«Europa Cristiana» è lieta ed onorata di pubblicare questo articolo dedicato all’architettura urbanistica, con un’attenzione agli straordinari centri storici di Sicilia, scritto  dall’Architetto Ciro Lomonte[1], sua nuova  firma. Per questo  la Direzione e la Redazione lo ringraziano vivamente.

 

 

Ci sono molteplici punti di vista dai quali osservare i centri storici siciliani, ma sono tutti parziali. La nostra epoca ha perso quell’unità del sapere indispensabile per cogliere l’essenza della realtà. E l’essenza, nel caso di luoghi incantevoli che attraggono visitatori da tutto il mondo, è lo spirito siciliano. Già lo scriveva Cicerone nel I secolo a. C.: «Qualunque cosa possa accadere ai Siciliani, essi la commenteranno con una battuta di spirito» («Numquam est tam male Siculis, quin aliquid facete et commode dicant»). Per spirito possiamo intendere il buonumore, l’acume, la finezza d’animo. Un carattere fondamentalmente solare in cui ha trovato terreno fertile la trasmissione della fede cristiana, prima ancora che Saulo di Tarso passasse per Ortigia nel viaggio verso Roma. È questa spiritualità che ha reso possibile il prodigio di suggestivi centri urbani grandi e piccoli in quel continente multiforme che è la Sicilia. È questo il battito palpitante delle loro sequenze urbane, che fa circolare sangue arterioso ricco di ossigeno nell’anima di chi ci vive.

 

Dal Plan Voisin alla rigenerazione urbana

Sulle trasformazioni della città nel Novecento pesano come macigni le soluzioni elaborate da personaggi influenti del calibro di Le Corbusier (pseudonimo con radici albigesi di Charles-Édouard Jeanneret), con il fascino caratteristico del pifferaio magico. L’intellettuale di origini svizzere elaborò un Progetto per una città di tre milioni di abitanti, ipotetico agglomerato metropolitano strutturato su una tessitura ortogonale in modo tale da risolvere «quattro brutali postulati: decongestionare il centro delle città, incrementare la densità della popolazione, favorire lo scorrimento dei mezzi di circolazione e accrescere le aree a verde». Il Plan Voisin, presentato da Le Corbusier nel 1925, parte dai presupposti del precedente progetto e ipotizza un drastico intervento di demolizione e ricostruzione di Parigi per risolvere razionalisticamente le necessità funzionali della nuova metropoli.

 

Le Corbusier, Modello del Plan Voisin mostrato al Padiglione dell’Esprit Nouveau, 1925, Parigi

 

Corbu (diminutivo di Le Corbusier, il quale si presentava con abiti e occhialini scuri che lo rendevano simile ad un corvo) è pure l’estensore della famosa “Carta d’Atene”, documento in 95 punti, con il quale egli intendeva fissare i principi fondamentali della città contemporanea. Vi sosteneva la teoria astratta della zonizzazione, ossia la suddivisione dei quartieri e la diversificazione degli edifici in base alle funzioni che le persone svolgono all’interno della città, che vengono ridotte a quattro: abitare, lavorare, divertirsi, spostarsi. Sebbene questo approccio non fosse formulato con la radicalità del «ripartire da zero» su cui si basavano i corsi del Bauhaus (a Weimar prima, a Dessau dopo), le radici hegeliane comportavano anche in questo caso un processo irreversibile di cancellazione e rimpiazzo di tutto quanto era stato prodotto nei secoli precedenti.

La promozione dell’uso dell’automobile assunse in Le Corbusier le forme di un’ossessione. Anche l’essere umano era considerato una macchina o piuttosto un animale d’allevamento, le cui funzioni vitali – persino il tempo libero, la non produzione – erano viste meccanicamente come un insieme di reazioni pavloviane. Nessuna libertà nelle Unité d’habitation da lui realizzate a Marsiglia e altrove, gabbie in cui stipare uomini privati dell’anima e asserviti alle logiche del consumo.

Nel 1960, dopo decenni di interventi improvvidi e devastanti all’interno delle città preindustriali, venne siglata la “Carta di Gubbio”, una dichiarazione approvata all’unanimità a conclusione del Convegno Nazionale per la Salvaguardia e il Risanamento dei Centri Storici. Nacque una nuova ideologia, in fondo alimentata sempre da uno spirito cartesiano, ma con una consapevolezza tutta nuova della ricchezza delle seducenti soluzioni insediative stratificatesi in particolare nelle città medievali, rinascimentali e barocche d’Europa.

 

Nel 1990 l’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici si fece promotrice di un secondo documento (la “Seconda Carta di Gubbio” o “Carta di Gubbio ‘90”). Era presente pure il gruppo di lavoro che aveva redatto il Piano di Recupero del Centro Storico di Erice. Ne facevo parte anch’io. Il nuovo concetto era quello della “riqualificazione della città esistente”, un’attenzione inedita all’intera struttura storica della città, sia antica sia moderna.

Più di recente si è andato riaffermando il concetto di “rigenerazione urbana”, vecchio di duecento anni, a volte usato a sproposito. Oggi andrebbe adottato con la consapevolezza che esso può produrre un grande sviluppo economico oltre a migliorare la qualità delle aree cittadine. Dovrebbe essere applicato come procedura di sostituzione intelligente non solo delle architetture degradate (fra l’altro il calcestruzzo armato è soggetto a rapida obsolescenza), ma anche del disegno di strade e piazze e servizi imposto con discutibili piani urbanistici moderni. Dovrebbe basarsi sul desiderio di restituire un’anima alla città.

 

I codici del Mediterraneo

C’è uno spirito che vive nelle profondità delle città preindustriali. Gli architetti della rivoluzione, come altri epigoni dell’Illuminismo, nella loro ansia di innovare a tutti i costi, non sono stati in grado di coglierne la natura. Hanno cercato di parametrare quantitativamente la bellezza (che ne costituisce piuttosto una qualità) dei cosiddetti “stili” del passato.

Cos’è che caratterizza in modo così affascinante i centri storici? C’è uno studioso – architetto e urbanista statunitense – che si occupa sin dal 1975 della questione, Besim S. Hakim. Un tema a lui molto caro è quello dei “codici del Mediterraneo”, desunti dall’analisi delle variabili che rendono così belle le città del Mare Nostrum. Il suo intento è quello di fornire modelli pertinenti ad architetti, urbanisti, giuristi, amministratori, impegnati ad elaborare strategie di miglioramento della vita cittadina. Fra i suoi testi segnaliamo qui Mediterranean Urbanism: Historic Urban / Building Rules and Processes.

Nel dopoguerra, la ripresa economica, l’inurbamento, il diffondersi dell’automobile, le tecnologie costruttive più semplici, hanno favorito l’espansione selvaggia delle città a discapito dei piccoli centri. Zonizzazione e diffusione di grossi complessi condominiali (o di grattacieli) hanno comportato uno spreco di energia che si sarebbe potuto evitare e una rarefazione contagiosa dei rapporti sociali. I modelli urbani tradizionali erano armoniosamente densi, gradevoli per il pedone, rispettosi non solo dell’orografia del territorio ma anche delle consuetudini locali, si sviluppavano dal basso, usavano tecnologie edilizie durature nei secoli (se non addirittura nei millenni).

In passato la compattezza dell’ambiente costruito consentiva la qualità delle relazioni fra i vicini. Quando i muri fra le proprietà erano condivisi, si sviluppavano regole sofisticate per la gestione dei cambiamenti che si rendessero necessari. In generale le regole sono di due tipi: proibizioni e prescrizioni. Le prime sono divieti e restrizioni. Le seconde sono comandi dall’alto. Le regole del passato erano soprattutto proibizioni, permettevano flessibilità e interpretazione nell’applicarle all’iniziativa privata. Le regole moderne sono imposizioni dall’alto, piuttosto rigide, delle linee di sviluppo del territorio.

Nella città contemporanea tutto è consumo. Se non è produzione, come nel caso del tempo libero, è in ogni caso consumo di sensazioni. Basta guardare l’approccio del “turismo mutandaro” ai capolavori del passato, trattati come se fossero offerte indifferenziate in un catalogo di esperienze da fare per obbedire a logiche subumane di intrattenimento. Molto meglio la “città generosa” di Marwa al Sabouni, presentata in libri come Building for Hope: Towards an Architecture of Belonging. Non è l’estetica a fare la differenza, in un sistema di convenzioni in cui non si sa cosa sia la bellezza. Il gusto di persone diseducate al bello varia ed è condizionabile. L’autentica civiltà ha bisogno di ritrovare una fiducia gnoseologica che permetta una corretta visione antropologica, dove vero, buono e bello vengano riscoperti per quello che sono realmente.

La ricerca prosegue. La Società Internazionale di Biourbanistica in particolare può darci risposte sempre più adeguate a recuperare un sano rapporto fra gli esseri umani e il territorio. Il centro storico di Artena è il quartier generale delle sue iniziative. La Sicilia potrebbe costituire un enorme campo di indagine sulle migliori soluzioni del passato.

 

Comune di Artena, nel Lazio

 

Il centro storico di Palermo

Una delle ricchezze del centro storico omogeneo più grande d’Europa – quello di Palermo – era la presenza di una fitta rete di commercianti all’ingrosso e al dettaglio. Del resto la capitale siciliana è stata sin dalle sue origini un vivacissimo emporio marittimo.

Nel 1942-‘43 venne quasi interamente sfigurata – un paesaggio di macerie – dai bombardamenti angloamericani. Le scelte scellerate prima del governo occupante e poi degli amministratori eletti con il varo della Repubblica hanno di fatto impedito che Palermo potesse riavere un grande e vitale centro storico anche solo minimante somigliante a quello che era stato fino all’annessione della Sicilia e della sua capitale al Regno di Sardegna (1860-‘61). Dopo il 1946, la mafia tornata in auge capisce che con l’edilizia può fare centinaia di miliardi. Il centro storico di Palermo, umiliato esattamente come quello di Catania, viene lasciato in abbandono. Parola d’ordine: costruire economici falansteri (i cosiddetti “palazzi”) di cemento armato nelle vaste aree verdi – a Palermo pianeggianti, a Catania sulle pendici del vulcano – per rivenderli a peso d’oro ai residenti vecchi e ancor più a quelli nuovi, attratti nelle due città dalle centinaia di nuovi uffici della neonata (1946) Regione Siciliana. Che, secondo lo Statuto tradito e piegato ai voleri colonialisti di Roma, doveva occuparsi di tutti i servizi, persino di motorizzazione civile, a totale carico dei siciliani. Si arriva, per farla breve, alla cosiddetta “Stagione dei Sindaci” dei primi anni ‘90. La “rigenerazione urbana” prende la forma della (benvenuta) ristrutturazione di un centinaio di edifici diroccati e di qualche piazza. Poi, sfumato il consenso per la velleitaria “Stagione dei Sindaci” e finiti i soldi mai spesi trovati in cassa nei primi anni ‘90 (quelli Gescal), la “rigenerazione urbana” del centro storico di Palermo si esaurisce nella trasformazione di un quadrilatero di 250 ettari in una interminabile successione di friggitorie e locali per lo street food, frequentati soprattutto dopo il tramonto da sciami di turisti e residenti di altre zone della città.

Il Piano Particolareggiato Esecutivo del 1992 ha il merito di salvaguardare le tipologie edilizie storiche. Ma ha il mortale difetto tutto razionalista di privilegiare la percezione estetica delle architetture rispetto allo spirito che le ha generate e sorrette nei secoli (la civiltà cristiana alla base delle forme di vita e delle attività produttive). Questo aspetto del PPE sta esiliando l’anima di Palermo, trasformandone la parte antica in un immenso outlet. Sono qualche decina i negozianti e gli artigiani che resistono con le loro attività nel centro storico, offrendo qualità dei prodotti a prezzi economici, insieme alla notevole cortesia degli addetti e dei commessi. Non hanno svenduto i loro locali agli ingordi speculatori che lucrano sugli affitti dei punti di ristoro e delle abitazioni da trasformare in B&B per intercettare il grande flusso turistico che investe Palermo e la Sicilia da circa quindici anni. La nuova Amministrazione, che include assessori già presenti nell’Amministrazione Cammarata e altri che per 10 anni hanno presieduto il Consiglio comunale durante gli ultimi due mandati di Leoluca Orlando (2012-2022), vorrebbe peggiorare la situazione eliminando le restrizioni sulle quadrature degli esercizi commerciali, per consentire l’arrivo di multinazionali come Apple o Disney, quelle che vedono le architetture antiche trasformate in scenografie idonee al consumismo più sfrenato.

Palermo antica non può essere sacrificata alle mire fameliche degli affaristi immobiliari. Palermo antica rinascerà se verranno trovate destinazioni coerenti con la vocazione dell’immenso patrimonio architettonico realizzato nei millenni passati. Ci sono anche qui dei codici che hanno permesso la nascita e la crescita di uno dei più estesi centri storici del mondo. Sta lì, nelle sue ragioni d’essere spirituali, il segreto per un futuro altrettanto ricco.

 

Centro storico di Palermo

 

Quindici minuti a piedi?

Un’iniziativa per trasformare radicalmente l’organizzazione di città grandi e piccole sta attraversando il mondo da Parigi a Melbourne, ma i media, tolte poche testate “ribelli” (qui citiamo Alessandra Nucci), non ne parlano. Il progetto, battezzato fraudolentemente “Città di 15 minuti” dal sindaco di Parigi Anne Hidalgo, mira a ridisegnare i quartieri ed avvicinare i servizi essenziali ai residenti, in modo tale che siano raggiungibili a piedi o in bici grossomodo in 15 minuti, allo scopo di migliorare sia l’aria sia la qualità della vita, e soprattutto salvare il pianeta dalla “terribile” CO2.

Presentato così sembrerebbe un progetto per niente controverso. Invece la cosa ha scatenato proteste, soprattutto nel Regno Unito, dove i manifestanti contro la “Città di 15 minuti” si sono uniti alle proteste contro l’ULEZ (Ultra Low Emission Zone) di Londra che chiude il traffico a veicoli che non incontrino determinati standard. La “Città di 15 minuti” prevede infatti che i residenti di un dato quartiere debbano avere il permesso per poter uscire dal suo perimetro in auto. Per Oxford, la città in cui il progetto è più avanzato, sono previsti ad esempio 100 permessi all’anno, superati i quali le auto verranno multate con sanzioni pesanti (si parla di 100 sterline ad infrazione).

A Roma, dove realizzare la “Città dei 15 minuti” è uno degli obiettivi principali enunciati dal sindaco Roberto Gualtieri, la protesta si è infiammata ed è arrivata fin sotto le sue finestre, per via della creazione di un’immensa zona verde dotata di 51 varchi, da cui si prevede di escludere in modo progressivo, a partire da ottobre, con sanzioni applicate da novembre, tutte le auto che non corrispondono a certi parametri ecologici. Non basta l’evidenza che le ZTL (Zone a Traffico Limitato) hanno fallito il loro scopo dichiarato, quello di garantire un’aria più pulita.

Di fronte alle vibranti contestazioni il Comune di Oxford ha fatto un comunicato in cui chiarisce che non sono previste barriere fisiche all’uscita di auto (anche se già adesso in alcune strade ci sono dei fittoni mobili – bollards – non a caso oggetto di sabotaggi notturni) ma solo telecamere in grado di leggere le targhe per applicare le multe. Chi avesse finito i permessi, rassicurano, potrà sempre uscire dal perimetro assegnato seguendo un determinato percorso più lungo.

Queste assicurazioni però non hanno ancora rasserenato gli animi di chi rifiuta il concetto stesso del dover chiedere un permesso per muoversi liberamente con l’auto, soprattutto a leggere i traguardi dichiarati dal Consorzio di Sindaci C40, basati sulle mete dell’Agenda 2030 dell’ONU. Come illustrato dal noto psicologo canadese Jordan B. Peterson, uno che non le manda a dire e per questo viene perseguitato, si punta: a ridurre l’assunzione calorica procapite a 2500 calorie al giorno entro i prossimi 15 anni; ad assicurare che i ceti inferiori, che comprendono tutti all’infuori dell’élite, non possano prendere l’aereo più di una volta ogni tre anni; ad eliminare il 90% delle auto private per costringere la gente a utilizzare trasporti pubblici, ove esistenti, invariabilmente onerosi in termini del tempo richiesto; a limitare la quantità di viaggi possibili al di fuori del proprio quartiere.

L’esperienza dei lockdown per la pandemia ha indubbiamente reso malfidati rispetto alle autorità molti cittadini che una volta sarebbero stati più fiduciosi nelle soluzioni calate dall’alto a problemi globali. Ad esempio, c’è già chi ironizza che per Parigi, che per i Giochi Olimpici del 2024 chiuderà 185 chilometri di strade e installerà le necessarie telecamere di controllo, sarebbe assurdo, passato l’evento, ripristinare la situazione iniziale anziché lasciare in essere delle zone di esclusione utili a separare la plebe incolta (a detta degli “illuminati”) dai privilegiati muniti di autorizzazione.

Inoltre, le campagne mediatiche che in nome di una presunta scienza ufficiale, durante la pandemia, hanno censurato opinioni discordanti, anche autorevoli, bollandole come “disinformazione”, hanno indotto molti ad ascoltare per la prima volta la voce di chi spiega che la CO2 non è cattiva bensì vitale per la vegetazione, il che invaliderebbe la base stessa per ogni restrizione alla libertà di movimento delle persone.

Ma le città di 15 minuti (che cambiano nome in 20 minuti o 30 minuti per le zone dove le distanze sono maggiori), potrebbero essere solo un passaggio verso la riorganizzazione sognata dai fautori del governo mondiale, se si considera il progetto di TriState City, la megalopoli progettata per una fetta di Europa del Nord che dovrebbe coprire l’Olanda e debordare in Belgio e in Germania. Il sito del governo olandese nega che questo progetto possa avere alcun legame con le politiche contro l’uso dell’azoto in agricoltura del governo Rutte – defenestrato, non a caso, alle ultime elezioni – che minacciano la sopravvivenza stessa dell’agricoltura.

Ancora più avanti, in senso tecnologico, è il progetto The Line, lanciato nel 2021 dall’Arabia Saudita, che prevede una città di lusso ma senza auto, che si estenderà per 170 km in mezzo al deserto, dietro a mura alte 500 metri, invisibili perché coperte da uno specchio. All’interno 9 milioni di Neomiani, così chiamati dal nome dato a questa nuova località, potranno spostarsi da una parte all’altra della città in pochi minuti grazie ad un treno ad alta velocità.

 

Un’anima per la città

Mentre il sonno (o il sogno?) della ragione genera mostri sempre più inquietanti, c’è un bisogno enorme di tornare alla realtà.

È triste che si faccia maliziosamente confusione con una concezione molto seria e niente affatto totalitaria. La città di 15 minuti a piedi è una bella idea di Leon Krier e del New Urbanism, da cui sono nati centri urbani come Poundbury (nella foto a sinistra) o Le Plessis-Robinson. Comporta piani di rigenerazione urbana che producano borghi o quartieri armoniosamente autosufficienti. Venti anni fa era “di destra”. Il problema è come la si vuole usare, cioè facendo pagare la transizione verde ai poveri, quelli che non possono permettersi la Tesla, p.es., né di cambiare la vecchia auto.

A Roma ci sono già state manifestazioni per chiedere che “la transizione ecologica la paghino i ricchi”. Il complottismo intuisce la verità, ma non ha gli strumenti culturali per analizzarli e affrontarli, perciò rafforza il problema. Già una critica basata sui concetti di per sé insufficienti di classe (marxista) o di reale giustizia sociale e uguaglianza delle persone (cristiana) potrebbe ottenere molto.

La cosa che appare più triste è la mentalità derivata dal marketing che ha ormai sostituito la politica in tutti i Paesi occidentali e in particolare in Europa: una serie di proclami suadenti finalizzati all’asservimento di quasi tutti agli interessi di pochi per terroristiche continue “emergenze” (finanziaria, ambientale, sanitaria, climatica, demografica, ecc.). Le decisioni le assumono “in alto” gli “esperti” che essendo “ispirati dalla scienza” non possono essere contraddetti. “Lo dice la scienza” è lo stereotipo con cui viene liquidata la discussione dal primo ministro di turno. E via avanti così. L’umanità defraudata di responsabilità e libertà è così reificata: viene resa oggetto.

Ci trattano come topi di allevamento. La base ideologica è la psicosociologia del controllo del Tavistock Hospital o degli esperimenti di Stanford. Oltre a quelli più recenti di Jordan B. Peterson sono chiarificanti gli studi di Shoshana Zuboff.

 

Centro urbano di Le Plessis-Robinson, dipartimento dell’Hauts-de-Seine nella regione dell’Île-de-France

 

Nobili imprenditori e comunità libere

La Sicilia è sempre stata, sin dagli albori della sua storia, una terra policentrica. Sulle coste orientali c’erano le città siceliote, al centro e ad ovest c’erano sicani ed elimi, sulle coste occidentali c’erano gli insediamenti sicano punici. Siracusa godeva certamente di grande prestigio, ma erano molti i centri urbani di grande vitalità, in relazione alle consistenti risorse agricole, minerarie, manufatturiere.

Dal Medioevo in poi l’Isola viene arricchita da un proliferare di città e cittadelle fortificate, con tradizioni proprie, una più bella dell’altra. Il loro fascino era dovuto anche alla sapienza con cui veniva assecondata l’orografia dei luoghi. Non c’erano piccoli centri sul mare, per via della pirateria, debellata solo nel 1830. Soltanto una narrazione faziosa può ignorare che la Sicilia ha fior di comuni che hanno contribuito alla sua storia. Soprattutto dopo la nascita del Regno di Sicilia, nel 1130, il governo parlamentare più antico del mondo si trovò a rappresentare due generi di aggregazioni cittadine: quelle feudali e quelle demaniali. Tale distinzione sta alla base delle caratteristiche morfologiche e architettoniche delle città, legate al diverso tipo di amministrazione. In generale, nelle città demaniali come Erice, gli abitanti erano governati da un bajulo e dai giureconsulti. La comunità di Erice era talmente orgogliosa della propria autonomia che nel Seicento i cittadini si autotassarono per scongiurare il pericolo di divenire sudditi di un feudatario. Erice non aveva piazze, anche perché nebbia ed umidità sconsigliavano incontri all’aperto. Venule e strade sfidavano il visitatore a trovare gli snodi principali del labirinto, fra i quali si annoverava la chiesa di S. Giuliano, patrono della città, al cui interno si svolgevano le adunanze cittadine. Di chiese ce n’erano addirittura 36, in un territorio urbano di appena 24 ettari. Non è certo l’antichissimo tèmenos della dea della fertilità, trasformato in castello nel XII secolo, a trasmettere l’intensa spiritualità che si percepisce nella meravigliosa città.

 

Uno scorcio del comune di Erice

 

Di fatto le città demaniali siciliane erano piccole repubbliche con tanto di ordinamento costituzionale e giuridico proprio: le “consuetudini”. Il bajulo nelle più piccole, antica magistratura di epoca normanna, diventava nelle più grandi e più autonome ora il Prefetto di Trapani, ora il Patrizio di Catania, ora lo Stratigò di Messina, ora il Pretore di Palermo. Anche le città feudali erano tante poleis con il proprio ordinamento. In alcune c’erano anche magistrature elettive, per es. un Capitano, nominato dal Principe, assistito dall’assemblea dei civili e dei borgesi.

Alle città feudali bisogna aggiungere quelle di nuova fondazione aristocratica dopo il Cinquecento, al centro di grandi feudi coltivati, in località vocate a dare alloggio ai contadini. In questi luoghi il principe era il detentore del potere amministrativo e giudiziario. La piazza centrale era dominata dal palazzo principesco e dalla chiesa madre. Nel caso della famiglia Branciforti, una delle più potenti, dipendevano da essa Butera, Cammarata, Grammichele, Leonforte, Mazzarino, Militello, Niscemi, Pietraperzia, Raccuja, Scordia. A guardar bene, queste ed altre famiglie nobiliari ebbero notevoli capacità di gestione economica, tanto da mantenere il controllo di città più o meno piccole per parecchi secoli. La loro cultura e il loro mecenatismo furono alla base di continue operazioni di abbellimento dei centri urbani e di sostegno a chiese e conventi degli ordini religiosi che vi si insediavano.

 

Palazzo Branciforti ripreso alla cosiddetta “Ora dorata”, Leonforte, Sicilia

 

I materiali da costruzione contribuiscono non poco all’armonia dei centri storici. In Sicilia il laterizio era usato prevalentemente per tegole, grondaie e pluviali. I muri erano di calcarenite robusta (il colore è diverso a seconda della zona di estrazione), le decorazioni di breccia (il billiemi di Palermo) o di marmo siciliano. Per il legno di coperture e infissi veniva impiegato il castagno o altre essenze locali stagionate.

Oggigiorno percepiamo intensamente la necessità di recuperare lo spirito di questi luoghi, scrigni preziosi di suggerimenti per un’esistenza più umana di quella che si conduce nelle metropoli. Le questioni architettoniche ed urbanistiche passano in secondo piano rispetto al drammatico fenomeno del calo demografico e dello spopolamento delle campagne. In Sicilia sarebbe fondamentale l’attuazione dello Statuto Siciliano, in particolare degli artt. 36, 37 e 38, sulla base dei quali potremmo ottenere la restituzione dei circa 10 miliardi di euro (provenienti dalle tasse di chi produce nell’Isola) che lo Stato Italiano ci sottrae ogni anno. Sarebbe la base per avviare una vasta campagna di dotazione di infrastrutture (strade, linee ferrate, ospedali, scuole) che consentirebbero un nuovo sviluppo delle realtà decentrate, con il loro conseguente ripopolamento. In generale è un ritorno alla realtà quello che serve, dappertutto, con la scelta di abitare in agglomerati più piccoli, più belli, più salubri, più liberi dalla dittatura del consumismo.

L’architettura poi può dare una veste adeguata al nuovo corpo sociale. Dallo spirito che ha generato i centri storici siciliani si possono ricavare le regole per sostituire la pessima edilizia postbellica, a volte peraltro pericolosa dal punto di vista della resistenza ai fenomeni tellurici. Si può riprendere a costruire con la sapienza dei nostri antenati, mettendo da parte le follie che hanno guidato la ricostruzione del Belìce dopo il terremoto del 1968. Il minimalismo non è un’evoluzione del gusto, è l’imposizione di un modello nemico dell’incarnazione. Per rendersene conto basta visitare Poggioreale nuova e confrontarla con Poggioreale antica.

Passeggiare nei nostri centri storici è tuttora un’esperienza rigenerante. Può esserlo anche in futuro, nelle città antiche di cui custodiremo la bellezza e nelle nuove città che costruiremo. È un’impresa ardua, ma non impossibile, soprattutto in Sicilia. Non è compito di una fantomatica “interdisciplinarietà”. Si tratta piuttosto di riscoprire la natura umana nella sua integrità, corporea e spirituale.

 

[1] Ciro Lomonte nasce a Palermo il 9 maggio del 1960. Appassionato della storia e dell’arte della Sicilia e della sua capitale, a 18 anni si iscrive ad Architettura presso l’università del capoluogo siciliano ma durante il 3° e 4° anno di studi frequenta il Politecnico di Milano. Torna a Palermo per il quinto ed ultimo anno, dove si laurea con una tesi sul margine del centro storico della città. Nel periodo accademico intreccia una fitta rete di scambi fra studenti di Facoltà di Architettura europee, relazioni che lo portano in giro per convegni di tutta Europa. Dal 1987 al 1990 coordina il gruppo di lavoro del Piano di Recupero del centro storico di Erice (TP). In seguito si occupa della ristrutturazione di appartamenti per uso residenziale o per laboratori di professionisti, consolidando il sodalizio professionale con Guido Santoro. Componente della direzione del Centro Culturale Monte Grifone dal 1988 al 1999 e dal 2003 al 2010, Lomonte fa parte anche della direzione della Residenza Universitaria Segesta dal 1999 al 2006, dal 2010 al 2013 e lo è di nuovo dal 2016. Autore di saggi di ricerca nel settore dell’architettura per il culto, nel 2015 fonda l’Associazione Magistri Maragmae, che promuove la Monreale School of Arts & Crafts, una scuola superiore di arte e artigianato in cui maestri di grande valore trasmettono la propria arte a giovani dotati. Dal 2009 Lomonte è docente del Master di II livello in Architettura, Arti Sacre e Liturgia presso l’Università Europea di Roma.

 

 

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2 commenti su “L’eredità pulsante dei centri storici siciliani”

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