Buongiorno spettabile Redazione di Europa Cristiana, mi chiamo Federica Vescia e abito a Santa Maria Maggiore in provincia di Verbania. Vi scrivo in merito alla decisione di Monsignor Brambilla di proibire la celebrazione della Santa Messa in rito antico. Conosco il Vostro pensiero in merito e, in particolare quello della dottoressa Cristina Siccardi, avendo apprezzato moltissimo il suo libro su «Quella Messa così martoriata e perseguitata, eppur così viva».

Mi raccapriccia molto questo continuo perseverare nel cancellare ciò che di più importante vi è al mondo… la Santa Messa di sempre, la Santa Messa voluta da Nostro Signore. Mi chiedo perché uomini di fede quali vescovi, cardinali e lo stesso Pontefice non siano mossi a commozione nel vedere quanta fede, devozione, amore e rispetto si portano avanti nella Santa Messa, oltre a rivivere il Calvario ogni giorno, non dimenticando mai il sacrificio che il Figlio di Dio ha compiuto per la salvezza dell’uomo.

In tante chiese ormai si assiste ad ogni blasfemia possibile oltre che ad una tiepidezza che a me, personalmente, fa male al cuore.

Per motivi di lavoro devo assistere anche alla Messa “nuova” ma avendo imparato quella antica devo confessare che la differenza è sostanziale. Si vedono persone (anche tanti sacerdoti) che vanno e vengono di fronte al Santissimo senza nessun rispetto, senza genuflessione; parlano tutti come al bar, tutti attenti a tutto tranne che a Gesù. I bambini imparano questo e noi abbiamo una grandissima responsabilità nella loro crescita nella fede.

Quindi volevo richiamare anche la Vostra preziosa attenzione su questa enorme immensa disgrazia. Le parrocchie di Vocogno e dell’ospedale San Biagio di Domodossola dalla prima domenica di avvento non avranno più i sacerdoti, Don Alberto Secci e Don Stefano Coggiola, e insieme a loro la Messa quotidiana e i sacramenti che tanto salvano e richiamano anime. È una piccola comunità ma è un piccolo angolo di paradiso in terra, perché si prega con fervore e serietà.

A parer mio bisognerebbe fare un percorso a ritroso come è stato per me. Ho 49 anni e sono cresciuta con la Messa attuale ma il rito antico è stato un percorso che mi ha rapita e che mi fa amare il Signore ogni giorno di più… bisognava, forse, a suo tempo, non cambiarlo mai! Era un bene così prezioso che bisognava custodirlo, come fanno i nostri sacerdoti, dagli apostoli in poi… una tradizione che ci rende degni di essere chiamati «figli di Dio».

Prego affinché chi di dovere possa fare un passo indietro e permettere a due chiese di rimanere aperte e soprattutto permettere alla Grazia di raggiungere quante più anime. Prego perché si dovrà rendere conto al Signore di questa decisione.

Vi saluto in Cristo e Vi ringrazio per il tempo e l’attenzione che vorrà dedicare a questa mia.

Vi auguro una buona giornata.

Federica Vescia

 

 

Gentilissima Signora Vescia,

innanzi tutto desidero ringraziarLa per la Sua testimonianza di Fede e di sofferenza per la deriva intrapresa dalla parte umana della Chiesa o, per meglio dire, dalla maggioranza della sua Gerarchia e per come tale deriva si accanisca soprattutto contro il Santo Sacrificio della Messa. Questa vera e propria persecuzione, poi, produce tragedie, come quella che ha colpito don Alberto Secci e don Stefano Coggiola; tali tragedie si collocano su un piano più alto e più sottile, rispetto a quelle causate dalle persecuzioni politiche: queste colpiscono la libertà mondana e l’agire politico ed economico delle persone, mentre le prime hanno come obiettivo l’anima delle persone, a partire dalla Fede.

Non appaia insensibilità al dolore Suo e di moltissimi, per non dire tutti, fedeli delle parrocchie de facto soppresse il nostro desiderio di analizzare le cause dottrinali di un agire tanto crudele; posso assicurare che tutta la Redazione di Europa Cristiana partecipa alla Vostra sofferenza, ma ci pare doveroso precisare alcuni punti di principio, rispetto ai quali l’operato di Monsignor Brambilla appare come la fase finale ed attuativa.

Ella esordisce con la domanda centrale: «perché uomini di fede quali vescovi, cardinali e lo stesso Pontefice non siano mossi a commozione nel vedere quanta fede, devozione, amore e rispetto si portano avanti nella Santa Messa»?

Al di là della vigliaccheria e della tiepidezza umana, che può sempre essere presente, ma di cui non possiamo valutare l’esatta portata, in quanto l’anima del prossimo ci è totalmente oscura con conseguente impossibilità, oltre che immoralità, di giudicarla, ed al di là della eventuale superficialità intellettuale e spirituale, anch’essa parimenti ingiudicabile, il problema è su cosa si debba intendere per «fede».

Nell’Antichità, nel Medioevo e nell’Età moderna, fino alla Rivoluzione francese, la Chiesa ha sempre espulso dal suo seno gli eretici, che, a dire il vero, ne uscivano spesso di loro iniziativa. A partire dalla Restaurazione e dalla nascita del Cattolicesimo liberale, questa nettezza di posizioni sbiadisce progressivamente ed aumenta il numero di coloro che, pur professando dottrine eretiche e/o, soprattutto, cercando un accomodamento dottrinale con i principi rivoluzionari, pretendevano di continuare a dirsi cattolici e di rimanere parte della Santa Chiesa.

Tra coloro che, per se stessi e per il mondo, sono cattolici, crescono i seguaci di dottrine, modi di sentire, visioni del mondo al limite della dottrina, oltre il limite e persino palesemente eretici. La Chiesa condanna queste nuove dottrine eretizzanti ed eretiche, ma ha una crescente difficoltà a scomunicarne i seguaci, che tendono sempre più a mimetizzarsi.

Con l’elezione (1958) al Soglio di Pietro di Angelo Giuseppe Roncalli (1881-1963) con il nome di Giovanni XXIII e, soprattutto, con il Concilio Vaticano II (1962-1965), molti di coloro che erano stati precedentemente condannati, ma non scomunicati, e di coloro che, non colpiti personalmente da censure, seguono dottrine riprovate vengono ad assumere posizioni di potere e di prestigio nella Gerarchia cattolica. Parallelamente a ciò, i più alti vertici della suddetta Gerarchia, sostenuti dai Pontefici, iniziano una serie di riforme tese a legittimare dottrine e comportamenti in precedenza condannati, riforme che trovano il loro apice in quella della Santa Messa (1969), culmine di un progressivo mutamento liturgico, teso ad umanizzare il rito cattolico, come grimaldello principale nell’opera tesa ad “allargare” il ventaglio delle opinioni ammesse e/o tollerate.

Queste riforme “istituzionalizzano” l’eversione e, conseguentemente, portano alla persecuzione di coloro che vogliono rimanere fedeli alla Fede di sempre, quasi che fossero dei “ribelli” nei confronti delle Autorità ecclesiali. Il caso di Monsignor Marcel François Lefebvre (1905-1991) e della Fraternità Sacerdotale San Pio X, da lui fondata, è il più emblematico e rilevante, perché con loro la resistenza cattolica (in senso stretto) assume carattere organizzato e sistematico.

Questa “inversione delle parti”, con i cattolici additati a nemici della Chiesa e ribelli ed i sostenitori di tesi devianti presentati come rappresentanti dell’Istituzione, produce tra i fedeli grande disorientamento e confusione.

Il fatto che la repressione non conduca all’eliminazione della resistenza cattolica induce la Gerarchia a tentare la carta delle concessioni, soprattutto nei confronti della celebrazione della Santa Messa di sempre, che rimane il nodo centrale del problema, cui si lega tutta la questione dottrinale. Le prime aperture si hanno sotto il Pontificato (1978-2005) di Giovanni Paolo II (1920-2005), con un progressivo allargamento degli indulti. Questa politica trova il suo vertice con la Lettera motu proprio data Summorum Pontificum (2007) di Benedetto XVI, nato nel 1927 e Papa dal 2005 al 2013, che riconosce essere completamente libera e diritto dei sacerdoti e dei fedeli la Santa Messa di sempre.

L’elezione di Papa Francesco (2013), nato nel 1936, porta ad una inversione totale di rotta. Visto che le “concessioni” non hanno sortito l’effetto di far scomparire la resistenza cattolica, si riprende la persecuzione con maggiore violenza rispetto al passato: la Santa Messa di sempre deve sparire dalla faccia della terra e si può concedere la sua celebrazione solo in alcuni casi limitati, ma sempre con il fine di “rieducare” i fedeli ed i sacerdoti ai principi della nuova Messa. Il documento che spiega questo e lo rende “legge” della Chiesa è la Lettera motu proprio data Traditionis custodes (16 luglio 2021).

Nostro Signore lo ha predetto: «Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me» (Gv 16,2-3). Ecco perché «uomini di fede», come dice Lei, perseguitano l’apice del culto cristiano, vale a dire la Santa Messa di sempre.

 

 

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