Il 12 febbraio scorso, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è stato sottoposto ad una serie di attacchi da parte dei rappresentanti dei maggiori raggruppamenti politici del Parlamento europeo, culminati negli insulti, a lui ed all’Italia, del capogruppo dell’Alde (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa), il belga Guy Verhofstadt, che gli ha esplicitamente domandato: «per quanto tempo lei sarà il burattino mosso da Di Maio e da Salvini?». E, non contento, ha aggiunto, velenoso, «io amo l’Italia oggi mi fa male vedere la degenerazione politica di questo Paese». La risposta di Conte è stata, come sempre, pacata, ma, stavolta, particolarmente ferma e pungente: «non sono e non sarò burattino, forse lo è chi risponde a lobby e comitati d’affari».

L’episodio, a prima vista, potrebbe apparire come una pesantissima caduta di stile e di garbo istituzionale da parte di un eurodeputato, ma, in realtà, si tratta della formalizzazione di uno scontro durissimo all’interno dell’Unione europea, scontro tanto duro e decisivo da far saltare, almeno da parte comunitaria, ogni tipo di galateo istituzionale. Le affermazioni di Verhofstadt sono particolarmente gravi, più nella loro sostanza che nella forma, e rivelatrici della paura della volontà popolare che caratterizza gli eurocrati ed i loro sostenitori.

Le parole dell’eurodeputato belga ricordano, nella loro struttura sintattica e nel loro valore politico, l’incipit della prima orazione Catilinaria di Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.): «Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quamdiu etiam furor iste tuus nos eludet? Quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?» (Fino a quando dunque, Catilina, abuserà della nostra pazienza? Quanto lungo ancora codesta tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?). L’ultimo grande difensore della Repubblica romana contro l’incipiente instaurazione imperiale chiama Lucio Sergio Catilina (108-62 a.C.) a rispondere in Senato della sua congiura e del suo tentativo di prendere il potere con la forza, contro tutte le leggi dello Stato, smascherandolo e, di fatto, facendo fallire la suddetta congiura.

Verhofstadt vuole assumere, davanti al Parlamento europeo, lo stesso ruolo, accusando il Presidente del Consiglio italiano e, tramite lui, l’Italia tutta di attentare alla sopravvivenza stessa dell’Unione europea. Balza, però, immediatamente agli occhi una differenza fondamentale tra le due situazioni: l’azione di Catilina è contraria alle leggi romane e, quindi, si sostanzia in un crimine, mentre ciò che viene imputato al Governo italiano, nella persona del suo Capo, non viola nessuna norma giuridica ed è, unicamente, una linea politica, condivisibile o meno che sia, ma assolutamente legittima.

Per Cicerone, come per tutta la cultura romana, il sommo crimine da denunciare in Senato è la congiura contro i poteri dello Stato e, soprattutto, contro l’ordinamento giuridico romano, supremo orgoglio dell’Urbe; per Verhofstadt, come per tutta la Sinarchia eurocratica, il sommo crimine da denunciare di fronte al Parlamento europeo è il perseguire coerentemente, rispettando lo spirito e la lettera della legge, una politica non gradita. Per comprendere a fondo la differenza di quanto Verhofstadt sia agli antipodi di Cicerone, basta soffermarsi sul contenuto della sua accusa al Presidente del Consiglio italiano: essere «il burattino mosso da Di Maio e da Salvini».

A parte l’utilizzo del termine «burattino», per indicare il fatto di rispondere politicamente a qualcuno, utilizzo che denota violenta volontà di insultare e volgarità umana, oltre che politica ed istituzionale, è importante sottolineare che il capogruppo di Alde denuncia come crimine, del quale richiede la cessazione nel più breve tempo possibile, la soggezione politica del Presidente del Consiglio ai due capi politici dei partiti che assicurano la fiducia delle Camere al Governo. Egli, di fatto, denuncia come crimine il rispetto della Costituzione italiana.

La nostra Carta fondamentale disegna una Repubblica parlamentare, nella quale il Governo è espressione del Parlamento e non ha, a differenza di quanto avviene nei regimi presidenziali, una sua legittimazione autonoma, ma risponde alle Camere, dalla cui fiducia dipende. La volontà parlamentare è, di fatto e di diritto, la volontà della maggioranza e, conseguentemente, dei partiti che tale maggioranza costituiscono. Conte, quindi, si trova nella situazione di essere il capo istituzionale di Di Maio e di Salvini all’interno dell’Esecutivo, in quanto essi sono i suoi vice, ma si trova a rispondere politicamente agli stessi, in quanto capi politici e, conseguentemente, interpreti della volontà dei partiti che sorreggono parlamentarmente il Governo.

Questo costituisce il cuore istituzionale della Costituzione. L’attacco di Verhofstadt è, nella volgarità della forma, un insulto alla persona di Giuseppe Conte, ma, in maniera molto più grave, è, nella sostanza, un’aggressione a tutto il nostro assetto istituzionale. Il silenzio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, appare in tutta la sua gravità: il compito del Capo dello Stato è, nel nostro ordinamento, quello di difendere la nostra Carta fondamentale, non quello di scegliere i Ministri!

Il Partito socialista europeo ed il Partito popolare europeo sono portatori di proprie ideologie, che, progressivamente, hanno piegato agli interessi della Sinarchia eurocratica, ma l’Alde non ha una sua base dottrinale ed adotta, come summa dei suoi principi politici, la stessa visione sinarchica del mondo. È, quindi, particolarmente significativo il suo agire politico, che, di fatto, è la massima espressione dell’azione della Sinarchia.

Verhofstadt, quindi, ci spiega che il sommo crimine, per l’Unione europea, non è l’attentato alle istituzioni democratiche dei Paesi membri, ma l’adozione di politiche non condivise: è quello che va sotto il nome di «anti-europeismo», di «sovranismo» o, più semplicemente, di «nazionalismo». Lo scontro è, quindi, tra due diverse “legalità”: da una parte, gli ordinamenti giuridici vigenti, che, almeno formalmente, riconoscono la sovranità nei popoli e ne regolano l’esercizio a livello nazionale, secondo quanto previsto dalle varie Costituzioni; dall’altra, il principio rivoluzionario ed anti-giuridico, secondo il quale diviene “illegale” tutto ciò che contrasta con l’ideologia sinarchica e che si oppone a quanto voluto dall’Unione europea e, in particolare, dalla Banca centrale europea, “vera” depositaria della sovranità eurocratica.

Verhofstadt, quindi, non rappresenta, indipendentemente da quanto voglia apparire, Cicerone, ma Catilina e, al tempo stesso, Publio Clodio Pulcro (93/2-52 a.C.), il cesariano che fece esiliare Cicerone proprio perché aveva fatto fallire la congiura di Catilina.

Risulta, dunque, chiaro che chiunque, in qualunque forma ed in qualunque modo, difenda e giustifichi Verhofstadt e l’Alde attenta, nei fatti, alla sovranità del popolo italiano ed alla nostra Costituzione.

 

 

 

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4 commenti su “Attacco europeo all’Italia sulle orme di Catilina”

  1. Ormai risulta evidentissimo che l’attuale governo italiano è perseguitato da TUTTI I POTERI FORTI.
    Indipendentemente dalle capacità dei relativi membri, è sicuramente malvista la cattolicità del presidente Conte e quella del ministro Salvini.
    Mi affido e li affido tutti al Signore, ma i TEMPI stanno peggiorando a vista d’occhio…

  2. Carla D'Agostino Ungaretti

    Gentile Signora Paola, io non scommetterei molto sul quoziente di cattolicità di Conte e Salvini – quoziente per giudicare il quale è competente solo il Padre Eterno – ma resta il fatto che i nostri due vicepremier a volte si comportano in modo da far saltare i nervi a un santo, ferma restando comunque l’inqualificabile cafoneria del Sig.(si fa per dire) Verhofstadt, che lo rende indegno di un consesso internazionale e fa fare una pessima figura al paese che rappresenta e che è tra i fondatori dell’Europa. Per il resto sono totalmente d’accordo con il Direttore Manetti, ma purtroppo la maleducazione personale e sociale oggi dilaga dovunque ed è sempre più difficile estirparla. Io non mi ci abituerò mai, ma ormai la mia generazione, e i valori di cui essa è portatrice, non contano più nulla.

  3. Tutto vero, “si parva licet componere magnis”. Guy Verhofstadt non è Cicerone, anche se sarei tentato di augurargli la stessa sorte, e nemmeno Conte, per nostra fortuna, è Catilina

  4. Come giustamente ha detto Enrico Nistri trovo qualche difficoltà nel riconoscere una somi-glianza del triste episodio nelle vicenda dello scontro tra Cicerone e Catilina, che godeva delle simpatie di Cesare. Non solo il silenzio di Mattarella, di solito stentoreo e loquace, è gravemente disdicevole, ma c’è stato il silenzio anche dei parlamentari italiani, che avrebbero dovuto per l’occasione essere tutti presenti e chiedere l’espulsione di Verhofstadt per il suo insulto personale al nostro primo ministro Conte. La risposta di Conte è stata perfetta, chiamando in correità molti parlamentari europei, che intrattengono relazioni poco limpide con le tante lobby che stazionano a Bruxelles.

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