Negli ultimi anni abbiamo assistito in Italia ad un ulteriore scatto in avanti della cultura della morte attraverso la diffusione delle pratiche abortive farmacologiche, che addirittura superano anche quanto prescritto dalla iniqua legge 194 del 1978, portando l’aborto nella dimensione privata e mettendo ulteriormente a rischio la salute psicofisica della donna, nella totale, o quasi, assenza di informazione preventiva.

La pillola RU486[1], utilizzata per abortire nei primi 2 mesi della gravidanza, non è da confondere con la pillola abortiva Ellaone[2], teoricamente utilizzata nei 5 giorni dopo il rapporto, o con la pillola abortiva Norlevo[3], teoricamente utilizzata il giorno successivo al rapporto. Questi ultimi due farmaci, nonostante siano, in modo mendace, spacciati esclusivamente come «contraccettivi d’emergenza», possono invece procurare l’aborto quando, dopo il rapporto, si è formato l’embrione e questo non riesca, a causa della loro assunzione, ad impiantarsi. Già nel 2016 si stimava che in Italia, solo gli aborti procurati per mezzo di questi 2 farmaci fossero tra i 60.000 ed i 100.000[4], senza considerare quelli procurati dalla RU486, che sarebbero circa il 20% di quelli chirurgici. Pertanto si può facilmente comprendere che, sebbene il numero degli aborti chirurgici, gli unici ufficialmente conteggiati, sia in costante diminuzione, il numero totale degli aborti in Italia sia presumibilmente di oltre 200.000 ogni anno ed in costante aumento; spacciare l’assunzione dei suddetti preparati come pratiche contraccettive contribuisce a far sì che molte donne, soprattutto giovani e giovanissime, vi ricorrono frequentemente, mettendo a rischio la propria salute e, spesso, sopprimendo la vita del figlio che portano in grembo.

Nel caso dell’aborto con RU486, dopo che il figlio viene ucciso nel grembo materno, è necessaria l’assunzione di un secondo farmaco per causare l’espulsione del corpo morto del figlio, che viene smaltito dalla propria madre come se fosse un rifiuto, non di rado tra gravi emorragie. Questa pratica, oltre a sopprimere il bambino ed a reificarlo (anzi a ridurlo a livello del più ignobile dei rifiuti), espone la donna a maggiori rischi per la salute e ad un rischio di morte 10 volte più alto rispetto a quello dell’aborto chirurgico, secondo le ricerche del Professor Michael Greene della Harvard Medical School, pubblicato sul New England Journal of Medicine. Tale rapporto è stato confermato dal numero di decessi realmente avvenuti, anche se sottostimati, per il fatto che, sovente, non vengono eseguite le autopsie oppure ufficialmente non viene stabilita la causa della morte, come nel caso di una donna torinese morta immediatamente dopo aver assunto una pillola RU486 nel 2014.

La pratica dell’aborto farmacologico sgrava da molte responsabilità il personale sanitario, in larghissima maggioranza indisponibile a fare a pezzi i figli in grembo alle madri, per ovvie ragioni, e costituisce una forma di risparmio per le casse pubbliche, rispetto agli onerosi aborti chirurgici. Il costo, a carico della collettività, di ogni intervento chirurgico abortivo gratuito era quantificabile in importi compresi tra 1.479 e 1.814 euro secondo le ricerche del Professor Mario Palmaro (1968-2014), che non tenevano, però, conto dei costi sociali derivanti dalle successive conseguenze sulla salute della donna, delle complicanze post-abortive e neppure dei costi esorbitanti degli aborti terapeutici o della riduzione/selezione embrionale nel grembo materno oppure ancora dei rimborsi milionari in caso di errori del personale sanitario. A tale risparmio, corrisponde anche un maggiore profitto per le aziende farmaceutiche che producono e commercializzano questi farmaci ed hanno visto impennare i propri fatturati negli ultimi anni, con “la benedizione” dell’AIFA[5], che, con la Determina n.998 dell’8 ottobre 2020, ha anche sancito che non sarà più necessario l’obbligo della prescrizione medica per dispensare alle minorenni il farmaco ulipistral acetato (EllaOne).

 

 

La diffusione dell’aborto chimico in Italia, con la sua conseguente banalizzazione e propagazione nella società, rappresenta senz’altro una vittoria dei Radicali, sempre in prima linea nel portare avanti la cultura della morte. Infatti «all’indomani della legalizzazione [della RU486], che è avvenuta nel dicembre 2009, l’associazione radicale Adelaide Aglietta[6] pubblica un libricino dal titolo “RU486 una vittoria radicale”[7]. […] [Essi] lo affermavano già da subito che l’assunzione, prima di una medicina al mifepristone, poi eventualmente l’assunzione di una seconda, poi eventualmente anche di una terza a distanza di 48 ore, determina contrazioni uterine che determinano l’espulsione di quello che loro chiamano “il prodotto del concepimento”, […] sono talmente sicuri di loro stessi che possono scrivere pubblicamente che la RU486 elimina un piccolo essere umano, perché il “prodotto del concepimento” di due esseri umani è un essere umano»[8]. E, dunque, a tal proposito dobbiamo chiederci: «perché noi non riusciamo ad essere così determinati nel bene, come lo sono i nostri avversari nel male?»[9].

Tale deriva mortifera non ha mancato di contaminare la società ed anche schieramenti politici che, tradizionalmente, avevano costituito un argine alle politiche contro il diritto alla vita perseguite dalle Sinistre; «ciò che fa ancor più specie è che in una Regione dove a governare è il Centrodestra puro e privo persino dell’anima giacobina ed anticattolica dei Cinquestelle, quale la Lombardia, impazzino politiche contro la vita e contro la famiglia così spinte da far impallidire persino i progressisti del Pd. Un presidente quale Attilio Fontana, certamente privo del carisma e del pedigree politico di Roberto Maroni, senza far rumore, nel complice silenzio di tutti (anche di chi avrebbe dovuto e dovrebbe ancora parlare), è riuscito purtroppo a far approvare ciò che il suo predecessore aveva sempre bloccato. Il 17 dicembre (2018) la Giunta lombarda ha varato un “provvedimento che rende possibile la somministrazione del composto abortivo Ru486 anche in regime di day hospital” e senza necessità di ricovero, banalizzando così ulteriormente la tragedia dell’aborto e ponendo maggiormente a rischio anche la stessa salute delle donne»[10].

Dunque, la Giunta lombarda, presieduta dal leghista Fontana, ha anticipato l’attuale ministro Roberto Speranza, che solo durante il periodo di emergenza sanitaria, nel 2020, avrebbe diffuso delle linee guida per far sì che la somministrazione della RU486 potesse avvenire in day hospital, prevedendo, però, in aggiunta l’allungamento del periodo di assunzione del farmaco, estendendolo da 7 a 9 settimane.

«Non possiamo non vedere un cammino molto preciso, dalla legge sul divorzio, alla legge sull’aborto, alla legge sulla fecondazione artificiale, alla liberalizzazione della pillola RU486, alla liberalizzazione della pillola dei 5 giorni dopo [Ellaone], alla legalizzazione delle unioni omosessuali, al divorzio breve del 2017, alla legge sulle DAT del 2017, adesso a queste nuove leggi che facilitano ancora di più l’aborto. È un carattere processuale, per cui noi non ci fermeremo qui sicuramente, perché i Radicali, coloro che portano avanti la cultura della morte, non si fermano ma procedono in maniera molto determinata e se le cose non sono fatte come loro vogliono loro denunciano, loro vanno avanti, si impegnano. Dobbiamo prendere spunto dalla loro determinazione, dal loro modo di fare per il modo, per invece promuovere la vita, perché altrimenti loro vanno avanti e il mondo politico si piega a loro ma non ci sarà nessuno che dall’altra parte promuove la vita, promuove il bene e la legge naturale divina»[11].

Se «il ruolo del legislatore è adattare alla situazione contingente i principi generali dell’etica naturale e del Diritto naturale»[12], come possono essere impassibilmente tollerate norme che diffondono il crimine dell’aborto, anche chimicamente, attraverso dei veri e propri pesticidi umani denominati ingannevolmente «contraccettivi d’emergenza», superando anche i limiti tollerati dalla iniqua legge 194 del 1978?

 

 

[1] Farmaco a base di mifepristone, prodotto sotto forma di pillola, viene commercializzato in Francia con il nome Mifégyne da Exelgyn Laboratoires e negli Stati Uniti, dove viene prodotto dalla Danco Laboratories LLC, come Mifeprex. Durante le prime sperimentazioni fu usata la sigla RU-38486, poi abbreviata in RU-486, dall’azienda produttrice, la Roussel Uclaf.

[2] Farmaco a base di ulipristal acetato in compresse da 30 mg, commercializzato da Società Laboratoire HRA Pharma.

[3] Farmaco a base di lavonorgenstel in compresse da 1,5 mg, commercializzato da Società Loboratoire HRA Pharma.

[4] Tommaso Scandroglio, Liberalizzata da marzo la pillola abortista Norlevo, Corrispondenza Romana, 23 marzo 2016, https://www.corrispondenzaromana.it/liberalizzata-da-marzo-la-pillola-abortista-norlevo/.

[5] Agenzia Italiana del Farmaco, ente di diritto pubblico sotto la vigilanza del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

[6] Associazione che prende il nome dalla militante torinese, e primo Segretario donna, del Partito Radicale Adelaide Aglietta (1940 – 2000), molto attiva nelle campagne sul divorzio e sulla legalizzazione dell’aborto. Eletta nel 1989 al Parlamento Europeo nei Verdi Arcobaleno, diviene Presidente del gruppo verde al Parlamento Europeo nel 1994. Negli anni ’90 è stata sempre in prima fila nelle lotte contro il Diritto naturale e nelle iniziative ambientaliste, ed anche promotrice della prima risoluzione per la moratoria internazionale delle esecuzioni capitali.

[7] Pubblicazione a cura di Andrea Carpellucci, Giulio Manfredi, Nathalie Pisano, con prefazione di Silvio Viale e postfazione di Emma Bonino, https://www.associazioneaglietta.it/wp-content/uploads/2020/09/RU486.pdf.

[8] Virginia Coda Nunziante, conferenza online “La RU486 fa della donna il sarcofago del figlio” del 16 gennaio 2021, organizzata dal Centro Studi Riconquista, https://www.youtube.com/watch?v=d-lAiy_ngag&t=1002s.

[9] Ibidem.

[10] Gabriele Bodini, Che sta accadendo?, in «Radici Cristiane», numero 143 del maggio 2019.

[11] Virginia Coda Nunziante, conferenza online “La RU486 fa della donna il sarcofago del figlio” del 16 gennaio 2021, organizzata dal Centro Studi Riconquista, https://www.youtube.com/watch?v=d-lAiy_ngag&t=1002s.

[12] Carlo Manetti, Lezione introduttiva al Corso online di formazione politica del Centro Studi Riconquista, 16 agosto 2021, https://www.youtube.com/watch?v=c0D1MKVMqvw&t=1293s.

 

 

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