Il 9 novembre 2018 si è conclusa la fase diocesana della causa di beatificazione nell’Arcidiocesi di Genova di Ettore Vernazza il cui nulla osta dalla Santa Sede era stato concesso in data 8 settembre 2007. Dopo oltre cinque secoli la sua figura è straordinariamente affascinante e da proporre come esempio.

Fu tra i più insigni discepoli di Santa Caterina Fieschi-Adorno, tra coloro che ne impressero per la stampa, per la fortuna di una moltitudine di lettori nei secoli a venire, i pensieri. Una sua descrizione l’abbiamo dalla figlia Battistina, monaca tra le Canonichesse Regolari Lateranensi, la quale disse che il padre faceva «tutto per Dio». Ettore Vernazza fu il primo in Europa a creare i cosiddetti «Ospedali degli Incurabili».

Nacque a Genova tra il 1469 e il 1470, il padre Pietro era un notaio, mentre la madre Battistina apparteneva all’illustre famiglia degli Spinola. Pure il fratello Bernardo acquisì dal genitore l’importante professione. Ettore, intorno all’anno 1496 sposò Bartolomea Ricca e dalla felice unione nacquero tre figlie: la menzionata Battistina – al secolo Tomasina, tenuta a battesimo da Santa Caterina e in clausura dall’età di 13 anni, e altre due sorelle, le quali anch’esse presero il velo. Battistina disse anche, in merito alla vita familiare, che era davvero felice, in casa «stavano in molta pace insieme». Fu membro della Confraternita et Oratorio del Divino Amore, fondata il 26 dicembre 1497 su ispirazione dei discepoli di Santa Caterina, con lo «scopo di trasformare l’amore divino in amore per il prossimo». In quello stesso anno Ettore fondò la Compagnia «del Mandiletto» per raccogliere elemosine per i poveri. Nel dialetto ligure il mandiletto è un fazzoletto che serviva a coprire il volto del donatore quando andava nelle case dei bisognosi a lasciare aiuti. Nello stesso contesto sorse inoltre il «Ridotto degli Incurabili», i cui primi statuti furono approvati il 27 novembre 1500 dal Senato della Repubblica di Genova. Gli «incurabili» erano i sifilitici, i più meschini tra gli ammalati, rigettati da tutti perché il loro corpo si copriva di vesciche e ascessi, fetidi e contagiosi.

Neppure quarantenne rimase vedovo e sentì la volontà di farsi religioso, ma fu “invitato” a continuare ad occuparsi, da laico, delle tante opere pie che già seguiva. Dopo Genova, si adoperò perché venissero fondati «Ospedali per gli incurabili» a Roma (1515) e a Napoli (1517). Nell’Urbe Leone X gli mise a disposizione l’antico e fatiscente Ospedale di san Giacomo e per aiutarlo concesse all’opera privilegi fiscali. A Napoli, dove stette due anni, il Vernazza collaborò con la nobile catalana Maria Lorenza Longo, fondatrice dell’Ordine delle Cappuccine, recentemente dichiara venerabile. Seguendo tali esempi, opere simili sorsero a Palermo, Firenze, Bologna, Savona, Brescia, Padova e Venezia. Tornato nella sua città, il Vernazza si dedicò anche all’assistenza delle «convertite» e all’istruzione delle orfanelle per le quali aprì il Conservatorio di san Giuseppe, ancora oggi vitale. Stabilì inoltre che fossero stanziati fondi perché alcuni avvocati si occupassero di seguire le cause dei poveri. Si occupò pure dei poveri vergognosi – che per questioni di rango non potevano chiedere l’elemosina – e degli schiavi da riscattare.

Instancabile, questo notaio avrebbe potuto fare ben altra vita. Fu un capace amministratore e uomo di cultura, dispose lo stanziamento di fondi per un pubblico studio, in cui si tenessero lezioni di diritto, medicina, grammatica e retorica. Per tale motivo è considerato tra i fondatori dell’Università di Genova. Nel 1512 lasciò disposizioni testamentarie perché vi fossero create quattro cattedre di medicina.

Promosse infine il Lazzaretto per gli appestati di S. Maria di Loreto – nel quartiere della Foce, poi trasferito in Portoria – col sostegno del doge Ottaviano Fregoso. Svolse la sua opera di carità a contatto con dogi, senatori e pontefici, ma rifiutò il ritratto che in segno di gratitudine volevano fosse collocato tra i benefattori del lazzaretto, dicendo che non voleva «fumo». Decise di vivere nell’Ospedale degli Incurabili per poter essere sempre vicino ai “suoi” poveri. Vi morì durante un’epidemia di peste, era il 27 giugno 1524, dopo aver svolto un eroico servizio a favore degli ammorbati. L’ospedale dei Cronici fu erede di ogni sua sostanza.

Ettore lasciò erede spirituale del suo apostolato la figlia Battistina. Studiosa della Sacra Scrittura, autrice di importanti opere di ascetica, si dedicò anch’essa ad opere di carità, divenendo consigliera di eminenti personaggi «per la sua virtù ed il suo senno». Battistina è già stata dichiarata Venerabile.

 

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