Giusto de’ Menabuoi (1320-1391), Creazione (1376-1378) nel Battistero del Duomo di Padova

 

Strettamente legato alla religione è il concetto di tempo e del suo scorrere. Il mondo greco è ancora una volta su di una linea diversa da quello ebraico-cristiano: mentre quest’ultimo infatti parte dalla convinzione che il mondo sia stato creato da Dio, eterno ed immutabile, il primo invece era convinto che il mondo fosse stato ordinato, partendo dal caos primigenio, dalla divinità detta Fato o, secondo i primi filosofi naturalisti a partire dal VI a. C., dallo sviluppo di una materia o di una “situazione” (acqua o fuoco o la dialettica degli opposti o ancora la guerra, intesa come principio metafisico). Gli dèi della tradizione olimpica (così come già gli dèi più arcaici, che saranno poi definiti «ctonii») non erano eterni, ma immortali, antropomorfi e, soprattutto, anch’essi soggetti non solo alle passioni “umane” (amore, odio, invidia, gelosia…), ma anche al dolore ed alle ferite e, soprattutto, all’azione del Fato. Anche i filosofi classici (Platone [428/427-348/347 a.C.] ed Aristotele [384-322 a.C.]) e poi quelli ellenistici, (Epicuro [341-270 a.C.], la Stoà, Plotino [203/205-270 d.C.] e la scuola medio e neo-platonica) non escono da questa gabbia in cui la divinità è comunque una sorta di Essere che, non sempre ben definibile (il Demiurgo, il Logos, l’Uno…), sta comunque all’origine del mondo: di lui ben poco possiamo dire, non essendo inoltre neppure responsabile della creazione, e spesso neanche del governo, del mondo stesso[1].

Il Fato dunque sembra essere in definitiva la massima divinità della civiltà greco-romana e di esso, almeno in greco, svariate sono le definizioni lessicali.

Il termine che dovrebbe essere più antico, poiché utilizzato da Omero[2], è quello di μοίρα/móira, col valore preciso di «parte (sorte) che tocca a ciascuno» (cfr. il vocabolo μέρος/méros, «parte», dalla radice indo-europea *smer-, «pensare, curare», da cui anche il latino mereo, «ottenere in sorte, meritare»), dal quale deriva il termine (in realtà participio perfetto) ειμαρμένη/eimarméne, vale a dire «ciò che è stato stabilito (ed è tuttora valido) in sorte (dal fato/dèi)». Meno connessi con la sfera religiosa sono invece la τύχη/týkhe («sorte, destino»), forse dalla radice i. e. *dheug– «fabbricare» (cfr. il sanscrito dogdhi, «trarre vantaggio» e, tra le lingue moderne, il gallese tyn-ged, «sorte») e la ανάγκη/anánke («sorte necessaria, necessità»), da legare alla base i. e. anek («necessità»), cfr. lat. nec-esse e il bretone anken, «preoccupazione».

In latino troviamo fatum (equivalente ad eimarméne) che, secondo almeno l’erudito Varrone (I secolo a.C.), sarebbe da correlare col verbo for (< radice fa-, «dire») e fors, da *fortu– (con u/w consonantico, donde l’italiano «forse», da collegare alla radice di fer– «portare», i. e. *bher-) ed il suo derivato fortuna[3] (tykhe), anche come nome proprio (la dea Fortuna, in greco la dea Tykhe).

William-Adolphe Bouguereau (1825-1905), Omero e la sua guida (1874)

 

Intimamente legato con l’idea della «sorte» come suprema reggitrice delle vicende umane è il concetto di «tempo», inteso sia nel suo fluire che nel significato di «tempo giusto, adatto ad un’azione»[4].

Il tempo che scorre, che procede dal passato al presente in attesa del futuro, è in greco χρόνος/khrónos, da una antica forma χερ-ος/kher-os (cfr. i. e. *gher-, forse «usare»?), mentre quello che rappresenta il momento opportuno, e quindi un tempo stabilito e ben determinato (ma anche un luogo opportuno, ben scelto), è καιρός/kairós, con cui si può mettere a confronto l’i. e. *krr– («unione, comunione»), che ritroviamo nel norreno[5] hríd («periodo di tempo») e nel sanscrito çri («fortuna, felicità»). Per entrambi i valori il latino conosce solamente il vocabolo tempus, forse (ma se ne discute) dalla radice *(s)temb(h)-, «urtare, strappare».

Infine il pensiero greco distingue ancora il termine αιών/aiòn, cioè il tempo, ormai concluso o di cui si aspetta la conclusione, che occupa la durata di una o più generazioni, ma anche durata della vita o l’eternità. Si pensa ad una radice i. e. *ayu– («durata»), donde anche il sanscrito áyuh («vita», intesa appunto come «durata») e le forme latine quali aevum/aetas, esatti corrispondenti – anche in campo etimologico – di αιών/aiòn, ed aeternum[6].

 

Ultima riflessione: nel tempo (e nel suo scorrere) si sviluppano due stati d’animo caratteristici della coscienza umana, vale a dire la speranza e la paura, entrambi strettamente uniti all’idea del tempo inteso come «futuro».

In greco il vocabolo ελπίς/elpís («speranza», da cui in italiano il nome proprio Elpidio) è da un’antica forma ṷel («volere, desiderare, sperare»), che ritroviamo poi anche nel latino volup-tas («desiderio»). La sua versione latina è la spes, parola originaria latina di etimo incerto, presente anche (con iniziale maiuscola) come dea dell’Olimpo romano.

Per «paura» ricordiamo in greco φόβος/phόbos (in Omero più concretamente «fuga», poi nel greco classico abbiamo la sua astrazione nel valore di «spavento, paura») da mettere in relazione con l’i. e. *bhegu– «fuggire»; in latino abbiamo invece due vocaboli: metus e timor, entrambi di etimo incerto; il primo indica una paura “indotta” (in genere dalla legge) per obbligare a fare o a non fare qualcosa, mentre il secondo la paura che nasce da ciò che è ignoto o da un pericolo presente o futuro.

 

Speranza, particolare del sarcofago di Branda Castiglioni, Collegiata Castiglione Olona

 

 

[1] Un esempio chiarissimo di questa fondamentale differenza tra il pensiero ebraico-cristiano e quello greco-latino lo abbiamo nell’episodio del discorso di San Paolo all’Areopago di Atene (Atti 17,16-34), in cui lo stupore (ed il sarcasmo) dei suoi ascoltatori greci si esprime al suo massimo grado quando l’Apostolo, oltre che di resurrezione dai morti, parla di creazione dal nulla, essendo il concetto di «creazione» cristianamente intesa assolutamente estraneo alla mentalità (e di conseguenza alla cultura) greca.

[2] Va da sé che il nome Omero viene usato con valore convenzionale, non essendo tale poeta mai storicamente esistito. In realtà l’espressione corretta dovrebbe essere quella, più generica, di «poemi omerici».

[3] Il termine latino fortuna è l’esempio più rappresentativo di ciò che in linguistica si definisce come «vox media», cioè un termine che possiede in sé entrambi i significati, sia quello positivo che quello negativo, e che deve quindi essere determinato, nel suo esatto valore, con un aggettivo. Esemplificando: fortuna (ed allo stesso modo anche il greco tykhe) significa sia buona che avversa fortuna che dovrà quindi essere specificata con l’aggiunta dell’aggettivo bona (secunda) fortuna (it. «fortuna») e mala (adversa) fortuna (it. «sfortuna»).

[4] Che il pensiero greco distingua, anche lessicalmente, il tempo nei suoi due momenti fondamentali (fluire e stare) comporta poi che nella lingua greca sia fondamentale, nella morfologia verbale, il cosiddetto «aspetto dell’azione», che può essere momentaneo (o puntuale), rappresentato dal tempo aoristo, oppure continuativo (presente ed imperfetto) o ancora concluso o perfettivo (perfetto e piuccheperfetto).

[5] Antica lingua della Scandinavia risultante dai dialetti germanici settentrionali, affine al norvegese antico e all’islandese.

[6] Negli scrittori cristiani si andò affermando, per tradurre αιών/aiòn, il termine saeculum in luogo di aevum/aetas.

 

 

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