Le moschee, in quanto tali, sono assolutamente illegali in Italia, poiché violano l’articolo 8, secondo e terzo comma, della Costituzione. Il suddetto articolo 8 recita:

«Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze».

Il primo comma, da leggersi in correlazione con gli articoli 19 («Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume») e 20 («Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività»), sancisce l’eguale libertà cui godono tutte le religioni. L’esercizio di tale libertà (articoli 19 e 20), riferito ai singoli fedeli in quanto persone e non alle confessioni religiose o alle comunità che da tali confessioni scaturiscono, trova il suo limite nella eventuale contrarietà dei riti al buon costume. La Costituzione, quindi, dice che nessuna religione può essere, di per sé ed in quanto tale, vietata, ma possono essere vietate quelle concrete applicazioni (riti), che, eventualmente, contrastino con il buon costume.

Il secondo comma dell’articolo 8 tratta non della astratta libertà, ma della concreta organizzazione delle confessioni religiose diverse dalla cattolica. Esso prevede che ciascuna possa organizzarsi secondo propri statuti, liberamente adottati, purché non contrasti con l’ordinamento giuridico italiano. La religione islamica, invece, contrasta con l’ordinamento giuridico italiano, quanto meno laddove non riconosce la pari dignità tra uomo e donna e dove prevede l’utilizzo della violenza a fini di proselitismo (jihad minore).

Oltre a ciò essa non ha nominato e, almeno per quanto riguarda l’Islam sunnita, non è in grado di nominare sue rappresentanze, universalmente riconosciute, che possono stipulare intese con lo Stato italiano, a norma del terzo comma dell’articolo 8, in modo da potervi intrattenere rapporti.

Bisogna, poi, considerare che la costituzione di moschee non integra unicamente la realizzazione di luoghi di culto, ma la concreta e completa organizzazione delle comunità islamiche, sia sotto il profilo religioso che sotto quello politico ed economico e, più in generale, sotto ogni aspetto della vita privata ed associata dei fedeli. Nell’Islam non solo non esiste una concettuale distinzione tra il momento politico e quello religioso, ma tale distinzione viene condannata, poiché la religione fondata da Maometto (570-632) consiste, come dice il nome, nella (totale) sottomissione a Dio. Ne consegue che le moschee debbano essere controllate dal potere politico (islamico) o, qualora non lo fossero, costituiranno elementi di eversione di quel potere che, non essendo islamico, non si preoccupa di controllarle; tale principio teorico trova la sua applicazione pratica in tutti i Paesi musulmani, dove le moschee sono sotto il diretto controllo e sotto la direzione del Governo.

Questa è stata una delle importanti tematiche affrontate dal Convegno «Moschee e illegalità» organizzato e moderato da Armando Manocchia, Direttore della rivista on-line «Imola Oggi», che ha avuto luogo sabato 9 febbraio u.s. presso la Sala delle Colonne della Biblioteca civica Cascina Marchesa della Circoscrizione 6, in Corso Vercelli 141 a Torino.

L’incompatibilità, anche formale, tra l’Islam e la democrazia è stata spiegata da Armando Manocchia nella sua introduzione, citando una frase pronunciata dall’attuale Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan nel 1998 e, da allora, continuamente ribadita: «La democrazia è soltanto il treno su cui noi saliamo per giungere alla nostra meta. “Le moschee sono le nostre caserme, i minareti le nostre baionette, le cupole i nostri elmetti e i fedeli i nostri soldati”[1]».

D’eccezione, per prestigio e numero, sono stati gli intervenuti. Il professor Alessandro Meluzzi, impossibilitato ad essere fisicamente presente, per un’emergenza professionale che lo ha trattenuto presso il carcere di Piacenza, è voluto intervenire con un’interessantissima telefonata, che ha sviscerato l’imprescindibile carattere politico dell’Islam, che non può, quindi, essere considerato unicamente sul piano religioso, con tutti i conseguenti problemi di integrabilità con i regimi democratici e, più in generale, con ogni tipo di civiltà non musulmana.

Il Capogruppo di Fratelli d’Italia e vicepresidente della IV commissione consiliare permanente Sanità e Servizi Sociali del Comune di Torino, Maurizio Marrone, ha ringraziato gli organizzatori e, in particolare, Armando Manocchia, i relatori intervenuti ed il numeroso pubblico in sala, veramente gremita (si sono contate più di 200 persone). Ha, poi, sottolineato come sia particolarmente significativo che il Convegno si sia svolto nei locali della Circoscrizione 6 di Torino, dove la progressiva islamizzazione crea particolare allarme sociale, soprattutto in vista dell’apertura, proprio in quel quartiere, di una nuova grande moschea, contro la cui realizzazione si raccolgono firme in tutta la città (un banchetto era presente al fondo della sala). Ha messo in luce, inoltre, come l’organizzazione del Convegno sia stata resa più difficile dalla vera e propria paura, anche da parte di parrocchie, a concedere una sala per dibattere questo argomento, citando, come esempio del clima intimidatorio che numerosi gruppi islamici impongono in vaste aree della città di Torino, le minacce e le violenze personali patite dall’autorevole esponente della comunità copta egiziana Sherif Azer, coraggiosamente presente in sala, nonostante le numerose aggressioni fisiche di cui è stato oggetto.

Magdi Cristiano Allam, anch’egli impossibilitato ad intervenire di persona, ha fatto pervenire un suo articolato scritto, letto dal Dottor Giovanni Carluccio, scritto nel quale ha esaurientemente affrontato le problematiche legislative e costituzionali che l’apertura delle moschee pone all’ordinamento giuridico italiano, cui accennavamo in apertura.

Il giovane, ma già importantissimo blogger a livello europeo, Luca Donadel ha mostrato una sua “opera giovanile”, vale a dire il suo secondo video, significativamente intitolato «10 minuti sull’Islam» e realizzato all’indomani della strage di Nizza (14 luglio 2016) e presente su YouTube, con, a tutt’oggi, più di 2 milioni di visualizzazioni. In maniera molto sintetica, ma molto efficace, come è costume di tutti i suoi lavori, vi si risponde ai più importanti “argomenti” portati a sostegno della visione dell’Islam come «religione di pace».

La dottoressa Silvana De Mari ha, invece, spiegato come la progressiva islamizzazione dell’Europa sia favorita dal «suicidio culturale e di civiltà», divenuto nota distintiva dell’Occidente, quanto meno a partire dall’Illuminismo, che, con la pretesa di recidere le nostre radici cristiane, ha creato i due maggiori totalitarismi del XX secolo, vale a dire il Comunismo ed il Nazionalsocialismo, ed il totalitarismo finanziario dell’eurocrazia sinarchica. A sostegno della sua tesi ha anche citato in documenti legislativi dell’Unione europea, che tendono a favorire la suddetta islamizzazione, contro la volontà dei popoli europei.

L’europarlamentare Mario Borghezio ha ripercorso alcune tappe significative della resistenza all’islamizzazione in Piemonte, ricordando, in particolare, le responsabilità dell’ex sindaco di Torino Piero Fassino, citando, tra l’altro, il saggio «L’impero dell’Islam. Il sistema che uccide l’Europa» di Francesco Borgonovo.

Ha chiuso le relazioni, prima degli interventi del pubblico, il nostro Direttore, Carlo Manetti, che, dopo aver richiamato il filo conduttore degli interventi precedenti, vale a dire la non qualificabilità dell’Islam semplicemente come religione, ne ha spiegato le ragioni. Ha definito quella di Maometto come «religione atea», in quanto, almeno nella maggioritaria corrente sunnita, vieta ogni teologia, vale a dire ogni ragionamento su Dio, che, essendo assolutamente inconoscibile, rimane, per i seguaci del “profeta” della Mecca, «una parete nera», di cui si possono unicamente conoscere i comandi. Di fatto, quindi, l’Islam non è una religione, cioè una dottrina sulla natura di Dio e, conseguentemente, sulla natura dell’universo, ma un’etica, priva di sostenibilità razionale, con fortissima accentuazione dell’aspetto sociale e collettivo; si tratta, in sostanza, di una dottrina materialistica e collettivista, la cui vicinanza con l’irrazionalismo anti-religioso illuminista è evidente, come dimostrato, in maniera indiretta, dal fatto che la stragrande maggioranza delle conversioni di occidentali a questa “religione” avviene ad opera di persone provenienti da ambienti culturali materialisti, quanto non schiettamente marxisti.

 

 

[1] Tratta da una lirica del 1912, scritta dal poeta nazionalista turco Ziya Gökalp (1876-1924).

 

 

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3 commenti su “Moschee e illegalità nel Convegno di Torino”

  1. Mi permetto darvi un suggerimento: mettetevi al collo IN EVIDENZA un Rosario con un bel Crocifisso, o anche solo un Crocifisso, e state attenti alle reazioni. Ovviamente non si tratta di reazioni violente, ma i musulmani che incontrate, cioè uomini con tonache o papaline e donne vestite anche in modo occidentale cioè con gonne corte, ma con il velo in testa, vanno dall’altra parte della strada, in un altro corridoio del supermercato, in autobus (viaggio in autobus) cambiano sedile, ecc.
    QUINDI NON TOLLERANO UN NORMALE SEGNO DEL CRISTIANESIMO.!!!!!!
    Quindi l’integrazione è solo apparente e solo DI COMODO…..

  2. Faccio un PS. al mio precedente commento: l’Islam ci sta invadendo in pace silenziosamente, anche con i numerosi figli, perché gli apriamo le porte…

    1. Carla D'Agostino Ungaretti

      … e i vescovi non fanno nulla per contrastare questo fenomeno. A loro non importa niente che il cristianesimo venga piano oscurato dall’islamismo (perché questo è quello che vogliono i musulmani di casa nostra). Forse hanno paura di essere fatti fuori, infatti i preti non si vestono più da preti per non essere riconoscibili. Dobbiamo allora augurarci una nuova stagione di martiri della Fede?

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