Vi presentiamo un’altra raccolta di opere aforistiche di Gustave Thibon (1903-2001), intitolata “L’invisibile luce” (D’Ettoris Editori 2022, pp. 342, € 24,90), la quale contiene due libri di questo autore che in lingua originale (francese) erano così intitolate: la prima, del 1970, Notre regard qui manque à la lumière (Il nostro sguardo che manca alla luce) e la seconda, del 1995, L’illusion féconde (L’illusione feconda).

La raccolta aforistica è suggerita a chi desidera una lettura “leggera”, capace di far riflettere sul mistero di Dio, sulla Fede, ma anche sui sentimenti, sui desideri e sulle miserie umane; ma cosa vi sarebbe di leggero in ciò? È la forma inconfondibile e peculiare di Thibon: a questioni profonde non sempre servono grandi e tortuose enunciazioni, la semplicità e la chiarezza delle espressioni è ciò che più cattura e che aiuta davvero a comprendere, semplicità che non vuol dire semplicismo. Questi aforismi mettono in luce le innumerevoli e sfavillanti apparenze e seduzioni dell’uomo, le suggestioni degli idoli che egli insegue nel nome del progresso, perché crede, talvolta in buona fede, di perfezionare l’esistenza temporale, e alla fine constata i propri limiti, sebbene continui a rimanere un essere assetato di Verità e Amore.

Che volete, è umano? Affermazione tipica di biasimo a fronte degli errori umani. La nostra delusione è la prova che ci aspettavamo da qualcuno qualcos’altro, ma constatiamo che, in realtà, egli non poteva far altro che ciò che ha fatto.

«Non c’è miglior prova psicologica dell’esistenza di Dio che il disprezzo con il quale degli atei come Nietzsche o Sartre parlano dell’uomo. Sono quelli che vogliono eliminare Dio a profitto dell’uomo che perdonano meno all’uomo di non essere Dio. E niente è più logico in profondità di questo apparente paradosso. Abbiamo tutti sete di una pienezza e di una purezza che l’uomo non può dare, abbiamo tutti sete del divino. Chi crede in Dio può essere indulgente con le miserie dell’uomo: placa più in alto la sua sete eterna. Ma chi non crede che nell’uomo, quando si è sufficientemente ingozzato di sabbia e di acqua sporca, si rivolta con tutta la sua sete ingannata contro quel “fiume impuro” e vendica la morte di Dio sull’uomo divinizzato. Infatti, se l’ateo rifiuta Dio in quanto persona, egli rimane comunque attaccato al divino come perfezione e beatitudine, come evasione fuori dai limiti e dall’infelicità»[1].

Da un lato, si può constatare come l’ateismo professato e praticato abbia, inizialmente, condotto ad una fiducia troppo alta nelle capacità umane, per le scoperte tecniche e scientifiche, e sia sfociato, poi, nel suo diretto contrario, ossia nella colpevolizzazione dell’uomo in ogni suo ambito; vedasi, ad esempio, l’attivismo ambientalista contemporaneo.

Un altro ambito in cui si può osservare questa schizofrenia è l’esasperazione del principio di eguaglianza formale, dove emerge una fiducia  idealistica nell’attivismo umano, per eliminare le diseguaglianze di fatto esistenti, ma la realtà costringe, poi, a constatare che tali diseguaglianze persistono, mostrando anche un fondato motivo della loro naturale sussistenza; quando, tuttavia, si insiste sull’eliminazione di tali diseguaglianze, per affermare anche la cosiddetta eguaglianza sostanziale, si nota, di fatto, come dietro l’eguaglianza sostanziale si celi l’attiva concessione di privilegi a determinate categorie e la progressiva accusa di altre, ritenute di ostacolo alle prime, fino a colpevolizzarle: è l’accusa di chi crede nella “teologia dei diritti umani” a coloro che sono semplicemente realisti.

Gli atei non credono in Dio, ma, in molti casi, hanno egualmente sete di giustizia, di verità, di bontà e certi credenti, invece, pur sapendo che la vita prosegue «lassù», si disperano nel vedere che nel mondo di quaggiù le cose non vanno poi così bene.

Saint-Exupéry diceva: «Odio la mia epoca con tutte le mie forze»; e Thibon replicava: «Io, invece, la amo e sulla base di tutte le ragioni per odiarla. Giacché il male estremo richiede una reazione estrema: il sacro, il divino non essendo più legati ai costumi e alle leggi come nelle epoche sane, con tutto quel conformismo sociale che ciò presuppone, potranno alla fine essere scelti in tutta la loro purezza, ed io presagisco la comparsa di un pusillus grex[2] nel quale il grande disgusto risveglierà l’ultima speranza, e che ritroverà l’assoluto al di là delle barriere del sociale»[3].

Questo è lo spirito con cui deve vivere ogni cattolico. È constatato che oggi viviamo in un’epoca anticristiana in fatto di mentalità, di leggi, di usi e costumi sociali, il non credente afferma «meno male», come se si sentisse liberato, slegato come se avesse finalmente superato un grande ostacolo: per usare la metafora del nano in piedi sulle spalle del gigante, questo nano (il non credente) ora è sceso dalle spalle e cammina da solo, ma dove va, se gli ostacoli permangono?

Il cattolico, invece, si dispera in mezzo a questi “nani” che lo vogliono tirare giù non per vedere oltre all’orizzonte, ma per vedere la polvere sotto i loro i piedi.

«Il Cristo è venuto per elevarci al di sopra del tempo oppure per migliorare la nostra condizione nel tempo? La risposta salta agli occhi nel Vangelo – dove non è mai questione di problemi strettamente temporali che sono lo specchietto per le allodole della nostra epoca: il Cristo è venuto unicamente per portarci la vita eterna»[4].

Il cattolico deve sia discostarsi dall’immoralità professata che dalla morale sociale; Thibon spiega che c’è una differenza tra morale sociale e morale religiosa. «La morale sociale ci impone l’osservazione di un certo numero di precetti astratti, ma poco le importa con quale spirito noi obbediamo (quando ci proibisce, per esempio, il furto o l’adulterio, non si preoccupa di sapere se è per impotenza, per timore o per amore che rispettiamo la legge: solo il risultato le interessa); in altri termini, non attribuisce alcuna importanza alla purezza o all’impurità delle acque, a patto che imbocchino i canali che ha tracciato e, dato che è incapace di trasformare il male in bene, non ha spesso altra risorsa che quella di neutralizzare il male con il male. La morale religiosa, invece, riposa sul primato della vita interiore e l’affermazione del Bene assoluto; non le basta canalizzare il male, vuole prosciugarlo alla sua fonte, che è il cuore dell’uomo decaduto e riscattato. Si tratta solamente di purificare la fonte – e non più di costruire delle dighe e dei canali attorno a un fiume impuro»[5].

La vita oggi è piena di suggestioni, di opportunità di esperienze che si possono fare, si osserva per ogni dove come le persone inseguano obiettivi, desideri, vogliano continuamente fare esperienze e poi raccontare con fierezza quello che hanno ottenuto. Ecco, c’è un po’ da diffidare da questa attitudine.

«Non conosci la vita, non puoi privarti di ‘certe esperienze’» dicono gli uomini e le donne d’azione. Cosa significa conoscere la vita?

«Gli avvenimenti della vita hanno un senso che noi gli diamo; dipendono dalla nostra interpretazione creatrice. Non appena sono soddisfatti i bisogni elementari, le cose e i fatti non sono altro che segni spirituali».

Con segni spirituali si intendono tutte quelle realizzazioni umane che non sono altro che il risultato delle nostre virtù o dei nostri vizi.

«Il bisogno di mangiare è un fatto, ma qual è il motivo per cui il gaudente mangia quando non ha più fame e l’asceta rifiuta a volte di mangiare quando ha fame?  […]

I fatti sono dei materiali plastici che ricevono la loro forma dalla nostra ricezione: si offrono a noi come i suoni ai musicisti, ma la chiave dell’armonia è nella nostra anima e ai richiami che ci colpiscono rispondiamo con un eco in cui si mescola l’accento della propria voce. Ciò che chiamiamo esperienza è l’incontro del mondo esteriore che fornisce la materia e del mondo interiore che crea la forma e il senso. L’impasto ci viene dall’esterno, ma è il lievito che tiriamo fuori da noi stessi che ne fa un alimento più o meno nutritivo – o un veleno. […]

E che ti importa di assaggiare ogni sorta di bevanda, se l’impurità della tua bocca snatura il suo sapore, o di veder sfilare davanti a te tutti i paesaggi dell’universo, se non porti nei tuoi occhi il bagliore che svela la loro bellezza?»[6].

Questo può farci riflettere sull’innumerevole quantità di dati e contenuti che scrolliamo e cerchiamo su internet e sui social network: un’immensità di informazioni e di suggestioni, ma quanti valgono davvero? Ne siamo anche consapevoli, ma ne siamo tutti più o meno coinvolti. E potremmo anche interrogarci su quante effettive “esperienze” nella nostra vita hanno contato realmente. È il solito tema esistenziale sul tempo di qualità e non sul tempo come quantità.

Thibon insiste su come tutto dipenda dalla qualità del nostro sguardo: «quando la visione interiore si aggiunge alla visione carnale, vediamo la realtà invisibile e nello stesso tempo l’apparenza sensibile: l’apparenza diventa apparizione»[7].

L’esperienza sensibile, per l’uomo, non è mai slegata dal suo significato spirituale. Paradossalmente sono più “materialisti” i cattolici rispetto ai veri materialisti: perché il sensibile è strumentale allo spirituale.

«Tutto è segno per l’uomo, comprese le cose materiali: segno d’amore, di potenza, di sicurezza ecc. E anche nel diletto delle cose sensibili, l’immaginazione ha più spazio dei sensi: dappertutto, il significato invisibile, imponderabile, ha la meglio sulla materialità del segno. Prendete una lettera d’amore: la sua realtà ultima è nella carta e nell’inchiostro o nella tenerezza che l’ha dettata?

In cima alla piramide dei segni, l’Eucaristia: la carne e l’anima del Salvatore sotto le specie del pane e del vino.

E la morte, passaggio dove il segno viene assorbito nel significato…»[8].

 

Andrea Mantegna (1431-1506), Cristo morto (1470)

 

[1]      Gustave Thibon, L’invisibile luce, D’Ettoris Editori, 2022, p. 24.

[2]      Piccolo gregge.

[3]      Ivi, p. 316.

[4]      Ivi, p. 201.

[5]      Ivi, p. 144.

[6]Ivi, pp. 47-48.

[7]Ivi, p. 30.

[8]Ivi, p. 331.

 

 

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