Mercoledì 20 marzo u.s. si sono svolte le elezioni provinciali in Olanda; oltre che eleggere i membri dei Consigli locali, esse determinano, indirettamente, la composizione del Senato: i 75 senatori, infatti, sono eletti dai suddetti Consigli su liste di partito, in modo proporzionale alla rappresentanza di ciascuna forza politica, con una ponderazione numerica, in base alla popolazione di ciascuna Provincia. L’elezione del nuovo Senato avverrà a maggio, ma già oggi si conosce il peso che ciascun partito vi avrà, poiché essa, come si diceva, deve essere il risultato della sua presenza nei vari Consigli provinciali.

I risultati di queste consultazioni rappresentano un vero e proprio terremoto politico, con ripercussioni prospettiche che travalicano i confini dei Paesi Bassi, per coinvolgere tutta l’Unione europea. Il Forum per la democrazia (FvD) di Thierry Henri Philippe Baudet, che alle elezioni politiche del 2017 aveva preso l’1,8% e 2 seggi alla Camera, che ne conta 150, senza averne nessuno al Senato, è risultato il partito più votato e, a maggio, avrà 13 senatori; secondo è stato il Partito popolare per la libertà e la democrazia (VVD) del Primo Ministro, Mark Rutte, che passerà da 13 a 12 seggi; l’Appello cristiano democratico (CdA), poi, perderà 3 degli attuali 12 membri della Camera Alta, rimanendo con 9; i Verdi di sinistra, quindi, hanno registrato un grande successo, passando da 4 a 9 seggi; a seguire, il Partito laburista perderà uno dei suoi 8 senatori, restando con 7; il Partito per la Libertà (Pvv) di Geert Wilders, infine, perderà 4 dei suoi 9 seggi, rimanendo con 5; e, di seguito, tutti gli altri. I profili di mutamento del panorama politico olandese sono tre: la sconfitta dell’attuale coalizione centrista di Governo, l’importante affermazione dei Verdi ed il trionfo del Forum per la democrazia, con il conseguente mutamento dei rapporti di forza destra.

L’attuale coalizione di Governo, formata dai liberali di centro-destra del VVD, dai democristiani del CdA, dall’Unione cristiana (CU) e dai liberali progressisti di Democratici 66 (D66) perde la maggioranza in Senato, passando da 38 a 31 seggi. Quest’alleanza spuria, nata più per evitare le elezioni anticipate immediatamente dopo la consultazione del 2017 che sulla base di una vera e propria convergenza politica, perde consensi tanto a sinistra quanto a destra. Il partito del Primo Ministro, VVD, perde un seggio, quasi certamente a favore del Forum per la democrazia; medesima considerazione si può fare per i 3 senatori perduti dall’Appello cristiano democratico. D66, poi, perde 3 senatori, quasi certamente a favore dei Verdi. Non sono, ovviamente, ancora a disposizione analisi attendibili sui flussi elettorali, ma, anche se non è certo che i passaggi di voti siano avvenuti come li abbiamo descritti e senza passaggi intermedi, sempre possibili, il risultato finale rimane invariato, come invariato rimane il significato politico: la polarizzazione degli schieramenti, con una fortissima crescita del fronte “sovranista”, anche se ascrivere a questo campo l’FvD richiede alcune precisazioni, come vedremo più avanti.

I Verdi conoscono, come in Germania, un successo di vaste proporzioni; aumentano la loro presenza al Senato dell’80%, a spese dei partiti lato sensu socialisti, come è avvenuto in Baviera ed in Assia, ma anche a spese dei liberali, almeno di quelli “progressisti” di D66, a differenza di quello che è avvenuto nel più potente Paese dell’Unione europea. I movimenti ecologisti hanno conosciuto, negli ultimi anni, una potente crescita di consensi, anche, se non soprattutto, a seguito della potente campagna mediatica che i “poteri forti” hanno lanciato sulla questione del cosiddetto «surriscaldamento globale». Questa linea di tendenza si preannuncia di non breve periodo e tende, ovviamente, ad erodere maggiormente i consensi dei partiti “di sinistra”, i cui elettorati sono più sensibili alla questione.

I Verdi, però, non sono percepiti unicamente come portatori delle istanze ecologiste, ma anche come il punto di riferimento di chi contesta in maniera più radicale il sistema liberal-capitalistico e vede nella “difesa dell’ambiente” un efficace “cavallo di Troia” contro lo sviluppo industriale e produttivistico dell’Occidente. Essi mantengono, al loro interno, una duplice anima: da un lato, sono lo strumento oggi politicamente più spendibile dei “poteri forti”, che, non per nulla, finanziano lautamente le campagne sul clima e non solo; ma, dall’altro, conservano e sviluppano un sentimento, più ancora che una dottrina politica organica, pauperistico. Visto che, da sempre, hanno evitato di elaborare una teoria precisa che, in qualche modo, li vincolasse, mantengono insieme questi due filoni, sposando la “contestazione ecologista” con l’incondizionata adesione all’Unione europea.

Il fatto, però, più importante di queste elezioni è il vero e proprio trionfo del Forum per la democrazia, che, nato nel 2016, si ritrova ad essere il primo partito d’Olanda. I pochi commentatori che hanno trattato questo tema lo hanno liquidato come un’affermazione del «sovranismo populista», favorita dai fatti di Utrecht, dove lunedì 18 marzo Gokman Tanis, trentasettenne di origini turche, ha ucciso 3 persone e ne ha ferite 5, in un attacco ad un autobus. Ci permettiamo, sommessamente, di ritenere particolarmente riduttiva e contraddittoria questa lettura.

Partiamo dalla contraddizione. Se l’FvD, sul tema dell’immigrazione e dell’Islam, usa toni più pacati del Partito per la Libertà, come quegli stessi commentatori ammettono, non si comprende come una strage operata da un musulmano possa favorire il partito di Baudet e penalizzare quello di Geert Wilders, invece di produrre l’effetto contrario. Ma questa contraddizione nasce, a nostro avviso, dalla scarsa attenzione alle differenze tra le due formazioni politiche, oltre che a quelle tra i due leader.

Il Partito per la Libertà nasce, nel 2004, dall’abbandono, da parte del suo futuro fondatore, del Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia, per il dissenso su alcune questioni specifiche, senza, però, metterne mai in discussione i principi teorici e dottrinali di fondo, tanto da appoggiare il governo di Mark Rutte fino al 2012. La scelta “filosofica” di Wilders e della sua formazione politica è, anzi, quella di non avere una compiuta dottrina politica, ma di affidarsi ad alcune idee forti, quelle in dissenso dal VVD, e, intorno ad esse, creare un consenso liquido, capace di intercettare gli umori e le esigenze dell’elettorato di volta in volta.

Le idee guida del partito sono essenzialmente due e tra loro legate: l’ostilità nei confronti dell’Unione europea e l’intransigente rifiuto dell’Islam in ogni sua forma. Questa seconda, poi, comporta delle conseguenze, che vanno dalla netta contrarietà all’ingresso della Turchia nell’Unione europea al desiderio di regolamentare in maniera sempre più ferma l’immigrazione, fino a giungere alla difesa di non meglio specificati valori di fondo della «civiltà giudaico-cristiana», contrapposta alla cultura musulmana, vista semplicemente come barbarie. All’interno di queste coordinate di fondo, il partito ed il suo leader sono disponibili a quasi ogni tipo di elasticità.

La politica, in quest’ottica, è vista come primato dell’azione e non come applicazione operativa di una filosofia; gli assunti teorici non vengono rifiutati per il loro contenuto, ma in quanto tali, poiché tenderebbero ad imbrigliare la libertà d’azione e, quindi, a rendere meno efficace l’agire politico.

Diametralmente opposto è l’approccio politico di Baudet e del suo partito. Per loro la politica non è che uno degli strumenti, anche se certamente il più importante, per ricostruire un’armonia perduta o, meglio, schiacciata da un “progressismo” dominante ed oppressivo, anche se questo non significa inseguire l’assurda utopia di far rinascere una società che non esiste più, ma l’idea forte e “di progresso” di liberare i valori tradizionali ed eterni, per permettere all’attuale società di evolvere verso un futuro migliore. Egli sintetizza questo programma politico così: «Il progetto della mia vita è che voglio ripristinare l’interezza del mondo: la totalità che esisteva prima della Prima Guerra Mondiale». Il termine «interezza» vuole proprio significare la complessità dell’armonia, non un modello storicamente definito di società.

Il tema centrale di tutta questa visione è la lotta contro quella che egli chiama, riprendendo il termine ed il concetto dal filosofo inglese Sir Roger Vernon Scruton, l’oikofobia[1], vale a dire l’odio terrorizzato che il “progressismo” occidentale ha nei confronti della propria cultura e della propria civiltà.

Baudet ed il Forum per la democrazia rappresentano la prima traduzione politica del conservatorismo filosofico, proprio del mondo anglosassone e del Regno Unito, in particolare, che partendo da una seria e serrata critica alla gestione del potere da parte delle élites “progressiste”, divenute dominanti, in senso pressoché assoluto, dopo il ‘68, evidenzia le contraddizioni dell’Illuminismo, anche se non è ancora giunto a posizioni genuinamente contro-rivoluzionarie.

Avendo, però, come filosofo di riferimento, di cui condivide l’impostazione generale, Scruton, Baudet “rischia” di spingersi molto avanti su questa strada. Il trionfo del Forum per la democrazia è lo straordinario successo, anche politico, di chi non fa discendere la crisi europea ed occidentale dall’oppressione di Bruxelles e/o dall’immigrazione islamica, ma vede queste come conseguenza dell’abbandono dei valori tradizionali della civiltà occidentale e, soprattutto, del concetto della prevalenza della civiltà rispetto al regime politico. Il crimine originario dell’Unione europea risiede proprio qui: nell’aver presunto che un sistema economico e politico potesse essere applicato meccanicamente a popoli diversi, con culture diverse; illuminante, a questo riguardo, è l’articolo di Scruton «Ora gli eurocrati capiranno che le culture non sono tutte uguali», pubblicato da American Spectator e tradotto da Enrico De Simone per «L’Occidentale» (13 novembre 2011).

Da tutto questo discende anche la moderazione di toni notata dai commentatori ostili a Baudet, di cui dicevamo sopra, nei confronti sia dell’Islam che dell’immigrazione e dell’Unione europea: la lotta contro questi fenomeni non è fine a se stessa, come, ad esempio, in Wilders, ma è strumentale alla difesa dei fondamentali valori della nostra civiltà.

Da tutto quanto detto, emerge la grandissima importanza delle elezioni olandesi, che possono rappresentare il primo passo verso la riscoperta, anche sul piano politico, della vera anima dell’Europa.

 

[1] Dal greco οἶκος (oicos) = casa e φόβος (fobos) = panico, paura, terrore e, conseguentemente, ostilità ed odio generati dalla paura.

 

 

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