Il corteo funebre di Napoleone a Parigi del 15 dicembre 1840

 

Il 5 maggio scorso è ricorso il duecentesimo anniversario della morte di Napoleone Bonaparte. Ci si sarebbe potuti aspettare un profluvio di celebrazioni e di tentativi di appropriazione un poco da tutte le parti; non è, invece, accaduto nulla di tutto questo e la ricorrenza è quasi passata sotto silenzio.

In questo generale oblio, si distingue, a mio modesto avviso, il bell’articolo di Marcello Veneziani su «La Verità» di martedì 4 maggio; non ci sentiamo di condividerlo in maniera totale, perché, probabilmente, rimangono, per la necessaria brevità dello spazio, inespressi molti giudizi storici, ma non possiamo non apprezzarne la profondità del ragionamento, che avrebbe meritato lo spazio di un saggio. L’ampiezza della trattazione è confermata anche dall’originale, ma non priva di ragionevolezza scelta di utilizzare due titoli diversi: a pagina 1 viene sintetizzato il senso del pezzo, con «Su Napoleone l’ardua sentenza dei posteri non c’è: la storia è finita», accompagnato dall’occhiello esplicativo «dopo due secoli è un fantasma»; a pagina 21, invece, se ne abbozza un’esplicazione, con «Napoleone, l’anomalia della Storia. Così odiato ma così imprescindibile», con l’occhiello che riprende il titolo precedente, «l’ardua sentenza non c’è».

Giuramento della Pallacorda (1791) di Jacques-Louis David (1748-1825)

Marcello Veneziani definisce Napoleone «un crocevia», per la sua capacità di essere originale sintesi della Rivoluzione che lo ha preceduto e, allo stesso tempo, di presentarsi come qualche cosa di completamente diverso da essa, quasi, aggiungiamo noi, una restaurazione sui generis dell’ordine o, almeno, di un certo ordine: è l’instaurazione dell’ordine rivoluzionario, ma viene percepito, soprattutto dai suoi contemporanei, come un ritorno, almeno parziale, alla pace che precedeva i movimenti eversivi del 1789.

Partendo da questo presupposto, Europa Cristiana intende sfruttare la ricorrenza di cui discorriamo per aprire un Approfondimento che tratti, tanto dal punto di vista storico, quanto da quello filosofico e da quello politico la prima fase dell’Illuminismo, che trova, proprio nella parabola napoleonica, il suo culmine ed il suo compimento, ponendo, al tempo stesso, le premesse indispensabili allo sviluppo della sua seconda fase, che attraverserà tutto il XIX secolo, per far sentire i suoi effetti anche su quello immediatamente successivo e, persino, sull’attuale.

L’analisi di quanto ha immediatamente (Impero napoleonico) e quasi immediatamente (Rivoluzione francese) preceduto il Congresso di Vienna è indispensabile per comprendere ciò che in quell’Assise è avvenuto e ciò che ne è conseguito, anche in termini di marcia del processo rivoluzionario e di tentativi di opporvisi. In questa analisi la figura di Napoleone risulta, come recita il secondo titolo dell’articolo di Veneziani, «imprescindibile», sia come mito e punto di riferimento (non solo per le forze rivoluzionarie, ma anche, in maniera non così completamente paradossale come potrebbe sembrare, per quelle che hanno cercato di combatterle), sia per i portati ideologici, politici e giuridici che l’auto-incoronato Imperatore ha lasciato in eredità ai posteri; a quei posteri che non sono, collettivamente presi, in grado di emettere la manzoniana «ardua sentenza» sulla veridicità della gloria dell’uomo di Ajaccio.

Per rispondere alla domanda di Alessandro Manzoni è, però, indispensabile chiarire il concetto di gloria, che, proprio a partire dalla Rivoluzione francese e, in maniera particolare, da Napoleone, perde, come brillantemente ha messo in luce Marcello Veneziani nel suo citato articolo, la sua sacralità, per ridursi ad effimero momento di popolarità conseguente al successo ottenuto nel conseguire gli obiettivi che ci si era prefissi. La deriva, che porta, nei nostri tristi giorni, a considerare un cantante coperto di tatuaggi di dubbio gusto come persona di riferimento su problemi che toccano l’intimità più profonda della persona umana, affonda le sue radici nel significato che larga parte della nostra opinione pubblica, consapevolmente o inconsapevolmente, attribuisce al concetto di autorevolezza e, quindi, alla sua sublimazione che è la gloria. È questo il problema della legittimazione al ruolo di guida, in qualunque campo.

Abbiamo assistito ad un progressivo slittamento della fonte dell’autorità sempre più verso il basso e ciò trova nell’uomo che ha avuto l’impudenza e l’irrazionalità di autodefinirsi «Imperatore dei Francesi»[1] una pietra miliare, se non iniziale, certamente in grado di far compiere al processo un salto di qualità. Anche su questo punto, le parole di Veneziani sono di una chiarezza esemplare, pur nella loro sintesi. «Dalla volontà di potenza al delirio di onnipotenza: è il cammino della modernità che si concentra sotto il mitico cappello di Napoleone. La sua legittimazione non viene da Dio e nemmeno dalla Tradizione o da una dinastia; ma viene conquistata sul campo. Dal Sacro romano impero all’impero del self made man». Il mondo contemporaneo è già, almeno in nuce, racchiuso qui; concettualmente, non c’è più nulla da aggiungere: quando la giustificazione di qualunque atto non risiede più nell’oggettiva razionalità del medesimo, ma nel volontario volontaristico consenso (proprio o altrui non rileva) si apre la strada ad ogni tipo di arbitrio e nessuno può più essere tranquillo in nulla, perché sempre un nuovo desiderio potrà impadronirsi di chi è deputato a decidere e questi potrà, in ogni momento, trasformare il diritto in abominio e l’abominio in diritto, senza che gli possa essere opposta altra ragione che quella della volontà e, dunque, della forza e/o della violenza.

È, quindi, di ogni evidenza che la cosiddetta «liquidità» sociale, politica, economica, filosofica, spirituale e religiosa trova le sue radici nel soggettivismo dissacratorio della Rivoluzione e nella sua elevazione a Stato: Robespierre (1758-1794) apre la strada Napoleone (1769-1821), che non lo rinnega, ma lo rafforza, sia pure donandogli una coloritura “conservatrice” e, per certi versi, maggiormente rassicurante. Di qui il fascino che il «piccolo corso» ha sempre esercitato anche su molti avversari della Rivoluzione e sedicenti uomini «di destra». Tutto questo “condito” con doti personali ed una grandezza umana indiscutibili. Ecco, si potrebbe dire, lo strumento perfetto per fare “digerire” l’eversione rivoluzionaria e, soprattutto, i suoi principi di fondo anche a chi si autodefinisce «conservatore» o, addirittura, «reazionario».

Di tutto questo ci occuperemo, anche a più voci, nei prossimi numeri.

 

 

[1] L’irrazionalità, l’intima contraddittorietà e, conseguentemente, la violenza del soggettivismo volontarista che sottostanno a questa espressione verranno, nel prosieguo dell’Approfondimento, meglio chiarite; per ora, ci limitiamo a sottolineare come l’Imperatore sia chiamato, almeno in linea di principio, a governare ed a portare la pace e la giustizia su tutto l’orbe terracqueo e come, quindi, non possa chiamarsi da solo a tale compito e come, in maniera ancora più evidente, non possa identificarsi, né totalmente, né preferenzialmente con una determinata popolazione.

 

 

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