Paul Gustave Louis Christophe Doré (1832-1883), Pluto  (1861)

 

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe![1]»,

cominciò Pluto con la voce chioccia[2];

e quel savio gentil[3], che tutto seppe,

 

disse per confortarmi: «Non ti noccia

la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,

non ci torrà lo scender questa roccia».

 

Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia[4],

e disse: «Taci, maladetto lupo!

consuma dentro te con la tua rabbia.

 

Non è sanza cagion l’andare al cupo[5]:

vuolsi ne l’alto, là dove Michele

fé la vendetta del superbo strupo[6]».

 

Quali dal vento le gonfiate vele

caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,

tal cadde a terra la fiera crudele.

 

Così scendemmo ne la quarta lacca[7]

pigliando più de la dolente ripa

che ’l mal de l’universo tutto insacca[8].

 

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa

nove travaglie e pene quant’io viddi?

e perché nostra colpa sì ne scipa?

 

Come fa l’onda là sovra Cariddi,

che si frange con quella in cui s’intoppa,

così convien che qui la gente riddi[9].

 

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,

e d’una parte e d’altra, con grand’urli,

voltando pesi per forza di poppa.

 

Percoteansi ’ncontro; e poscia pur lì[10]

si rivolgea ciascun, voltando a retro,

gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?[11]».

 

Così tornavan per lo cerchio tetro

da ogne mano a l’opposito punto,

gridandosi anche loro ontoso metro[12];

 

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,

per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.

E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

 

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra

che gente è questa, e se tutti fuor cherci

questi chercuti a la sinistra nostra».

 

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci

sì de la mente in la vita primaia,

che con misura nullo spendio ferci.

 

Assai la voce lor chiaro l’abbaia

quando vegnono a’ due punti del cerchio

dove colpa contraria li dispaia.

 

Questi fuor cherci, che non han coperchio

piloso al capo, e papi e cardinali,

in cui usa avarizia il suo soperchio».

 

E io: «Maestro, tra questi cotali

Dovre’ io ben riconoscere alcuni

che furo immondi di cotesti mali».

 

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:

la sconoscente[13] vita che i fé sozzi

ad ogne conoscenza or li fa bruni.

 

In etterno verranno a li due cozzi:

questi resurgeranno del sepulcro

col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

 

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro

ha tolto loro, e posti a questa zuffa:

qual ella sia, parole non ci appulcro[14].

 

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa

d’i ben che son commessi[15] a la fortuna,

per che l’umana gente si rabbuffa;

 

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna

e che già fu, di quest’anime stanche

non poterebbe farne posare una».

 

«Maestro mio», diss’io, «or mi dì anche:

questa fortuna di che tu mi tocche,

che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».

 

E quelli a me: «Oh creature sciocche,

quanta ignoranza è quella che v’offende!

Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.

 

Colui lo cui saver tutto trascende,

fece li cieli e diè lor chi conduce

sì ch’ogne parte ad ogne parte splende,

 

distribuendo igualmente la luce.

Similemente a li splendor mondani

ordinò general ministra e duce

 

che permutasse a tempo[16] li ben vani

di gente in gente e d’uno in altro sangue,

oltre la difension d’i senni umani;

 

per ch’una gente impera e l’altra langue,

seguendo lo giudicio di costei,

che è occulto come in erba l’angue[17].

 

Vostro saver non ha contasto[18] a lei:

questa provede, giudica, e persegue

suo regno come il loro li altri dèi.

 

Le sue permutazion non hanno triegue;

necessità la fa esser veloce;

sì spesso vien chi vicenda consegue.

 

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce

pur da color che le dovrien dar lode,

dandole biasmo a torto e mala voce;

 

ma ella s’è beata e ciò non ode:

con l’altre prime creature lieta

volve sua spera e beata si gode.

 

Or discendiamo omai a maggior pieta;

già ogne stella cade che saliva

quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».

 

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva

sovr’una fonte che bolle e riversa

per un fossato che da lei deriva.

 

L’acqua era buia assai più che persa;

e noi, in compagnia de l’onde bige,

intrammo giù per una via diversa[19].

 

In la palude va ch’à nome Stige

questo tristo ruscel, quand’è disceso

al piè de le maligne piagge grige.

 

E io, che di mirare stava inteso,

vidi genti fangose in quel pantano,

ignude tutte, con sembiante offeso.

 

Queste si percotean non pur con mano,

ma con la testa e col petto e coi piedi,

troncandosi co’ denti a brano a brano.

 

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi

l’anime di color cui vinse l’ira;

e anche vo’ che tu per certo credi[20]

 

che sotto l’acqua è gente che sospira,

e fanno pullular quest’acqua al summo[21],

come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

 

Fitti nel limo, dicon: «Tristi fummo

ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,

portando dentro accidioso fummo:

 

or ci attristiam ne la belletta[22] negra».

Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,

ché dir nol posson con parola integra».

 

Così girammo de la lorda pozza

grand’arco tra la ripa secca e ’l mézzo[23],

con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

 

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo[24].

 

[1] Questo verso è il primo di alcuni della Commedia che, redatti in una lingua non reale, ma elaborata dall’Autore mescolando elementi lessicali realmente esistenti con altri di pura fantasia (pur su basi concrete), non permettono una loro spiegazione plausibilmente certa. Nel caso in questione la spiegazione più probabile è quella che ipotizza, oltre al vocativo Satan, unico elemento certo, trattandosi del nome del capo dei demoni, la presenza di due elementi ricavabili dal latino e dall’ebraico. Pape sarebbe la trasposizione dell’esclamazione latina babae (“oh, perbacco”, o comunque una qualsivoglia esclamazione di stupore), mentre aleppe di aleph, prima lettera dell’alfabeto ebraico, col valore traslato di “primo, capo”. Pertanto il verso andrebbe spiegato in questo modo: “Oh che meraviglia, Satana, oh, Satana, capo (dell’inferno)”. La “meraviglia” in questione sarebbe, ovviamente, la presenza di un vivo (Dante) tra i morti dell’inferno. Da scartare un’altra ipotesi che vorrebbe la frase, fatto salvo il valore di Satan, una trascrizione delle parole francesi: “Pas paix, pas paix, à l’épé”: “Non c’è pace, o Satana, non c’è pace, o Satana, alla spada”. Ipotesi suggestiva, ma assolutamente priva di raccordo col contesto.

[2] Letteralmente “gracchiante”, da collegare al latino garrulus (< graculus, “cornacchia”); il sostantivo corrispondente (garrulitas) era da Dante collegato coi dialetti dell’Italia settentrionale, caratterizzati da suoni aspri e sgradevoli (almeno ad orecchie toscane) e da un prevalere delle consonanti sulle vocali.

[3] “Gentil” ha il consueto valore etimologico (< gens, “famiglia nobile”) di “nobile”, ma non è da escludere qui anche un valore morale di origine ebraico-cristiana, cioè “gentile” nel senso di “pagano, non cristiano”, così come in ambito giudaico si traduceva goi, cioè “non ebreo”.

[4] “Labbia”, di genere femminile pur derivando dal neutro plurale latino labia, vale qui per metonimia “viso, faccia”.

[5] È sostantivo (e non aggettivo) col significato di “profondità, voragine”.

[6] Metatesi, cioè forma in cui è avvenuto uno scambio di posizione tra le lettere, per “stupro” (violenza, ribellione). Tuttavia alcuni interpreti intendono “strupo” come “branco, gregge” (< lat. medievale stropus), con riferimento agli angeli ribelli; cfr. piemontese strop, “gregge, mandria”.

[7] Col significato di “discesa, china”, dal tardo latino lacha, “fossa, cisterna”.

[8] Verbo qui tanto più icastico ed espressivo visto che in questo girone sono ospitati gli avari, che hanno a loro volta “insaccato” il denaro.

[9] Voce del verbo “riddare”, cioè “ballare la ridda”, un ballo a tondo, di ritmo molto rapido, se non addirittura convulso, ed eseguito da più persone. Nella lingua attuale resta il vocabolo “ridda” ad indicare un insieme confuso e vorticoso di, in genere, pensieri o ipotesi (“una ridda di ipotesi mi gira per la testa”).

[10] Come già nella metrica classica greco-latina, anche in quella italiana la regola del “monosillabismo” vieta di terminare un verso con un monosillabo (detto “elemento monosillabico”), a meno che tale monosillabo possa costituire, logicamente e metricamente, polisillabo con la parola immediatamente precedente. In questo caso “pur lì” va letto come bisillabo piano “pùrli”, in rima, detta composta, con “urli/burli”.

[11] Dal verbo “burlare”, letteralmente “cadere, gettare”: qui nel senso di “gettare via i soldi, sprecare”. Cfr. il lombardo moderno borlà, “rotolare, cadere, gettare”.

[12] “Metro” per metonimia vale “poesia, filastrocca, cantilena”, detto “ontoso”, cioè “vergognoso, ingiurioso” (< onta).

[13] Da un passo del Convivio (III, XV, 9) possiamo inferire che per Dante “conoscenza” valga anche “misura”; quindi “sconoscente vita” equivale a “vita senza misura”, rifacendoci all’etica aristotelica che vede la virtù “giusto mezzo”e il peccato come una mancanza di equilibrio, e quindi di misura, nel collocarsi appunto nel giusto mezzo tra due eccessi.

[14] Neologismo (e hapax, cioè termine usato una volta sola) dantesco (< lat. pulchrum, “bello”) col significato di “aggiungo belle parole”.

[15] Latinismo, dal verbo committere (“affidare”), e quindi “affidati”. Dallo stesso verbo anche l’italiano “commissione” (attività affidata) e “commesso” di negozio (persona a cui si affida una mansione). Sempre dal latino classico committere, ma con spostamento semantico, abbiamo l’italiano “commettere”, nel senso di “compiere”.

[16] Da intendersi o “a tempo opportuno” o “di tempo in tempo”.

[17] Latinismo (anguis, “serpente” > italiano dotto “anguiforme”, di aspetto simile a serpente: pensiamo ai “capelli anguiformi” di Medusa, detta appunto anche “anguicrinita”), con reminiscenza virgiliana di Egl. III, 93 (latet anguis in herba, “nell’erba sta nascosto un serpente”). Da notare la rima equivoca: langue/l’angue, termini che nei mss., redatti in scriptio continua (cioè senza distinzione tra le parole), si presentavano senza alcuna differenza grafica.

[18] Lectio difficilior per la grafia, meno consueta, rispetto alla forma più comune “contrasto”.

[19] Dal consueto valore di “strana, insolita” discende qui quello di “accidentata, malagevole”.

[20] Forma alternativa al congiuntivo in -a; allo stesso modo, sempre in Dante, nel Purgatorio, troviamo le forme “vadi, dichi”.

[21] Forma etimologica (< lat. summum) per esigenza di rima con “fummo”, a sua volta in rima equivoca: la prima volta come verbo e la successiva come sostantivo. La forma con geminatio (raddoppiamento) della -m- era comune in toscano, tanto che Dante la usa anche fuori di rima.

[22] Secondo un’ipotesi da “melletta” (< melmetta, diminutivo di melma), per influsso dell’agg. “bello”, oppure dal lat. pullum (nero, fosco, sudicio), probabilmente da collegarsi col greco pelós/πηλός (argilla, terra, fango): “fango, fanghiglia scivolosa”. Il termine sarà ripreso da D’Annunzio, per il madrigale Nella belletta, in Alcyone.

[23] Da notare “mézzo” (con é chiusa < lat. mitius), col valore “troppo maturo, fradicio, bagnato”, da non confondere con “mèzzo” (con è aperta < lat. medium), nel senso di “mediano, che sta a metà”.

[24] “Sezzo”, come aggettivo vale “ultimo in una successione cronologica” e come avverbio (al da sezzo) “alla fine, da ultimo”; la sua etimologia è dal comparativo latino setius/secius (< secus, “diversamente”, dalla radice *sec-, donde anche il verbo sequor), col valore di “più tardi, dopo”.

 

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