Il 1° novembre scorso Monsignor Brambilla, Vescovo di Novara, ha emesso il «Comunicato sull’applicazione in diocesi di Novara del Motu Proprio Traditionis Custodes», con cui dispone «quanto segue:

  1. Nell’Ossola il gruppo dell’ospedale di Domodossola si unirà al gruppo della Chiesa di Vocogno, per celebrare la messa secondo il Missale Romanum (1962) nel Santuario di Re. Nella Chiesa parrocchiale di Vocogno verrà riattivata la Messa domenicale in italiano secondo i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, per consentire a tutti i fedeli di parteciparvi.
  2. Si riprende la possibilità della celebrazione secondo il Rito del 1962 a Verbania nella Chiesa di San Giuseppe (in Pallanza), sospesa nel periodo di Covid.
  3. Si continua la celebrazione secondo il Missale Romanum (1962) a Romagnano trasferendola nella Chiesa sussidiaria Madonna del Popolo e/o nella Cappella dell’Oratorio di Romagnano».

Nel tentativo di persuadere il Prelato a recedere dalla sua decisione di smantellare le comunità cattoliche, che, sotto la guida di don Alberto Secci e don Stefano Coggiola, in quella Diocesi mantenevano viva la Fede cattolica e la celebrazione della Santa Messa di sempre, moltissimi fedeli hanno indirizzato al Vescovo lettere di supplica e di spiegazione; non ci risulta che Monsignor Brambilla abbia risposto ad alcuno.

Undici fedeli, per evitare che le tenebre del silenzio agevolino questa operazione contro la Fede, ci hanno inviato le loro missive, che noi volentieri pubblichiamo, come nostro piccolo gesto di sostegno alla loro Buona Battaglia. In questo spaccato si odono tutte le note del Cattolicesimo, dalla difesa dottrinale alla testimonianza di Fede e di Carità cristiana. Alcune sono particolarmente toccanti; in molte emerge la preoccupazione dei genitori per l’educazione cristiana dei figli, messa a repentaglio dalla persecuzione in atto.

Ci permettiamo di invitare i nostri lettori a leggerle tutte, sia per trovare valide ragioni per appoggiare, ciascuno come può, questa nobile battaglia, che per trarne motivo di meditazione personale, onde accrescere il fervore della propria Fede.

 

 

  1. Airola Cinzia

Buongiorno,
Sono una parrocchiana di Vocogno e vi allego la lettera che ho appena spedito a Sua Reverendissima Eccellenza Vescovo della Diocesi di Novara Franco Giulio Brambilla per sensibilizzare più persone possibili riguardo il nostro stato d’animo dopo la decisione di sospendere la Messa in latino nella nostra Parrocchia.

Ringraziando per l’attenzione

Cordiali saluti

Cinzia Ariola.

 

Eccellenza Reverendissima,

Le scrivo in uno stato di disperazione e sconforto al pensiero che tra pochi giorni la mia anima, quella di mio marito, delle mie figlie e di tutti i miei fratelli nella Fede che vengono a Vocogno, potrebbero essere private di tante Grazie che siamo sicuri vengano da Dio e non riusciamo a capirne il motivo.

La Prego fin da subito di ritornare indietro sulla Sua decisione perché non ci credo che un uomo di Dio come Lei non si renda conto di cosa significhi questo per le nostre anime.

Non avere più la guida di Don Alberto e Don Stefano che in questi anni hanno fatto un lavoro enorme per tutti e specialmente per i giovani (che sono seguiti come anche noi adulti anche con regolari incontri di dottrina).

Le basterebbe vedere con i suoi occhi quanti giovani, famiglie e bambini vengono a Messa a Vocogno alla Domenica e io ci vedo soprattutto una Fede forte che ci hanno insegnato a nutrire e una speranza per il futuro: questi giovani e questi bambini saranno ad esempio di come sia bello amare e onorare Dio Padre e Gesù.

Sicuramente tutta questa Grazia non avrebbe motivo di esserci senza l’aiuto anche quotidiano dei Sacramenti.

Io ho due figlie di 19 e 13 anni che hanno aumentato la mia preoccupazione quando mi hanno detto che la loro paura più grande è quella che, perdendo la preziosa guida di Don Alberto e Don Stefano insieme alla Messa che amano profondamente, possano perdere la Fede. Mi hanno anche confidato di temere che un domani i loro figli non possano avere la guida di chi, sicuramente per volere di Dio e dello Spirito Santo, è in grado con parole ed esempi di vita di insegnare cos’è la vera Fede.

Ci stiamo avvicinando al Santo Natale e per tutti noi è sempre stata di vitale importanza la partecipazione alla Novena che ci garantisce una degna preparazione per attendere la venuta di Gesù senza farci distrarre da tutto il vuoto che circola oggi attorno ad esso. Non vediamo l’ora di cantare tutte le sere “Regem venturum Dominum venite adoremus” e di inginocchiarci davanti al Santissimo, esposto tutte le sere dopo la Novena, per ricevere la Benedizione.

Io prego tutti i giorni Santa Caterina Nostra Amatissima Patrona che, così come ha convertito i pagani, possa sciogliere il Suo cuore e permetterci di continuare a pregare come più amiamo.

Non credo che lei voglia sulla Sua coscienza la perdizione a cui tante anime potrebbero arrivare e non lo vogliamo neanche noi.

Trovo alquanto sterile e priva di senso questa assurda “guerra” interna quando i pericoli per tutti noi cattolici sono ben altri.

Pregheremo tanto per la Sua anima e le nostre.

Non ci abbandoni perché noi non abbandoneremo Don Alberto e Don Stefano.

In Fede

Cinzia Ariola

 

  1. Laura

Buongiorno, sono Laura,

invio a voi, autorizzandone la pubblicazione, il contenuto della mail che ho inviato a Sua Eccellenza mons. Brambilla e al vicario generale lo scorso 13 novembre per chiedere di rivedere la sua decisione di togliere don Alberto Secci e don Stefano Coggiola dalle rispettive chiese di Vocogno e Domodossola.

In quella mail, come si legge, ho reso noto al vescovo quanto per me e la mia numerosa famiglia la frequentazione delle S. Messe celebrate in rito antico dei due preti e delle loro catechesi abbiano portato una crescita nella Fede, ravvivato l’amore alla S. Madre Chiesa oltre che enormi grazie a tutti noi, tutte cose di cui credo un Vescovo dovrebbe rallegrarsi che accadano grazie a dei Sacerdoti della sua diocesi…

Vorrei che la mia testimonianza, comprese queste poche righe, avessero più risonanza possibile poiché purtroppo, ad oggi, tutti gli appelli inviati a Sua Eccellenza non hanno avuto ancora risposta e purtroppo non sembra si riesca a recapitare altre mail.

Lo spirito con cui chiedo la divulgazione delle mie parole è quello che indica Gesù quando dice: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto»[1].

A fronte di lettere, scritti, interviste ecc. di noi fedeli, dall’altra parte c’è l’assoluto silenzio. Del resto anche la decisione di Sua Eccellenza sulle sorti delle due comunità si sono apprese indirettamente dalla stampa.

Perché?

Mi è rimasta impressa una espressione particolare che Papa Francesco, rivolgendosi al clero romano, aveva usato durante la Messa crismale del 2013: «…Questo vi chiedo: di essere pastori con “l’odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge…».

E noi? Perché il Pastore non risponde?

Questo silenzio mi riporta alla mente alcune parole che il Card. Sarah ha scritto sul suo ultimo libro e che mi raggelano ogni volta che le leggo perché con questa vicenda mi arrivano dritti al cuore:

«la Chiesa muore perché i pastori hanno paura di parlare con verità e chiarezza. Abbiamo paura dei media, dell’opinione pubblica e dei nostri confratelli! Ma il buon Pastore dona la sua vita per le proprie pecore (…) tra non molto sarò chiamato al cospetto del Giudice Eterno. Se non vi trasmetto la Verità che ho ricevuto, che cosa gli dirò? Noi vescovi dovremmo tremare al pensiero dei nostri silenzi colpevoli, dei nostri silenzi conniventi, dei nostri silenzi condiscendenti con il mondo».

Uso questo canale nella Speranza di raggiungere nuovamente Sua Eccellenza e rinnovarGli la preghiera che in tanti abbiamo fatto di poter continuare ad avere la possibilità di frequentare, lì nel posto dove l’abbiamo incontrata, la S. Messa di sempre quotidianamente e i preti che per il nostro cammino di Fede sono fondamentali, come ampiamente racconto nella prima missiva inviata a Sua eccellenza.

Spero anche che se qualche lettore cattolico praticante affezionato alla sua parrocchia e al suo prete dovesse leggere anche solo per caso questo scritto si immedesimi nella situazione e si immagini come starebbe se proprio con l’inizio dell’Avvento, proprio prima di Natale, venisse a sapere dai giornali che da un giorno con l’altro non avrà più la possibilità di partecipare alla Messa feriale nella sua chiesetta e che il parroco a cui è affezionato lo possono trovare altrove ma solo di domenica, senza nemmeno sapere chi verrà al suo posto, il tutto nel più perfetto silenzio da parte di chi decide…una vera tristezza se si pensa che chi infligge tutto ciò non è un’entità malvagia esterna ma proprio quella Chiesa, nelle persone dei suoi pastori, che invece dovrebbe avere a cuore il destino delle  anime e la loro salvezza, quella chiesa che oggi parla così tanto di incontro e di accoglienza, ma che in questo caso decide a tavolino e resta indifferente di fronte alle preghiere del suo gregge.

Spero di raggiungere anche i parroci che conoscono personalmente don Alberto e don Stefano alcuni dei quali sono certa che li stimano come persone, a prescindere dalle loro scelte e chiedo: a loro piacerebbe essere trattati con tanta distanza dal proprio vescovo?

Come stanno vivendo la vicenda? Dov’è quella fraternità, solidarietà e carità di cui spesso si sente parlare nelle omelie?

Di seguito riporto il testo della mail inviata al vescovo.

Grazie, Laura

 

Vostra Eccellenza reverendissima Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara,

sono Laura, quarantenne milanese, felicemente sposata e mamma di sei bambini con un altro in arrivo.

Fra le mille cose da fare mi trovo qui a scriverle questa mail nei ritagli di tempo, in seguito alla pubblicazione del Suo documento:

“Comunicato sull’applicazione in diocesi di Novara del Motu Proprio Traditionis Custodes”, in cui ho appreso con stupore e grande rammarico che dal 27 novembre “Nell’Ossola il gruppo dell’ospedale di Domodossola si unirà al gruppo della Chiesa di Vocogno, per celebrare la Messa secondo il Missale Romanum (1962) nel Santuario di Re. Nella Chiesa parrocchiale di Vocogno verrà riattivata la Messa domenicale in italiano…”

La Sua decisione mi reca enorme dispiacere e tutti in famiglia stiamo pregando da tempo perché si ricreda al più presto…

Dopo tanti anni trascorsi a partecipare alla Messa domenicale e feriale, con la sensazione di sentirsi in esilio nella propria parrocchia e anche altrove, perché avevo la sensazione di partecipare ad un grande spettacolo dove il rumore, la confusione e la fretta la facevano da padrone, finalmente recandomi in vacanza con la famiglia in valle Vigezzo, dopo il primo periodo in cui a Messa andavamo a S Maria Maggiore, ad un certo punto siamo capitati nella chiesa di Vocogno e da subito ci siamo sentiti a casa:

una chiesa piccola a ben curata, finalmente una liturgia silenziosa che aiuta al raccoglimento, me adulto e i bambini di conseguenza;

un ordine e un decoro che conducono direttamente al Sacro e al Soprannaturale;

un Sacerdote che lo si vede pregare in chiesa (tristemente raro e per niente scontato), che si inginocchia ancora davanti al tabernacolo, che veste l’abito e predica semplicemente la dottrina cattolica, senza paura di nominare Gesù Cristo e i Santi, che parla ancora dell’Eternità, della salvezza delle anime, della morte, dell’Inferno e del Paradiso, dei comandamenti, che non si perde in vuoti e inutili fraseggi che lasciano l’amaro in bocca e che si scordano appena usciti dal portone;

un sacerdote, anzi due, sempre disponibili per la confessione prima e dopo la Messa, in confessionale e senza appuntamento;

due sacerdoti che fanno il loro mestiere, perché il resto (organizzazione di eventi, incontri, saga della salamella ecc.) lo possono fare anche gli altri, insomma, quello che oggi scarseggia:

il prete che fa il prete, una Messa Santa, celebrata con solo quello che serve, semplice, silenziosa senza disturbi inutili, quello che il mio cuore cercava da anni, quello di cui credo la gente di oggi immersa nel baccano del mondo abbia veramente bisogno per ritrovarsi…

Il popolo di Dio ha sete di Dio e lì Dio si sente, c’è, non si può dubitare della Sua Presenza perché tutto Lo richiama.

Così purtroppo non posso dire delle celebrazioni cui ho assistito per una vita, cui ancora oggi a volte assisto, dove è tutto più dispersivo, a partire dal fatto che ci si guarda in faccia col celebrante, coi lettori, dimenticandosi invece di pensare all’Unico che conta, dove è più difficile restare raccolti e far stare composti i bambini perché c’è il brusio di fondo, gente che entra in ritardo, bambini che mangiano o colorano ecc. il tutto col beneplacito del parroco che non dice nulla, insomma un ambiente come tutti gli altri in cui è evidente che manca la consapevolezza del luogo in cui si è, del motivo per cui si è lì, dove le distrazioni sono molteplici e il sacro non si percepisce, dove si riceve la comunione distratti, senza consapevolezza di chi si ha in mano, dove tanto spesso si vedono particole distribuite da una batteria di ministri per snellire la distribuzione e accorciare il tempo della funzione, particole che troppo spesso ho visto cadere e raccogliere in modo rocambolesco, dove si riceve Gesù come si consuma il panino col salame, tutti segnali che non aiutano certo ad accrescere la Fede, anzi semmai la fanno scappare…

E questo lo dico per esperienza personale, sono cresciuta in una famiglia cattolica, fedele alla Messa domenicale, sono figlia del nuovo rito, per me unica forma liturgica conosciuta fino a pochi anni fa e proprio per questo l’incontro del rito antico è stato per me e per la mia famiglia un giungere al porto sicuro tanto cercato, che sta portando grandi frutti inaspettati alla mia famiglia e ai miei figli, della cui educazione e crescita nella fede dovrò rendere conto al buon Dio che me li ha donati, come mi ricordano le promesse matrimoniali…

Io e mio marito partecipando a quella S. Messa sentiamo di aver ricevuto una grazia enorme, abbiamo cambiato vita, e stiamo raccogliendo grandi frutti, siamo passati dall’affannoso appoggiarci alla sola compagnia umana nell’inutile ricerca di certezze che da sola quella compagnia umana non potrà mai dare, a confidare nella divina Provvidenza, che ci spinge ad essere aperti alla vita certi che non ci sarà difficoltà che il Signore che ci ha Donato i nostri figli non ci aiuterà a superare; abbiamo cominciato seriamente a pregare insieme invece che stordirci di televisione che ora stiamo pensando di eliminare tanto è sempre spenta, prima qualche Ave Maria serale ora il salterio completo, la sera preghiamo il rosario, una parte anche coi bambini che partecipano senza costrizioni, anzi ogni tanto abbiamo sorpreso le figlie più grandi a finirlo insieme in cameretta. A volte troviamo le grandi che leggono le storie dei santi ai più piccoli che ascoltano con vivo interesse.

Mio figlio di tre anni e mezzo ci tiene a guidare la recita della prima decina del rosario, guai a chi gliela tocca;

mia figlia di 5 anni quando la accompagno io all’asilo mi richiama all’ordine se quando passo davanti alla statuina della Madonna che c’è in cortile non faccio il segno di croce e l’inchino come fa il papà;

mia figlia di seconda elementare nutre un amore particolare per la Madonna e la disegna in tutte le salse;

mia figlia di quarta elementare, iscritta a catechismo in parrocchia a Milano, quest’estate ha insistito per ricevere la S. Comunione a Vocogno invece che farla con i suoi coetanei il prossimo maggio “perché mamma, qui è speciale” e si è preparata con grande fervore all’evento studiando un semplice essenziale libricino di dottrina cattolica “non edulcorata” come gli odierni libri di catechismo e ha ricevuto in piena coscienza Gesù e per compito ha scritto un testo (che allego) che ha commosso tutti e per regalo ha chiesto agli zii un crocefisso da mettere sulla scrivania;

mia figlia di prima media, cresimata in parrocchia in ottobre, va a scuola a piedi e spesso passa dalla chiesa prima delle lezioni e l’insegnante di religione, considerate le sue risposte  alle domande che fa in classe, le chiede spesso dove impara queste cose e lei risponde candidamente: “da un prete dove andiamo a Messa in montagna”.

Sempre le figlie più grandi hanno passato l’estate a chiederci di poter andare a Messa tutti i giorni, soprattutto nei giorni in cui è al mattino alle 7, non pesa la sveglia alle 6,30.

Tutto ciò non è merito nostro, ma della grazia che scaturisce dalla frequentazione di questa S. Messa e dei suoi ministri don Alberto e don Stefano, che quest’estate ci hanno fatto anche tanta compagnia portandoci in visita al Sacro Monte di Orta, al Passo Sempione, a Sion ecc., accostando sempre alla visita dei luoghi un costante richiamo al soprannaturale.

Sua Eccellenza: in quarant’anni, pur avendo partecipato a gite vacanze dell’oratorio prima da bambina poi da responsabile credo di non aver mai visto due sacerdoti in talare, seduti a duemila metri davanti a un lago con dietro le mucche, col breviario in mano a pregare in pieno pomeriggio…

Vostra Eccellenza: di cosa hanno bisogno i bambini, i ragazzi di oggi, gli adulti, IO se non di vedere uomini consacrati a Dio che amano Dio, stanno con Dio e lo servono?!!

Queste immagini servono più di mille splendide iniziative accattivanti perché restano impresse nei cuori!

Noi genitori abbiamo bisogno di poter rispondere ai nostri bambini che chiedono “cosa stanno facendo? Perché non fanno merenda con noi?”: “Stanno pregando, tranquillo poi mangeranno anche loro il cioccolato”…

Eccellenza,

mi fermo qui con gli aneddoti… le chiedo invece:

1) Riconosce anche Lei il Bene in quanto Le ho confidato? Credo di sì… e allora se la bontà di un’opera si giudica dai frutti come può ritenere un bene destabilizzare la realtà di Vocogno, spostandone il Sacerdote? E quella di Domodossola, una comunità legata all’ospedale evidentemente impossibilitata a spostarsi data l’ “utenza”?

2) Perché introdurre una Messa nel rito nuovo in questa piccola parrocchia di un paese per lo più disabitato dove alle uniche sparute anime cristiane che si recano alla Messa sta bene partecipare alla S. Messa in rito antico?

3) Come spiego ai miei figli che la Santa Madre Chiesa, in questo caso nella persona di Sua Eccellenza, che dovrebbe avere a cuore in primis la salvezza delle anime, esprime avversione alla S. Messa di sempre (quella cui hanno partecipato tutti i santi) e ai suoi ministri, “al don Alberto e al don Stefano” come dicono i miei bambini, che hanno fatto tanto bene alla nostra famiglia e a tante anime?!! Cosa rispondo quando mi chiedono: “Perché il vescovo non li vuole più lì? Perché li manda via?”

4) Nel “Documento di lavoro per la Tappa Continentale del Sinodo” presentato lo scorso 27 ottobre, che è girato nella mia parrocchia, mi ha colpito la definizione che la CEI dà della Chiesa:

«La Chiesa-casa non ha porte che si chiudono, ma un perimetro che si allarga di continuo».

In questa Chiesa dove si parla di inclusività totale perché ci deve essere l’accoglienza verso le più svariate situazioni umane (divorziati risposati, genitori single, conviventi ecc. ecc.) e invece una chiusura totale alla “tradizione”, quella fatta di persone, anime come quelle della nostra famiglia, che vogliono semplicemente imparare ad amare Cristo e la dottrina di sempre? Perché non ci può essere un posto per “noi”?

Eccellenza,

spero Lei abbia avuto la pazienza di leggere e avrà la bontà di rispondere alle mie povere parole scritte davvero col cuore.

La prego, non ci tratti ideologicamente come un “gruppo attaccato alla tradizione”, perché siamo semplicemente persone, cristiani adulti che hanno scelto liberamente l’ovile dove tornare, non ci tolga don Alberto e don Stefano e soprattutto la S. Messa quotidiana oltre che festiva in latino, proprio adesso che li abbiamo trovati e che ci siamo affezionati! Non interrompa ciò che Dio ha cominciato!

Senza pastori dove andremo?

Per favore, lasci che queste due parrocchie continuino ad essere un porto sicuro per quei fedeli che Lì hanno trovato Pace, quella che si può trovare solo dove c’è Cristo.

In comunione,

Laura

 

  1. Di Lullo Lorella

Buongiorno dott.ssa Siccardi,

sono una madre di famiglia, cattolica, devota alla messa di sempre, nonché sua lettrice. Ho avuto il piacere di conoscerla in occasione delle Giornate della Tradizione quando ci ha fatto l’onore di essere nostra gradita ospite.

Le scrivo per richiamare la sua attenzione su ciò che sta succedendo in Ossola dove il Vescovo di Novara mons. Brambilla ha deciso di sopprime le messe in rito tradizionale a Vocogno come a Domodossola. Con un colpo di spugna ha cancellato la nostra vita di fede. La reazione di noi fedeli è stata quella di scrivere a Sua Eccellenza chiedendo di rivedere le sue decisioni senza ricevere nessuna risposta. Stiamo, pertanto contattando tutti coloro che ci possono capire e aiutare.

La prego di sostenerci in questa battaglia di vitale importanza.

Cari saluti

Lorella Di Lullo

 

Preglia di Crevoladossola, lì 12 novembre 2022

A Sua Eccellenza Mons. Franco Giulio Brambilla Vescovo di Novara

A Mons. Fausto Cossalter Vicario Generale

A Don Vincenzo Barone Vicario di Zona

Mons. Brambilla,

mi chiamo Lorella e, con la mia famiglia, seguo la Messa secondo il Messale del Beato Giovanni XXIII anno 1962 presso la Chiesa di Vocogno e la Cappella dell’Ospedale di Domodossola.

Sono legata a questo Messale perché ha operato in me la conversione che mi ha portato a partire dal 2008 a seguire la Messa quotidianamente e ha riavvicinato alla Chiesa la mia famiglia. La mia vita è completamente cambiata.

Apprendo con dolore che a partire dalla Prima domenica di Avvento non si terrà più la Messa Tridentina nella Chiesa di Vocogno e nella Cappella dell’Ospedale.

Le chiedo di riconsiderare questa decisione, permettendo ancora la celebrazione della Messa antica, la Messa di sempre e ovunque, nelle chiese dove tanto i nostri sacerdoti si sono impegnati al fine di diffondere la fede Cattolica attraverso la Messa e l’impartizione dei Sacramenti.

Con speranza e rispetto, saluto distintamente

Di Lullo Lorella[2]

 

  1. Garavaglia Sara

Buongiorno Signora Siccardi. Sono una fedele della Parrocchia di Vocogno e Cappella dell’Ospedale di Domodossola.

Sicuramente sarà a conoscenza di quello che sta succedendo ai nostri sacerdoti Don Alberto e Don Stefano.

In loro difesa mi è sembrato giusto scrivere al nostro Vescovo, ma da giorni risulta impossibile spedirgli email. Chiedo quindi a Lei di dare voce al mio dolore e a quello di tanti cattolici che in questo momento si sentono di “serie B”.

Incollo di seguito una copia della mia mail inviata al vescovo.

 

Sua Eminenza,

mio padre, residente in Santa Maria Maggiore, è mancato due anni fa, dopo 40 giorni di assistenza diurna e notturna. Alla sua morte mi sono vista negare la possibilità di celebrare il Funerale in rito antico nella parrocchia di residenza. Lo abbiamo celebrato nella Chiesa di Santa Caterina in Vocogno.

Ora si avvicina il momento per mia madre, che, inferma da anni, riceve visita e Comunione settimanalmente da Don Alberto e Don Stefano.

Non so come potrò spiegare alla mia famiglia che la Chiesa che dialoga e include tutti, non le
riserva un posto dove celebrarle il funerale. Diritto che credo sia da riconoscere ad una donna che ha speso la propria vita a trasmettere la Fede Cattolica, così come l’ha ricevuta.

Prego Nostro Signore affinché mi perdoni quando dovrò rendere conto della poca fermezza con cui ho difeso i diritti dei miei genitori. Prego per Lei che, a sua volta, dovrà rendere conto delle anime che la Santa Madre Chiesa le ha affidato.

Ringrazio anticipatamente.

Garavaglia Sara

 

  1. Marika

Buongiorno,
sono una fedele della Messa di Vocogno e le scrivo in merito alla disposizione del Vescovo di Novara di sospendere le Messe Tradizionali nell’Ossola. Allego a riguardo le lettere che i miei figli hanno voluto scrivere al Vescovo con l’intento di convincerlo a non toglierci la Messa a cui sono tanto affezionati. Sono stati entrambe battezzati nella chiesa di Vocogno da don Alberto e, sempre lì, hanno fatto la loro prima Comunione.

Don Alberto e don Stefano rappresentano per noi un importante punto di riferimento. Siamo quindi addolorati per un tale provvedimento che ci sembra illogico e immotivato.

Grazie.

Marika

  1. Milena

 

  1. Marcello

 

  1. Ranieri Serafina

A Sua Eccellenza Mons. Franco Giulio Brambilla, Vescovo della Diocesi di Novara,

Sono una fedele della Santa Messa di sempre che da più di quattordici anni è celebrata a Vocogno nella chiesa di Santa Caterina di Alessandria.

Mi appello alla Sua autorità, che tutto può, per fermare questo provvedimento per cui ci possano essere somministrati i Santi Sacramenti per la cura delle nostre anime e per le anime dei nostri cari defunti con dedizione ed abnegazione dai sacerdoti don Alberto e don Stefano nella chiesa di Vocogno.

La ringrazio anticipatamente.

Serafina Ranieri

 

  1. Leif Sjöbacka

Dear Cristina

This is the letter that I sent to the bishop.

Thank you for the help.

In Jesu et Maria

 

Dear Bishop

Mons. Franco Giulio Brambilla

My name is Leif and I live in Sweden but I spend a lot of time in my house in Toceno. That’s why I have been a faithful of the S. Caterina Church in Vocogno.

I don’t accept your decision to remove our priests Father Alberto and Father Stefano. I’ll never accept this!

Is this the catholic hierarchy? A sect  that persecute the priests who obey God?

It’s ridiculous! I freed myself from Protestantism thanks to the traditional mass and now should I find the same thing in Italy? Yes, the same thing. I can judge because I know well that the new mass is the same as the protestant supper.

I demand that you leave our priests in their churches!!

Best regards

 

Leif Sjöbacka

 

Traduzione in italiano:

Cara Cristina,

Questa è la lettera che ho inviato al vescovo. Grazie per l’aiuto.

In Gesù et Maria

 

Vostra Eccellenza, Mons. Franco Giulio Brambilla,

mi chiamo Leif e vivo in Svezia, ma trascorro molto tempo nella mia casa a Toceno. Per questo sono stato fedele della Chiesa di S. Caterina a Vocogno.

Non accetto la Sua decisione di rimuovere i nostri sacerdoti padre Alberto e padre Stefano. Non lo accetterò mai!

È questa la gerarchia cattolica? Una setta che perseguita i sacerdoti che obbediscono a Dio?

È ridicolo! Mi sono liberato dal protestantesimo grazie alla Messa tradizionale e ora dovrei ritrovare la stessa cosa in Italia? Sì, la stessa cosa. Posso giudicare perché so bene che la nuova messa è la stessa della cena protestante.

Esigo che lasci i nostri preti nelle loro chiese!!

Distinti saluti.

 

  1. Soldati Alessia

Buongiorno,

Vi scrivo per rendere noto l’appello che io e tanti altri fedeli rivolgiamo al vescovo di Novara Mons. Brambilla a seguito del comunicato del 1/11. Abbiamo scritto parecchie lettere al Vescovo, ma purtroppo ad oggi nessuna ha ricevuto una risposta. Molto probabilmente sono state cestinate tutte quante.

Siamo una comunità che da tanti anni frequenta la chiesa di Vocogno e la cappella di Domodossola proprio perché lì troviamo ciò che non c’è altrove.  Dalla prima domenica di Avvento ci ritroveremo praticamente per la strada in quanto il vescovo ha proibito la celebrazione delle messe.

Il tutto in nome dell’obbedienza al Papa. Ma non è proprio il Pontefice a parlare spesso di una Chiesa inclusiva che accoglie?

Non vale questo anche per noi?

La nostra protesta non finirà mai e continueremo a difendere i nostri parroci Don Stefano e Don Alberto finché il Vescovo non ritornerà sui suoi passi. Ha l’autorità per farlo e per questo ci aspettiamo questo gesto di vera carità.

Cordiali saluti,

Alessia Soldati

 

  1. Tadini Alessandro

Buongiorno Cristina. Ci siamo conosciuti grazie a don Alberto e don Stefano a Vocogno e rivisti l’ultima volta per il pellegrinaggio al santuario di Oropa. In seguito Le avevo fatto pervenire la mia trascrizione dell’omelia di don Alberto.

In queste difficili ore Le porgo quanto da me inviato a Sua Eccellenza mons. Franco Giulio Brambilla in merito alla soppressione delle celebrazioni tradizionali di Domodossola e Vocogno. La lettera è un po’ lunga, lo so. Ne faccia quel che ritiene più opportuno.

Cordiali saluti,

Alessandro Tadini.

 

A Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Franco Giulio Brambilla Vescovo di Novara.

Eccellenza Reverendissima,

Le scrivo in merito alle disposizioni date il 1° novembre 2022, in ottemperanza al Motu Proprio Traditionis Custodes (TC) di Sua Santità Francesco, ed in particolare alla Sua decisione di eliminare le celebrazioni in rito tradizionale di Domodossola e Vocogno.

Ho trentaquattro anni e da dieci, tutte le domeniche e nelle feste di precetto, percorro volentieri parecchi chilometri per recarmi alla Santa Messa celebrata nella chiesa di Santa Caterina di Vocogno.

Dopo una sofferta riflessione e non senza aver pregato a lungo Nostro Signore e la Beata Sempre Vergine Maria, sento il dovere di condividere con Lei le seguenti considerazioni.

La situazione della Chiesa agli occhi di molti fedeli appare drammaticamente intricata e dolorosamente imbarazzante. Si è visto Paolo VI censurare i vecchi riti, Giovanni Paolo II invitare i vescovi ad essere generosi nel permettere il loro uso, Benedetto XVI dichiarare che nessun permesso era mai stato necessario, perché mai erano stati abrogati né potevano esserlo, e infine Sua Santità Francesco, senza alcuna chiara giustificazione canonico-teologica, a fronte di una certa idea di comunione ecclesiale, scrivere che il permesso non è solo necessario, ma che i vecchi riti non esprimono più la Fede della Chiesa di oggi e che l’uso dell’immemorabile e venerabile liturgia della Chiesa romana è una limitata concessione, piuttosto che un diritto intrinseco di ogni sacerdote e fedele.

Eccellenza, Le chiedo e mi chiedo, è mai possibile, in nome della comunione ecclesiale, sostenere come fa il Santo Padre che il rito liturgico usato dalla Chiesa Romana per millecinquecento anni non esprima più la sua lex orandi? Se così fosse, la legge della preghiera della Chiesa e così la sua lex credendi null’altro sarebbero se non ciò che un Papa dichiara che siano in un dato momento. Se così fosse, vorrebbe dire che l’antico rito offende oggi, per lo meno in parte, non si sa quale nuovo credo, di certo non quello degli Apostoli, confermato ed esplicitato a Nicea e Costantinopoli. È mai possibile che un certo modo di celebrare il Santo Sacrificio, amministrare la grazia dei Sacramenti, benedire, dare a Dio la lode dovuta, confermato da una tradizione immemorabile, santificato dall’uso di secoli e praticato fruttuosamente per generazioni, cessi d’un tratto d’essere la lex orandi del rito romano?

La Traditionis Custodes e seguenti è permeata della convinzione che lo Spirito Santo comunichi ad una generazione qualche cosa di cui non ha parlato alla generazione precedente. Non già che aiuti ad esplicitare e rischiarare con sempre maggior intelligenza qualcosa di già ricevuto, ma che oltrepassi il già detto in una rivelazione continua. Dobbiamo forse credere che lo Spirito Santo, che è Dio e procede dal Padre e dal Figlio, sia soggetto al cambiamento o possa portare in sé contraddizione? Dobbiamo forse credere che la Chiesa non sia quella società gerarchica della Grazia che unisce i fedeli in Cristo, trascendendo il tempo, ma un insieme di gruppi che si sostituiscono sotto le sue volte senza soluzione di continuità? È tempo di credere che quanti ci hanno preceduto non avrebbero avuto accesso a ciò che lo Spirito Santo ci dice oggi? Dobbiamo credere che una nuova età implichi forme liturgiche fabbricate ex novo, poiché questa sequenza e cesura è sancita dallo stesso Spirito Santo attraverso un Concilio? È tempo di credere che coloro che si aggrappano all’antico, pur potendo usufruire del nuovo, si oppongano allo Spirito Santo? Dobbiamo accettare il fatto che è solo questione di concedere un po’ di tempo – e neanche troppo – per far sì che ci si adatti? Di quale spirito parliamo, da chi procede? In principio era forse l’Azione piuttosto che il Verbo? Può mai lo Spirito Santo, anima del Corpo Mistico, che dona alle sue membra la grazia necessaria per cooperare con il loro Capo alla Sua opera di Redenzione, prendersi gioco di Cristo stesso e delle sue membra?

Tali opinioni, Lei lo sa bene, sono contrarie alla Fede e non le professerei nemmeno se a dettarmele fosse un angelo di Dio. È contrario alla ragione e alla sana teologia affermare che una forma del rito romano celebrata ininterrottamente per circa quindici secoli non sia più legittima espressione dello stesso rito romano, per di più in favore di libri creati ex novo a tavolino, benché con parte dell’antico materiale. La volontà di una persona dotata di autorità papale non può impedire all’antica liturgia di essere legittima espressione della lex orandi della Chiesa romana, così come Dio non può far sì che qualcosa che una volta è esistito non sia mai esistito. Il Papa può forse, in nome della comunione ecclesiale, violare una comunione che proviene dal passato e si estende ben oltre il suo pontificato? Se lo facesse, minerebbe la sua stessa autorità. Come si può predicare sottomissione e attaccamento interiore a quanto oggi si propone, se al contempo si dice che fino a ieri si è sbagliato in materia tanto grave? L’autorità è data per un’unità Divina, non umana e sociologica.

Alla «plena et suprema potestas» del Papa sono chiaramente posti dei limiti e delle condizioni. Mi pare che nessun autore né documento della Chiesa dica espressamente che il Papa in quanto supremo Pastore della Chiesa abbia il diritto di abolire il rito tradizionale. Riconosco l’autorità del Papa e ne presumo sempre il meglio, tuttavia ogni Papa, nell’esercizio della propria autorità, può commettere abusi ed errori – chiunque reciti l’orazione per il Romano Pontefice lo sa bene. L’obbedienza è subordinata alla verità e l’autorità alla Tradizione. L’atto del magistero ordinario di un Papa che contrasti con l’insegnamento garantito dal magistero di diversi Papi attraverso un considerevole lasso di tempo non è magistero e non deve essere accettato. «È lecito resistergli, non facendo ciò che comanda, e ostacolando l’esecuzione della sua volontà», così il Bellarmino[3]. La storia della Chiesa ci dona casi di Santi che furono in contrasto con l’esercizio dell’autorità dei papi senza che questi compissero alcuno scisma, né “pasticciassero” la dottrina riguardante il Sommo Pontefice, ma semplicemente resistendo all’abuso. Il Papa e la Chiesa sono vincolati all’obbedienza verso Cristo in faccia ad ogni opportunismo o tentativo di adattamento e di annacquamento. Come il Papa non può abolire il Credo degli Apostoli, non può nemmeno proibire o far sì che sparisca l’uso della Messa tradizionale, tacciandola inoltre di essere carente e dannosa per la vita spirituale dei fedeli di oggi. Farlo sarebbe abuso di potere, forza e arbitrio, non certo legge.

Si osa sostenere che la riforma liturgica «ha saputo valorizzare ogni elemento del Rito Romano» (Mons. Roche[4]). Come può essere che una riforma che ha osato toccare – e far sì che finisse nell’ombra tra altre preci – il Canone Romano, il quale, proveniente da S. Pietro, risale nella sua forma definitiva a S. Gregorio Magno[5]; che ha cassato, con la scusa dei doppioni, le preghiere d’offertorio dal sapore troppo sacrificale propiziatorio – quasi che Cristo non abbia pregato ripetutamente per tre ore nel Getsemani prima di affrontare il processo e salire al Calvario – ; una riforma che in genere ha omesso molto dell’antico costume liturgico, nel contenuto delle preghiere, nel ciclo santorale, nel ciclo temporale, nelle rubriche, nei segni di riverenza verso Gesù sacramentato, nei gesti, negli oggetti e nei paramenti; che ha scardinato il sapiente intrico tra Messa e Breviario – anch’esso falcidiato – ; come si può dire che tale riforma «ha saputo valorizzare ogni elemento del Rito Romano»? Tale affermazione è segno per lo meno di profonda ignoranza, se non peggio di malafede.

Il Santo Padre ha paragonato il proprio agire a quello di S. Pio V[6], quando è noto che questi fece l’esatto opposto. S. Pio V stabilì è vero per tutta la Chiesa latina un unico Missale Romanum, fatte salve le tradizioni locali risalenti ad almeno duecento anni prima – tanto bastava per essere dispensati dall’obbligo di adozione – ma ciò fu comandato perché il Messale era più antico non perché più nuovo. Il Concilio di Trento stabilì una commissione per esaminare il Messale Romano, rivederlo e ripristinarlo «secondo l’usanza e il rito dei Santi Padri». Non ci fu la minima intenzione di comporre qualcosa di nuovo. Si tolsero le aggiunte marginali avvenute nel corso dei secoli, abolendo le forme elaborate più recenti e scegliendo la semplicità, senza distruggere tutti gli elementi che danno bellezza poetica alla severa Messa Romana. Il Messale che S. Pio V fece approntare non fu in realtà nient’altro che il Messale in uso a Roma nel 1474 e che per l’essenziale era il sacramentario gregoriano, formatosi a partire dal sacramentario gelasiano[7], proveniente a sua volta dalla raccolta leonina[8]. Una Messa che «risale, senza modifiche essenziali, all’epoca in cui essa ha cominciato a svilupparsi a partire dalla più antica liturgia» (Fortescue[9]). Infine, poiché molte delle eresie che appestavano la cristianità avevano utilizzato la liturgia quale loro grimaldello, S. Pio V nell’atto di promulgazione concesse il celebre indulto perpetuo della bolla Quo Primum Tempore del 14 luglio 1570.

Dal Concilio di Trento[10] in poi si trattò quasi esclusivamente della composizione e dell’approvazione di nuove messe proprie, fatta eccezione per la riforma della Settimana Santa di Pio XII[11]. Giovanni XXIII[12] operò un’estesa riforma e semplificazione delle rubriche incentrata soprattutto sul calendario. È, quindi, dolorosamente ironico che il Santo Padre si paragoni a S. Pio V invocando la sua autorità, quando la stessa regola dei duecento anni di Pio V e le premesse di Francesco, il quale sostiene che il Novus ed il Vetus non abbiano il medesimo diritto di cittadinanza nelle parrocchie, annullerebbero istantaneamente la liturgia riformata.

Nel passato l’autorità ecclesiastica non ha mai influito cospicuamente sullo sviluppo delle forme liturgiche. Il Concilio Vaticano II[13] ahi noi non ha ben spiegato cosa significasse «regolare la Sacra Liturgia», ma rifacendoci alle consuetudini e al costume ecclesiastico, non è possibile credere che abbia intenso un radicale rifacimento del Rito della Messa e di tutti i libri liturgici come quello che si è visto in seguito. Come S.S. Paolo VI allora, così S.S. Francesco oggi non può esigere la medesima ubbidienza di S. Pio V. Pio V nell’applicare il Concilio di Trento ne seguì il chiaro dettato e non toccò neanche in parte il corpus del Messale tradizionale; S.S. Paolo VI, invece, non si limitò a restaurare e a concedere qualche novità ad libitum o ad experimentum, ma permise la disattesa, o per lo meno che si oltrepassasse il dettato conciliare e che si fabbricassero libri liturgici del tutto nuovi – suscitando perplessità e gravi riserve in buona parte dell’episcopato – e censurò, salvo qualche indulto, l’uso di quelli tradizionali. San Pio V seguì l’uso plurisecolare della Chiesa, il secondo lo ignorò, senza voler fare alcun processo alle intenzioni di un Papa che in altre occasioni ha dato prova di grande coraggio. Il Papa ha l’autorità di adattare certe forme della liturgia, ma ha innanzitutto il dovere di trasmetterla come l’ha ricevuta, consolidandone la sostanza.

Eccellenza, i riti non si fabbricano, si ereditano. I riti si ricevono, grazie a Dio, e si trasmettono. La liturgia cattolica non è la gara ad una ritualizzazione sempre in divenire del mutevole sentimento religioso dell’uomo. La liturgia cattolica è innanzitutto l’adempimento di un dovere nei confronti di Dio, espresso in conformità agli stessi insegnamenti divini. È il diritto di Dio ad essere adorato come Egli, nella sua infinita bontà e saggezza, per noi ha stabilito. La liturgia cattolica non è nella sua essenza un prodotto umano, è opera di Dio.

Fin dal I secolo vi è testimonianza nel Culto Divino di un ordine ben stabilito che si ritiene provenire dal Signore, così mi è stato insegnato leggendo S. Clemente Romano[14] all’università. La liturgia è radicata nella Tradizione che è fonte della Rivelazione al pari della Sacra Scrittura. La liturgia è trasmissione, «è la medesima Tradizione al suo più alto grado di potenza e solennità» (Guéranger[15]). La liturgia è dogma pregato.

Già nell’Antico Testamento le cerimonie non sono inventate dagli uomini, ma imposte con dovizia di particolari da Dio stesso. A Cristo, al Suo sangue versato, alla Sua passione e morte volontariamente offerta, dobbiamo non solo la grazia dei sette sacramenti che ci riscattano dalla schiavitù del peccato e della morte, ma anche il rito esteriore del Battesimo dell’Eucaristia e della Penitenza. Cristo, nel tempo intercorso tra la Resurrezione e l’Ascensione, si fece vedere molte volte agli Apostoli «parlando loro del regno di Dio». Una delle tradizioni più antiche della Chiesa vuole che in quei frequenti convegni Egli abbia fissato molte particolarità del Culto. Scrive, inoltre, S. Agostino[16]: «È molto ragionevole credere che una prassi conservata da tutta la Chiesa e non istituita dai Concili, ma sempre conservata, non può averla tramandata che l’autorità degli apostoli». Il potere liturgico è fondato in perpetuo per vigilare la custodia del deposito dei sacramenti e delle altre osservanze rituali che il Pontefice supremo ha istituito.

Gli Apostoli, padri di tutte le forme liturgiche universali, hanno dovuto certo adattare il rito nelle sue parti mobili ai costumi dei paesi, al genio dei popoli, per facilitare la diffusione del Vangelo. Ma la Chiesa, in ossequio alla Tradizione Apostolica, che proviene direttamente da Nostro Signore, si è limitata ad attuare quegli adattamenti badando bene a subordinare tali esigenze alla intrinseca natura della liturgia cattolica. Se nei primi secoli si fosse invertita tale gerarchia, si sarebbe prodotta da subito una liturgia “inculturata” nel mondo pagano con i suoi riti e le sue sensibilità. Fu il mondo pagano invece ad essere trasformato dalla liturgia cattolica, fatto ampiamente dimenticato oggi nelle terre di missione.

Anche l’opera di S. Gregorio Magno fu caratterizzata principalmente dalla fedeltà alla Tradizione. Dopo di lui l’ordinario della Messa divenne un’eredità sacra ed inviolabile dalle origini immemorabili. Nei secoli intercorsi tra questi e il Tridentino, il rito romano si diffuse in tutto l’orbe cattolico senza che ciò ostacolasse il fiorire di usi locali, i quali si svilupparono in modo graduale e naturale nel corso di molti secoli. Mai a tavolino, mai quale opera di comitati o di commissioni. Con il passare del tempo preghiere e cerimonie si moltiplicarono quasi impercettibilmente e al loro sviluppo seguiva la selezione e l’eventuale incorporazione nei libri liturgici. La Chiesa guidata dallo Spirito Santo accettò molte preghiere (in particolare le gallicane) per l’eccezionale chiarezza del loro contenuto dottrinale, affinché il rito romano esprimesse sempre più chiaramente ciò che contiene. Le consuetudini, nate naturalmente, furono vagliate e codificate, spesso sotto forma di rubrica. Come scrive lo storico Owen Chadwick[17]: «le liturgie non sono fatte, esse crescono nella devozione dei secoli». Ed il cardinale Gasquet[18] fa notare che «ogni cattolico deve sentire un amore personale per i sacri riti che arrivano a lui con tutta l’autorità dei secoli. Ogni manipolazione grossolana di tali forme causa un dolore profondo in chi le conosce e le usa, perché esse giungono da Dio attraverso Cristo ed attraverso la Chiesa. Ma non eserciterebbero tanta attrazione se non fossero santificate dalla devozione di tante generazioni che hanno pregato con le stesse parole ed hanno trovato in esse fermezza nella gioia e consolazione nel dolore».

L’ultima riforma ci ha consegnato una Messa “scheletrica”, equivoca e piena di vuoti – che ci nutre a fatica e non ci difende – riempita dalla fantasia del celebrante e dei fedeli, secondo la mentalità del momento. Abbiamo visto creative “Messe di stagione” in rivoluzione permanente, delle quali pure molti uomini di Chiesa si lamentano, senza avere il coraggio di dire che esse sono ingenerate da quella stessa riforma che ha messo al centro, quale protagonista, l’uomo. Un vissuto liturgico che difficilmente illumina l’infinito valore del decreto divino dell’Incarnazione e della Croce di Cristo, il quale non è certo per consolare un poco la nostra esistenza, lasciandoci feriti e malati quali siamo. Una vita liturgica, quella attuale, che è giunta al punto di benedire qualsiasi cosa gli uomini decidano in cuor loro.

Mi fa impressione, ogni volta che rileggo lo scritto dei cardinali Bacci[19] e Ottaviani[20] presentato a Paolo VI in occasione della riforma della Messa, notare la loro lungimiranza: «Quanto di nuovo appare nel Novus Ordo Missæ e, per contro, quanto di perenne vi trova soltanto un posto minore o diverso, se pure ancora ve lo trova, potrebbe dar forza di certezza al dubbio – già serpeggiante purtroppo in numerosi ambienti – che verità sempre credute dal popolo cristiano possano mutarsi o tacersi senza infedeltà al sacro deposito dottrinale cui la fede cattolica è vincolata in eterno»[21].

Che tristezza constatare che si parlò di “svecchiamento” per imporre l’inedito e che quando piacque distruggere qualche parte della Sacra Liturgia maturata lungo i secoli, ad es. l’offertorio, si fece appello alla semplicità delle origini. E che quand’anche si riesumò l’antico, lo si epurò di tutto ciò che potesse urtare la mentalità moderna come ben evidenzia il confronto tra il Canone di Ippolito e la Prece Eucaristica II.

Noi vogliamo restare nel solco dei Santi, con Sant’Ireneo[22] a Smirne e tra i Celti delle Gallie, con i santi Agostino e Girolamo[23] in Asia e in Africa, con S. Leone Magno nella notte di Natale; con S. Gregorio Magno quando adornò la Messa di canti – o spinse a farlo – come aveva fatto Ambrogio[24], o quando suffragò l’anima del monaco Giusto; con S. Agostino di Canterbury[25], San Patrizio[26] e S. Bonifacio[27] che la diffusero tra i pagani convertiti d’Irlanda, d’Inghilterra e di Germania; con S. Bernardo[28] e S. Bonaventura[29] che tanto l’amarono; con S. Tommaso d’Aquino[30] che l’arricchì di cantici immortali; con le cento polifonie di Palestrina; con coloro che la portarono oltre oceano nel lontano occidente e con S. Francesco Saverio[31] che giunse nel più estremo oriente; con coloro che, come il Vescovo di Rochester Giovanni Fischer[32] e le migliaia di martiri inglesi, per essa versarono il proprio sangue; con Santa Caterina da Siena[33] e Santa Teresa d’Avila[34] in estasi nell’assistervi; con i martiri messicani e spagnoli; insomma, con l’immensa teoria di Martiri, Confessori e Sante vergini che passarono su questa terra e che ora partecipano alla Liturgia celeste.

Scrive lo storico M. Davies[35]: «Un cattolico sa che l’avvenimento capitale della storia dell’umanità è accaduto alle porte di Gerusalemme circa duemila anni fa: una madre era in piedi, in lacrime, ai piedi di una croce sulla quale suo figlio, il corpo straziato e spezzato, offriva la sua vita per ricondurre di nuovo l’umanità a Dio. Questo è l’avvenimento che la Messa rende presente nel mondo intero lungo i secoli». Ebbene, ogni fedele che prende parte alla immemorabile e venerabile liturgia della Chiesa «ha il sentimento di essere lui stesso il punto di congiunzione di coloro che, nei secoli futuri, offriranno la stessa preghiera e lo stesso sacrificio, ben dopo che l’ultimo frammento dei suoi resti materiali si sarà trasformato in polvere» (A. Baumstark[36]).

Eccellenza, è mai possibile accettare il fatto che oggi si voglia esclusivo ed irreversibile l’uso della liturgia riformata e si consideri reversibile l’antico e plurisecolare costume liturgico? Roma ha davvero l’autorità di tacciare la forma del rito romano che è rimasta pressoché immutata per un millennio e mezzo di essere oggi una realtà dannosa per i fedeli, o di introdurre misure discriminatorie contro la sua celebrazione?

Lei ha scritto che concederà «la facoltà di celebrare solo a quei presbiteri (art. 5 di Traditionis custodes) che riconoscano esplicitamente la validità, legittimità e fecondità del rito celebrato con il Missale Romanum, Editio Typica Tertia del 2002, e si impegnino a prendersi cura affinché i fedeli partecipino al rito celebrato secondo il Missale Romanum (1962) non con uno spirito alternativo alla forma attuale della Messa romana». Vorrei che sapesse che non dubito della validità del rito debitamente celebrato con il Missale Romanum, Editio Typica Tertia del 2002, non sarei più cattolico se sostenessi il contrario, ma nulla più di questo. La validità non basta. Non si tratta di magia. Ogni Messa ha un valore infinito, ma non parità di frutti. Il sacramento opera di per se stesso, ma non dà le condizioni per riceverlo fruttuosamente. In coscienza, ho gravi riserve nel dichiararne la legittimità, a meno di voler ignorare la storia della Chiesa, il diritto canonico ed il diritto divino positivo. Quanto alla sua pretesa fecondità, guardando anche solo alla desolazione delle nostre chiese, si tratterebbe di rinunciare ad ogni principio di realtà e all’uso di ragione, di cui Dio ci ha fatto dono.

Grazie a don Alberto e a don Stefano, grazie alla loro scelta che ha impegnato e impegna la vita e che desta reazioni contrastanti, mi è stato dato di tornare seriamente a Cristo. La loro scelta riposa solidamente su di una legge sacrosanta della Chiesa che dice che nel caso di una riforma dubbia sacerdoti e fedeli possono avvalersi della facoltà di stare alla legge immediatamente precedente che non mette in pericolo o diminuisce la Fede, in questo caso quella di Papa Giovanni XXIII.

La supplico di tornare sui Suoi passi. Segua il glorioso esempio di S. Eusebio[37], il quale per difendere la divino-umanità di Cristo in piena peste ariana, fece custodire a Oropa l’immagine della B.V.M. Abbiamo bisogno di un rifugio per non rimanere costantemente esposti. Un luogo dove la Messa della Tradizione è regolarmente e fedelmente celebrata. Un luogo nel quale veder nascere tutte le opere dell’apostolato: educazione alla fede, santificazione delle anime, carità intellettuale, spirituale e corporale. Vogliamo vivere attorno all’altare, attorno a quei sacerdoti che custodiscono la Tradizione: Messa vissuta e cantata, sacramenti vissuti, fedeltà alla confessione, fedeltà alla comunione santamente fatta, fedeltà alla dottrina cattolica, fedeltà all’ufficio divino… più partecipazione attiva e riscoperta del sacerdozio battesimale di così! Senza un luogo dove apprendiamo la Fede, finiremmo col ragionare come tutti – non siamo meno peccatori di altri. La vita cattolica è stabilità. Là dove il Signore ci conduce, ci chiama e ci indica la possibilità concreta di vivere autenticamente e integralmente di Cristo, dobbiamo restare, per la nostra e l’altrui santificazione; per compiere l’opera di Dio in noi e in quella porzione di mondo che Dio ci ha affidato. È per questi motivi che ci è impossibile accettare la concessione di una Messa domenicale ad uso nostalgici. Abbiamo bisogno di una stabilità di lavoro. Abbiamo bisogno di un luogo di vita cristiana e sacerdoti stabili in coerenza di vita.

Vero rinnovamento è liberarsi solo di quel vecchio che non ha la medesima nobiltà dell’antico. Vero rinnovamento è ripensare sì la forma dialettica di presentare le verità, vere in perpetuo, ma senza lasciarsi comandare dalle esigenze del solo giorno che passa. Vero rinnovamento è progredire nella Tradizione e mantenere la Tradizione rinvigorita nel progresso, con profondità di pensiero, stimolati e guidati da una luce di fede viva e indefettibile nella Rivelazione, al fine di salvaguardare sempre le verità di Cristo e della sua Chiesa contro qualsiasi tentativo di ammodernamento esteriore o di adattamento a questo o a quell’aspetto del mondo. Come ha ben delineato il filosofo Michele Federico Sciacca[38], oggi come sempre, il problema essenziale è «di sentire contemporanee le verità cristiane e con la fede che muove le montagne nel convincimento che il problema non è quello di conquistare o di non perdere proseliti e clienti anche a prezzo del corrompimento della fede [attitudine che farebbe della Chiesa un’ “azienda politica”], ma l’altro di avere tanta intensità di fede, anche se si restasse in pochi, da poterla seminare con buona speranza pure nelle coscienze più riluttanti o più smarrite a costo della incomprensione, della derisione più umiliante e della persecuzione, della indifferenza più sprezzante. Solo così l’errore può far brillare di più la verità».

La supplico, sostenga coloro che da anni sono fedeli all’altare di Dio anche a costo di grandi sforzi materiali e morali. I nuovi riti sono equivoci, espongono il clero e noi fedeli ad una mentalità non cattolica. Non è orgoglio il nostro, non è mancanza di carità. Solo non si può trafficare la Messa cattolica. Intendiamo, con l’aiuto di Dio, restare fedeli a Dio. Per questa prova d’amore, ognuno per il proprio, saremo giudicati dal Giudice supremo. Che la Beata Vergine Maria ci ottenga la grazia di rimanere fedeli ad una vita cattolica senza equivoci e di meritare di rivedere presto la Santa Madre Chiesa rivestita del suo glorioso splendore.

Lei è il nostro vescovo, il nostro pastore, benché stia per compiere 75 anni – è per noi un grande problema quello dei padri “a scadenza”. Mi permetta solo di ricordale che se anche una sola anima si perdesse o si allontanasse dalla Fede Cattolica a causa delle Sue decisioni, dovrà risponderne davanti a Nostro Signore. Tutta la legge canonica ha come fine ultimo la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime. Spetta a Lei governare a norma del diritto la Chiesa particolare affidatale. La missione canonica ricevuta dal Santo Padre è per edificare Cristo nelle anime, pascere il suo gregge e non certo per disperderlo.

Se è il timore di Roma o del parere dei fratelli nell’episcopato quel che La trattiene dal ritornare sui Suoi passi, mi permetta di ricordarle le parole del rabbino Gamaliele[39]: «Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti quest’opera è dagli uomini, sarà distrutta, ma se è da Dio, non potrete disperderla; ché non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!»[40].

Può anche darsi che per nostra colpa si riesca a far tacere in molte terre la voce chiara e plurisecolare della Chiesa, ma non si riuscirà a farla tacere a lungo, perché si sta combattendo contro l’opera che lo Spirito Santo ha intessuto con arte e cura nel corso dei secoli. Non è questione di estetica, ma della bellezza quale splendore del vero e ordine della verità.

Eccellenza, durano forse i nostri anni? Al contrario, essi si disfano giorno dopo giorno. «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà»[41]. La supplico, riveda la Sua decisione. Sostenga e difenda i suoi sacerdoti, don Alberto Secci e don Stefano Coggiola, sostenga questo piccolo gregge. Dio La chiama ad una scelta importante. Che la Beata Sempre Vergine Maria, madre di Dio e madre della Chiesa, che S. Giuseppe, suo castissimo Sposo e Patrono della Chiesa Universale, che S. Gaudenzio[42], sulla cui cattedra Lei siede, La guidino nelle Sue decisioni.

Sperando nella Sua benedizione, Le porgo i miei rispettosi saluti.

Alessandro Tadini

 

 

[1] Lc 11,5-13 ndr.

[2] Nell’originale firma autografa ndr.

[3] San Roberto Bellarmino (1542-1621) ndr.

[4] Cardinale Arthur Roche (nato nel 1950) Prefetto del Dicastero per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ndr.

[5] (540-604), Papa dal 590 ndr.

[6] (1504-1572), Papa dal 1566 ndr.

[7] Messale risalente, secondo un’antica tradizione a San Gelasio I, di cui si ignora la data di nascita, eletto Papa 492 e morto nel 496 ndr.

[8] Risalente a San Leone I (390 circa-461), eletto Papa nel 440 ndr.

[9] John Fortescue (1385-1476), giurista e politico inglese ndr.

[10] (1545-1563) ndr.

[11] (1876-1958), eletto Papa nel 1939 ndr.

[12] (1881-1963), eletto Papa nel 1958 ndr.

[13] (1962-1965) ndr.

[14] Papa dall’88 al 97, di cui so ignora la data di nascita e morto tra il 99 ed il 100 ndr.

[15] Prosper-Louis-Pascal Guéranger (1805-1875), grande liturgista e primo Superiore Generale del monastero benedettino di Solesmes ndr.

[16] (354-430) ndr.

[17] William Owen Chadwick (1916-2015) ndr.

[18] Francis Aidan Gasquet (1846-1929) ndr.

[19] Antonio Bacci (1885-1971) ndr.

[20] Alfredo Ottaviani (1890-1979) ndr.

[21] Breve esame critico del «Novus Ordo Missæ» (1969) ndr.

[22] (130-202) ndr.

[23] (347-420) ndr.

[24] (339/340-397) ndr.

[25] Vescovo di Canterbury (534-604) ndr.

[26] (385-461) ndr.

[27] (672/673 o 680-754) ndr.

[28] San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) ndr.

[29] San Bonaventura da Bagnoregio (1217/1221-1274) ndr.

[30] (1225-1274) ndr.

[31] (1506-1552) ndr.

[32] San Giovanni Fisher (1469-1535) ndr.

[33] (1347-1380) ndr.

[34] (1515-1582) ndr.

[35] Michael Treharne Davies (1936-2004) ndr.

[36] Reinhold Baumstark (1831-1900) ndr.

[37] Sant’Eusebio di Vercelli (283-371) ndr.

[38] (1908-1975) ndr.

[39] Rabbino fariseo del I secolo intervenuto nel Sinedrio in favore dei Cristiani ndr.

[40] At 5,38-39 ndr.

[41] Mt 16,24-27 ndr.

[42] (327-418), primo Vescovo di Novara ndr.

 

 

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