando uno studente all’esame usava la ritrita formula secondo cui qualcuno «fu il padre…», era solito celiare formulando immediatamente la domanda successiva: «E chi ne era la madre?».

[2] In realtà in greco il termine logos ha un’ampia gamma di significati: da «ragione, senno» a «parola» a «discorso, ragionamento» a «racconto, storia»; il tutto fondato sulla consapevolezza che ogni parola (e quindi ogni discorso, ed ogni racconto) non potesse essere disgiunta dalla ragione, che la produceva. In altre parole, per i greci (beato il loro ottimismo…) non era assolutamente concepibile che qualcuno parlasse senza prima aver pensato.

[3] La verità dunque è ciò che è di per sé evidente, non nascondibile.

 

 

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