La politica di repressione del Cialdini doveva proseguire con La Marmora, che dichiarò lo stato d’assedio fino al 16/11/62, perché nell’estate dello stesso anno la guerriglia, dopo la pausa invernale, era riesplosa con una virulenza mai registrata prima: è questa la fase del cosiddetto «Grande Brigantaggio», che interessa sempre più uomini in prima linea e coinvolge quasi tutta la popolazione in tutti i suoi strati sociali.

Diventa, contrariamente a quanto qualcuno ha sostenuto, una lotta interclassista perché:

  • i ceti possedenti appoggiavano il brigantaggio con aiuti finanziari, con forniture di armi e viveri, con ricoveri nelle masserie di campagna, con informazioni di quello che accadeva e si decideva nelle città;
  • la Chiesa, oltre alla diretta partecipazione alle imprese d’armi ed alla vita delle bande, parteggiava apertamente per la causa legittimista, anche a causa della confisca dei beni ecclesiastici. Lo dimostra il fatto che gli arcivescovi di Napoli e Salerno ed il vescovo di Teramo vennero espulsi dal Regno e che in breve tempo 71 su 97 tra arcivescovadi e vescovadi restarono vacanti;
  • le Amministrazioni locali erano per la maggior parte di orientamento filoborbonico;
  • le Masse contadine rappresentarono il cuore della guerriglia, ma ad essa contribuì anche il fenomeno del “manutengolismo” (alcuni documenti sequestrati all’inglese James Bishop riportavano che nel 1862 vi era una rete di congiurati di 80.702 uomini, di cui 16.353 armati), contro il quale il Governo mise in atto una nuova strategia attraverso i Tribunali Militari, con misure eccezionali quali la pena di morte, il confino politico ed il domicilio coatto.

La legge Pica venne approvata il 1° agosto del 1863 ed in base ai suoi articoli vennero dichiarate in stato di brigantaggio tutte le provincie del Mezzogiorno, escluse Napoli e Terra d’Otranto, e furono istituiti Tribunali Militari ad Avellino, Caserta, Foggia, Potenza, Campobasso, L’Aquila e Cosenza, che si aggiunsero a quelli di Bari, Salerno, Catanzaro e Chieti.

La legge venne applicata con estremo rigore (a Napoli nel 1863 si operavano normalmente 200 arresti al giorno, tanto da suscitare le proteste di Napoleone III, che pur era alleato del Piemonte, e del Console inglese a Napoli che si lagnava per i 20.000 prigionieri accalcati nelle carceri napoletane). La Commissione Massa accertò, tra l’altro che sempre nell’ex capitale del Sud la gente era tenuta in prigione per anni, (persino nei casi in cui il reato previsto prevedesse una pena massima inferiore), per cui pur iniziando a dare subito frutti suscitò una forte reazione in tutto il Meridione. Tale legge fu prorogata fino al 12/01/1864, allorquando ne venne votata una nuova più o meno dello stesso contenuto che restò in vigore fino al dicembre 1865.

A questo punto risulta chiaro che non ha alcun fondamento la tesi di coloro che vorrebbero che il brigantaggio fosse un semplice fenomeno di criminalità organizzata.

Certo, c’era anche la rivolta contro i «galantuomini» diventati, come tutti i voltagabbana, parte delle nuove classi dirigenti; certo, c’era anche la protesta contro il pesante prelievo fiscale introdotto dal nuovo Stato; certo, c’era anche l’ostilità popolare per l’introduzione della leva obbligatoria e c’era anche la rivolta contro l’abolizione di tutti gli usi civici secolari (il diritto di legnatico, di erbatico e di pascolo) e contro l’eliminazione dei beni demaniali ed ecclesiastici che venne ad aggravare la condizione dei braccianti agricoli.

 

Ma trova sempre più credito l’interpretazione di coloro che accostano l’insurrezione armata antiunitaria alla ribellione della Vandea, come dovettero riconoscere lo stesso Benedetto Croce e Giustino Fortunato.

Con la differenza che nel caso francese la sollevazione fu determinata prevalentemente dalla volontà della popolazione di restare attaccata alle proprie tradizioni ed all’antica struttura sociale che la rivoluzione giacobina voleva sovvertire; si trattò, quindi, di un movimento più politico e sociale che culturale e storico.

Nel caso del brigantaggio meridionale invece il movente è il rifiuto massiccio e generalizzato a lasciarsi annettere e conquistare da parte di uno Stato straniero, che si sente estraneo, ed è l’opposizione ad una vera e propria aggressione.

Rifiuto ed opposizione che nasce dalla consapevolezza, più o meno intuita e sentita, della diversità storica, culturale, religiosa, linguistica, sociale del regno delle Due Sicilie rispetto al resto d’Italia.

Lo storico Molfese parla, infatti, di “una confusa ma radicata ideologia contadina” delle popolazioni meridionali legate alle sorti della monarchia borbonica da un patto di fedeltà che è difficilmente spiegabile, ma le cui origini, cause e motivazioni vanno certamente ricercate in un complesso di contingenze e vicende storiche (Burke con queste vicende e contingenze spiegava la differenza tra rivoluzione e costituzione inglese e rivoluzione e costituzioni francesi), di tradizioni, di credenze religiose, di rapporti sociali, che fanno cadere miseramente la tesi, ormai obsoleta, del brigantaggio come fenomeno di lotta di classe.

È vero che la borghesia fu fatta oggetto di attacchi briganteschi, ma ciò avvenne più per le sue idee e simpatie giacobine che per il fatto in sé di essere titolare di diritti di proprietà.

Lo dimostra il fatto che è tutto “il Paese” che appoggia i briganti, che la stessa maggioranza governativa del tempo era del parere che i possidenti appoggiassero il brigantaggio, come in effetti avveniva regolarmente ed, invece, non sarebbe avvenuto se la lotta avesse avuto un connotato classista.

Connotato che non avrebbe potuto avere, visto che tutti i capibanda avevano idee legittimiste e monarchiche.

La realtà è che la protesta del Sud non riguardava solo contadini, ma coinvolgeva, come abbiamo visto già, il ceto dei proprietari, il clero e molti commercianti e professionisti, come dimostrano le liste degli imputati dei Tribunali Militari.

 

 

Certo, se si guarda alla percentuale dei condannati rispetto agli imputati si può essere tratti in errore dalle cifre. Infatti rispetto al 22% di contadini condannati, vi è solo un 10% di proprietari terrieri. Ma sorprendentemente vi è anche un 28% dei liberi professionisti e degli studenti, un 27% degli operai ed, addirittura, un 90% dei sacerdoti e religiosi.

A parte il fatto che bisogna tener presente che le cifre dei condannati non sono significative, perché è molto più facile condannare chi viene trovato con le armi in pugno (i contadini) che accertare la colpevolezza di chi si limita ad un’azione di copertura e di manutengolismo.

Bisogna piuttosto prendere in considerazione i dati relativi alle imputazioni, perché sono queste a fornire un dato sociologicamente, anche se non giuridicamente, rilevante.

Come certamente più significativi ai nostri fini sono i dati fornitici dall’insospettabile Paolo Sylos Labini, che fa riferimento alla distribuzione degli imputati tra i vari ceti sociali, tenendo conto della loro incidenza sull’intera società-

Allora, considerati tutti gl’imputati dei Tribunali Militari negli anni 1864-65, rispetto alle stime relative alla popolazione del 1881 si vedrà che:

 

Categorie Sociali      % Dati Sylos Labini 1881        % Imputati Tribunali Militari 1864-65

Studenti e professionisti     0,6    0,8

Operai ed artigiani    23,2  6,0

Negozianti e commercianti 2,4    3,0

Contadini ed operai agricoli         39,7  62,6

Possidenti, 2/3 borghesi e coltivatori diretti     12,6  13,6

Cocchieri, facchini, marinai, ecc. ecc.    3,6     0,9

 

Allora appare più condivisibile la tesi di Carlo Levi, secondo la quale il mondo contadino del Sud, che non era affatto un mondo immobile e fuori dalla storia, e non si riduceva ai soli contadini, ai braccianti, ma comprendeva i proprietari, i preti, i galantuomini, i pubblici ufficiali e persino gli studenti ed i liberi professionisti, era un mondo che si era formato autonomamente nel corso di un lungo millennio, tenuto unito da una prospettiva della vita e della società, dotato di una solida cultura tradizionale e regolato da principi di carattere religioso.

Un mondo che ora si sentiva minacciato e che con le armi in pugno e con il brigantaggio si opponeva all’“altra Italia”.

E questa contrapposizione tra paese reale e paese legale, tra intere popolazioni e governo centrale sarebbe rimasto sempre latente e sarebbe riemerso in varie forme, con alterne vicende e con più o meno virulenza, ogniqualvolta lo Stato unitario avesse perso autorevolezza e l’idea ed il sentimento di appartenenza ad un solo popolo e ad un solo destino si fosse affievolito.

E ancora oggi, lungi dall’essersi ridotto, quel divario va sempre più aggravandosi, allontanandoci anche e sempre più dal resto dell’Europa.

 

 

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1 commento su “Brigantaggio, interpretazioni del fenomeno, giudizi e insegnamenti – II”

  1. Concordo pienamente su questa tesi, che è anche la mia, oramai accettata, soprattutto da parte di altre nazioni Europee. In Italia persiste la volontà accademica, anche se sempre più debole, di difendere a tutti i costi la vulgata risorgimentale, celando gli interessi economici del Regno di Sardegna e dell’Inghilterra, quelli ideologici della massoneria ecc ..Si trattò di una invasione, di una guerra senza dichiarazione, di una annessione forzata..

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